Adolescenza: un periodo inevitabilmente problematico?

di Ilenia POLLI

Il concetto di adolescenza, inteso come stadio segnato da “tempeste e stress”, è stato introdotto per la prima volta nel panorama della nascente psicologia americana nel 1904 da G. Stanley Hall. Con questa espressione non si fece altro che formalizzare idee in circolazione da tempo immemorabile; poiché è plausibile che i giovani guardino al mondo con sguardo fresco, è del tutto sensato che ogni nuova generazione venga vista in modo ambivalente. I giovani vengono così apprezzati e lodati per l’energia e la passione che investono in ogni loro attività ma, dall’altra, vengono temuti, come un pericolo e una minaccia. A tal proposito basti pensare alla curiosità e al timore che possono suscitare molti giovani che cercano di esplicitare l’appartenenza ad un gruppo, e contemporaneamente distanziarsi dal mondo adulto, attraverso un abbigliamento e acconciature vistosi e particolari. In linea con quanto detto molti adolescenti ricorrono a piercing e tatuaggi come modo per affermare la propria identità, una richiesta di attenzione da parte della persona che ha preso il posto del bambino che un tempo apparteneva integralmente alla famiglia. Questo atteggiamento, quindi, non deve essere visto necessariamente come trasgressivo, ma come forma di autonomia e ricerca del proprio Sé. L’adolescente da chi deve prendere le distanze, qual è il termine di paragone del processo di autonomia?

Certamente il rapporto con i genitori risulta essere centrale per l’adolescente il quale deve assolvere ad un compito evolutivo fondamentale: ristrutturare il rapporto con le figure genitoriali. Queste ultime, tuttavia, perdono il loro carattere immaginario, alcuni parlano addirittura di caduta degli dei, riferendosi alla consapevolezza dei limiti e difetti dei propri genitori, visti non più come persone in grado di far tutto ma nella loro imperfezione. Un genitore che viene quindi svalutato, aggredito. In questa situazione il punto di riferimento sociale ed affettivo diviene il gruppo dei coetanei (il cosiddetto gruppo dei pari) in quanto è in grado di fornire sicurezza e sostegno fondamentali attraverso la condivisione di codici linguistici, sociali ed estetici, molto spesso estranei ai propri genitori.

Il contesto familiare, in particolare la qualità delle sue relazioni, è comunque cruciale per determinare le competenze e la fiducia del giovane. In questo periodo di ristrutturazione della propria immagine corporea, ma non solo, le figure genitoriali, pur rimanendo sullo sfondo, costituiscono una base sicura per le relazioni che si andranno a costruire in futuro. Questo è possibile nel momento in cui si riesca a garantire dei livelli moderati di controllo, flessibilità ed affetto attraverso una comunicazione chiara e basata sulla negoziazione. Questo stile di comunicazione familiare, definito da D. Baumrind autorevole, permette di instaurare un legame di profondo rispetto tra genitori e figli, dove i primi riconoscono i desideri dei secondi e, soprattutto, incoraggiano la comunicazione e gli scambi verbali. Le regole di condotta vengono condivise e costruite insieme accettando che il ragazzo possa esprimere un punto di vista diverso. In ultima analisi, durante l’adolescenza la famiglia continua ad essere un importante fattore protettivo a patto che disponga dello stile comunicativo familiare di cui abbiamo accennato e che disapprovi esplicitamente i comportamenti a rischio fornendo, tuttavia, dei modelli di adulto positivi, veicolati attraverso comportamenti e atteggiamenti. L’adolescenza è veramente una stagione della nostra vita inevitabilmente di disagio?

Quanti di noi possono affermare che la propria adolescenza sia stata un momento sereno e appagante, non un periodo di domande esistenziali le cui risposte sono state ricercate attraverso l’opposizione e la trasgressione?

Comportamenti devianti, come l’abuso di alcol e droghe o fenomeni come quello della scarificazione (o self-cutting), in realtà nascondono un disagio più profondo. Tuttavia sarebbe sbagliato associarli automaticamente all’adolescenza solo perché l’immaginario comune vorrebbe questa fase di sviluppo un momento “complicato”, non considerandolo come un momento delicato dovuto alla transizione tra il mondo infantile e quello giovanile/adulto.

Diversi sono i fattori che concorrono a definire i confini dell’adolescenza, per tale ragione le eccessive semplificazioni e generalizzazioni portano inevitabilmente a non considerare la situazione nella sua globalità, non permettendo all’adulto di supportare ed accompagnare adeguatamente il giovane in questo momento importantissimo per la definizione dell’identità futura.