Armando Aste e il suo ”alpinismo epistolare”

di Mario COSSALI

 

Henriette d’Angeville, fra le prime scalatrici del Monte Bianco ci teneva a portare sempre con sé in montagna: ”un foulard di seta, una maschera antineve, coltello, termometro, cannocchiale e crema di cocomero contro il sole e un calepino per scriverci”. Scriveva: “Quando piove mi sento orfana, quando appare il sole sento uno slancio del cuore, quando vedo il Bianco mi viene in mente il Cantico dei Cantici”. Così scriveva verso la fine di un suo articolo, “Il Monte Bianco d’estate”, nell’agosto 1997, Giorgio Bocca e, mutatis mutandis, leggendo queste frasi ho pensato al libro, da poco pubblicato, di Armando Aste, “Alpinismo epistolare”, presentato a Rovereto e poi a Isera dal suo autore. Perché dico questo? Lo dico con convinzione perché leggendolo prima e ascoltandone poi la presentazione e il commento da parte del grande alpinista ho avvertito lo stesso slancio del cuore e la stessa tensione mistica. E Armando Aste, continuando a ripetere e a ribadire con forza che in fondo l’alpinismo nella sua dimensione fisicamente e spiritualmente ascensionale è una forma di conoscenza, non ha fatto altro, e non è poco, che ripercorrere il cammino di tanti mistici del passato, che, senza retorica emotiva e senza cedimenti superstiziosi, davano alla loro ascensione interiore sia i caratteri dell’eros che del pensiero profondo, per arrivare oltre il territorio della ragione, pur non rinnegandolo.

“In queste pagine, in queste missive ci sono le firme di grandi alpinisti del mio tempo, di quelli che mi hanno preceduto, di quelli che sono seguiti, assieme a figure eccezionali ed a persone comuni della vita di ogni giorno. Amici che non sapevo di avere” Così scrive Armando Aste introducendo il suo libro, che ha un po’ dell’incredibile, perché attraverso lettere, biglietti, cartoline di saluti riesce certo a ricostruire la sua vita e non solo quella di alpinista, ma, ancor prima, quella di uomo e in più ricostruisce, quasi inavvertitamente, pagina dopo pagina, una vera e propria storia dell’alpinismo.

La caratteristica di questa storia è di essere viva, di avere volti e corpi che la rappresentano e che la fanno parlare: insomma, uno leggendo questa sorta di romanzo epistolare si fa un’idea della ricchezza e della complessità di questa grande avventura che è stata e che è l’alpinismo, un’avventura che è stata interpretata in molti modi, ma che è destinata a resistere anche nel tempo attuale, del consumismo e dell’immagine mercificata, che pure l’hanno influenzata pesantemente, come una pratica di resistenza umana e di ricerca. È vero che non tutti gli alpinisti sono pervasi dello spirito religioso di Armando Aste, ma è anche vero che l’alpinismo in sé è un’ascesa permanente ed è una prova continua, una continua interrogazione, alla quale non tutti danno risposta, ma che comunque resta.

“Le montagne ci avevano fatto sollevare lo sguardo e così avevamo visto tutto il cielo che le sovrasta. Poiché eravamo diventati coraggiosi, ci spinse allora il segreto pensiero di poter cogliere le stelle. Per illuminare il cammino e abbellire questo nostro tempo breve”.

Ma sempre Armando Aste scrive a commento della parabola evangelica del Buon Samaritano: “A differenza del buon Samaritano, a volte anche un alpinista passa oltre e magari gli succede di barattare una vita per la “gloria” della vittoria. È successo e potrà succedere ancora. Quando si antepone il raggiungimento di una prestigiosa meta al valore di una vita umana”.

Come Immanuel Kant che trovava l’origine della sua fede nel “cielo stellato sopra di noi” e nella “legge morale dentro di noi”.