Un anno, sette settimane e cinque giorni

di Graziella LEONE

È stata colpa mia. Lo ammetto. Eppure mai avrei immaginato che si potessero raggiungere tali livelli di dissennatezza, puerilità e dipendenza.

Mia madre è una Farmvilliana.

È iniziato in sordina. Labili sintomi, difficili da cogliere. Una tranquilla insegnante di scienze, all’apparenza equilibrata, invischiata un po’ alla volta nella rete…

Fui io ad iniziaela al mondo di facebook perché mantenesse i contatti con gli ex-colleghi e per ritrovare vecchi amici; e per evitare la noia, la spinsi alla sperimentazione di qualche applicazione, indicandole un gioco dalle possibilità piuttosto limitate: una quindicina massimo di campi e semina da svariate ore con prodotti che non marciscono mai.

Un simpatico trastullo da pochi minuti al giorno, nel caso non si fosse impegnati in altro. L’unico guizzo stimolante era il rapido colpo di mano nel rubare i frutti della terra agli incauti che lasciavano il raccolto incustodito. Guizzo che mia madre – e già questo avrebbe dovuto farmi riflettere – trasformò in arte, calcolando i tempi di maturazione nelle fattorie altrui e muovendo con abilità insospettata la grossa mano guantata preposta alla mietitura.

“Già prevedo una giornata di furti” mi salutava sorridente al mattino.

Anch’io e mio fratello, Ugo, giocavamo; inoltre, in maniera saltuaria e svogliata, un paio di conoscenti comuni. Con l’animo innato dell’insegnante, Elisa, perentoria, ci richiamava tutti:

“Volete raccogliere i frutti e produrre altra semina, per cortesia!”

E dopo qualche ora, mi ragguagliava per e-mail:

“Ah ah ah, non riesco a smettere di ridere. Hai visto che Gianni ha raccolto? Sì, perché io mi do da fare. Io scrivo perché raccolga e ripianti. E lui zac! Poco fa gli ho rubato i prodotti maturi ah ah ah”.

Gianni, animo nobile, non diceva nulla, ricambiando il favore appena possibile, ignaro degli anatemi lanciati su di lui. A nessuno piace perdere, ma mia madre diventava suscettibilese le si rallentava il “piano di marcia” privandola dei soldi virtuali della vendita delle verdure.

Ugo spesso la stuzzicava: “La mia connessione funziona benissimo e sto facendo man bassa”, godendosi le sue battute indispettite:

“Me ne sono accorta, disgraziato! Mi sono allevata una serpe in seno!! Anche Gianni si è servito… e io che l’ho convinto a giocare!”

Senza por tempo in mezzo, la mamma si procurò un cane da guardia, pronto ad azzannare la mano ladruncola.

Poi Gianni mi parlò di Farmville, inviandomi un regalo per avviare la mia “azienda agricola”.

Io feci altrettanto con mia madre.

Restia alle novità in cui c’è di mezzo l’inglese, lei, allevata alla vecchia scuola quando il francese la faceva da padrona in Europa, si ribellò, adducendo viepiù banalità. Ma più cocciuta di lei, io le intimai di abbandonare la sua pigrizia mentale, minacciandola di trasferirci a Londra.

Così di buona lena, vocabolario alla mano, lei si inoltrò nei segreti del gioco.

Dopo appena una settimana apparve il primo segnale inquietante: visitando il suo profilo, il riquadro sulla sinistra della pagina di facebook, quello che contava il numero di amici in comune, risultava alquanto “rimpolpato”.

“Com’è che conosci Valentina, Sara, Chiara, Mauro, Davide e gli altri, mamma?”

“Eh? Ah, quelli! Ho verificato nella tua bacheca chi gioca a Farmville e li ho contattati, perché diventassero miei neighbour. E infatti ho già guadagnato il ribbon giallo!” rispose eccitata.

Ingenuamente, rimasi compiaciuta dall’utilizzo dei termini stranieri. Li associai a un rinnovato interesse per la cultura anglosassone. L’approfondimento della lingua tramite i gradevoli passatempi on-line prometteva bene.

“Adesso però non so più a chi chiedere la neighbouraggine” aggiunse.

Mia madre ha uno spiccato senso dell’umorismo: le piace giocare con le parole, italianizzandole. Neighbouraggine, pertanto, denoterebbe “vicinanza”. Il gioco prevede infatti che, anziché fregare ortaggi e vegetali, si visitino i campi dei vicini (che diventano tali, dopo aver accettato una formale richiesta) per aiutarli a scacciare volpi, talpe, corvi o a raccogliere erbacce infestanti.

Il ribbon, ossia nastro, si riferisce a delle coccarde date in premio insieme a punti di esperienza (XP per i Farmvilliani) e a soldi (coins), per aver svolto una serie di compiti, il cui scopo è quello di far appassionare al gioco. E l’XP permette di salire di livello, quindi di acquistare piante e animali più produttivi e graziose decorazioni per la propria fattoria virtuale. I primi passaggi sono rapidi, dando soddisfazione al nuovo utente, che si sente così gratificato e invogliato a continuare.

Sconsideratamente (e questo fu il mio secondo sbaglio!) suggerii a maman di invitare Ugo. Il fatto però che lui fosse in ferie, diede l’avvio i giorni seguenti a un tormentone che mi provocò non poco imbarazzo.

“Chiedi ai tuoi colleghi di giocare, così poi me li passi” esclamò la mamma infervorata.

Le quarantotto ore successive, tramite mail spedite all’indirizzo personale e dell’ufficio e tramite sms, fui ripetutamente interrogata su come procedessero le richieste. Alla fine ricevetti una telefonata:

“Non dirglielo e basta: controlla che confermino e non muoverti dal loro fianco se non hanno eseguito!”

“Mamma! Qui, ogni tanto, lavoriamo anche!” ribattei esasperata.

“Appunto, quando fate pausa sprecate venti secondi a rispondere. Per stasera, secondo i miei calcoli e se tu collaborassi un pochino, dovrei aver guadagnato il nastro bianco. Ciao!”

Saggiamente avevo selezionato i colleghi più disponibili, che non si infastidirono da tanta insistenza, mostrandosi al contrario divertiti.

I guai tuttavia erano appena cominciati.

[Questo che avete letto è un estratto del primo capitolo del libro “Amici di facebook, vicini di farmville – Storie di quotidiana follia” – chi fosse interessato può leggere l’originale e acquistare il libro su: gllear.blogspot.com].