Ad armi pari

di Sara PASSERINI

 

Periodo di festa, quest’anno pesco il mio regalo dal cesto dei recenti innamoramenti, quello per la Retorica e la Dialettica, arti che si uniscono e usano a vicenda, che sono una parte dell’altra ed entrambe ugualmente necessarie a scoprire la verità, o a meglio concordare la verosimiglianza da cui partire. Sì, perchè non sempre è facile trovare la verità, anzi, per la maggior parte dei casi proprio non esiste, non è certa, nemmeno si sa dove cercarla. Cercare la verità. Al di fuori dell’ambito strettamente scientifico ci sono verità che non sono dimostrabili, ma che sono frutto di opinioni, argomenti, confronti. Che fare allora? Da dove iniziare? Rispondono già gli antichi: prendiamo un punto di partenza e confrontiamo il nostro pensiero, collettivamente. La discussione razionale, per essere onesta e proficua, ha delle regole che ne scandiscono le parti, e che permettono alle tesi di essere esposte, avvalorate o confutate. Premessa della discussione, ad esempio, è scegliere la sede opportuna e l’argomentazione adeguata al contesto socio – politico – culturale. All’apertura del confronto le parti devono cooperare, usare termini chiari e interpretare le reciproche espressioni nel modo più accurato e pertinente possibile. Durante la discussione non devono essere usate formulazioni oscure, l’espressione della critica non deve essere ostacolata, ogni tesi va difesa, e ancor prima di essere difesa va ragionata (essere insomma i primi contestatori di se stessi!). Bisogna ricordare di attaccare l’idea e non chi la sostiene, si devono usare argomenti pertinenti. Alla fine della discussione, se la tesi avversaria si rivela difesa in modo conclusivo deve essere accettata, mentre la tesi non abbastanza forte da reggere e rispondere agli attacchi altrui deve essere ritirata. Regole di buonsenso e rispetto, che suonano come una geniale novità, oggi. E cosa c’entra la retorica con queste buone regole di conversazione? A questa domanda risponderei innanzitutto che non si tratta di regole di conversazione, bensì di un metodo di confronto che permette di non sfociare nella violenza e nell’intolleranza; in secondo luogo direi che la retorica è necessaria almeno per due motivi: imparare a dire – e quindi a pensare, e riconoscere le fallacie, gli inganni di chi ne fa un uso disonesto. Ci vuole un’arte per esprimersi, per essere ascoltati, per essere comprensibili; è un arte che non va confusa con l’artificio, non si tratta di dissimulare o mentire. Si tratta di imparare a dire e forse, quindi, a pensare.

Ricordiamo che la retorica viene sì definita (Reboul 1996) come l’Arte di persuadere attraverso il discorso, ma che il termine arte viene usato nel senso greco di Téchne (semplificando: unione di semplice tecnica e genio). È quindi una tecnica che ha lo scopo a prima vista di persuadere, ma anche di aiutarci a interpretare i testi, di cercare la verità, ha una funzione pedagogica, una filosofica… Nel corso della storia la retorica è stata duramente criticata per l’uso distorto che se ne è fatto, perchè a volte è stata a servizio del falso. Nel tempo è stata “accantonata per finta”, se ne è abbandonato uno studio sistematico, ma si è continuato ad usarla comunemente, senza conoscerne i segreti, senza riconoscerne i potenziali usi personali anziché collettivi, talvolta inconsapevolmente, talvolta approfittando del suo potere. Possiamo dare la colpa ai sofisti che l’hanno svuotata della morale, alla Chiesa che l’ha usata di nascosto, a Cartesio che ne ha rinnegato ogni principio, ma la si può difendere facilmente con le parole di Aristotele: “la retorica è una tecnica utile, spesso indispensabile. Se a volte il suo uso non è onesto, non bisogna biasimare la tecnica ma il tecnico”. Riconoscere le fallacie, smascherare i ragionamenti imbellettati (come direbbe Cicerone, che proclamava invece una retorica illuminata, in cui forma e pensiero combaciano) e saper rispondere con pertinenza permette di difendersi dal tecnico che ne fa cattivo uso (fossimo anche solo noi nei nostri stessi confronti). Retorica e dialettica si rivelano chiavi insostituibili quando alla loro base c’è una condizione di libertà. Libertà quale criterio esterno per definire l’indipendenza dell’oratore non costretto ad adulare e non sottomesso a una forza sociale o politica che ne intacchi il pensiero. E libertà come criterio etico, come apertura alle obiezioni, e come ragionamento interiore prima ancora che esteriore.

(Strumenti per ragionare, di G.Buoniolo e P. Vidali; Introduzione alla retorica, O. Reboul; La faconda repubblica, R. Gualdo e M.V. Dell’Anna; immagine Delmas alain)