Arte e malattia mentale

di Jacopo ROMANI

L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di nuove realtà che potranno anche non dipendere dalle informazioni sensoriali provenienti dal mondo. Questo è possibile perché il nostro cervello non ha necessariamente bisogno di un continuo flusso di informazioni provenienti dai sensi. Basti pensare ai sogni, ai ricordi, che si manifestano in immagini mentali o rappresentazioni create dalla nostra mente. L’arte, perciò, amplifica la realtà, la distorce, la annulla attraverso l’eccitamento del sistema nervoso dell’artista che al momento della creazione trasforma il tutto in movimenti delle mani attraverso i quali crea la propria rappresentazione con lo scopo di ricreare nell’osservatore le stesse emozioni che hanno indotto e accompagnato l’artista nella composizione. Un’opera d’arte non ha soltanto la caratteristica di suscitare emozioni provocate dai principi del funzionamento della percezione visiva, ma si riferisce anche all’emozione che l’ha prodotta. Quindi un’ opera d’arte nasce dalla combinazione di ciò che l’artista percepisce dal mondo esterno e dall’interpretazione che egli dà agli stimoli percepiti. Detto questo è possibile chiedersi che cosa succede se entrambi questi due fattori vengono alterati da cause patologiche. Come in ogni essere umano, gli effetti di patologie mentali alterano l’elaborazione delle informazioni provenienti dall’esterno così come le capacità percettive ed emotive prodotte da tale elaborazione; da ciò si può dedurre come questi problemi possono influire in un artista, sulla sua espressione pittorica, fino a testimoniare come il suo vissuto entri a far parte integrante della sua opera. In molte opere appaiono rappresentazioni prodotte da stati mentali alterati e patologie che sono identificabili sia nell’opera e sia nella descrizione che l’autore ne fa. Ogni artista quindi dipinge in base alla patologia che lo affligge. Edvard Munch, per esempio, che si riteneva fosse affetto da schizofrenia, nel suo Il grido sembra voler svelare la sua angoscia di origine patologica. Il contenuto dell’opera raffigura un uomo che si rifiuta di sentire il suo stesso urlo di dolore: il particolare clima culturale e politico favorisce il rifiuto di essere messi di fronte alle proprie angosce esistenziali, tanto che nel 1982 la mostra delle opere di Munch a Berlino venne chiusa dalle autorità per lo scalpore suscitato. I contorni dissolti, le forme indefinite, i colori irreali, contrastanti, sono il mezzo attraverso il quale Munch perviene ad una personalissima interpretazione dell’angoscia esistenziale dell’uomo e, rendendola visibile, la diffonde nell’animo di chi la contempla. Riguardando la propria opera compiuta Munch affermò: “Solo un folle poteva dipingerlo”.Un ulteriore esempio è offerto dal pittore considerato oggi il pittore malato, vale a dire Van Gogh, la cui malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche fondate sulle lettere che egli scrisse al fratello. Lo stesso Michelangelo, affetto da una depressione di origine psichica, nel dipingere il volto di San Bartolomeo mentre mostra al Giudice il coltello, riportò nelle pieghe della pelle del martirio un dolorante autoritratto. Numerosi altri pittori sono stati soggetti a gravi alterazioni psichiche quali schizofrenia o sindrome maniaco-depressiva e tutti hanno lasciato un indelebile segno attraverso le proprie opere che, oltre ad avere uno straordinario valore artistico, valgono anche come strumenti diagnostici utili per penetrare nella vita del pittore, nella sua mente e nei suoi più profondi pensieri.