Bombardare i propri soldati: l’esperimento USA durò 17 anni

di Lauro CEFALONI

Gli Stati Uniti d’America, tra il 1945 e il 1962, eseguirono nell’atmosfera del nostro pianeta 216 test atomici. Di questi, nel poligono del Nevada, a poco più di cento chilometri da Las Vegas, ne furono realizzati 106 e solo dal 1963 fu fatta la scelta di realizzare i test nucleari sotto terra.

Come si sa, gli ordigni nucleari, in guerra, sono stati utilizzati, fino ad oggi, due volte. Il 6 agosto 1945 sulla cittadina giapponese di Hiroshima provocando la morte di oltre 200.000 persone e il 9 agosto, tre giorni dopo, sulla cittadina di Nagasaki che ebbe 60.000 vittime. In ambedue i casi a sganciare gli ordigni nucleari furono gli Stati Uniti d’America, il solo Paese al mondo ad aver usato armi nucleari nel corso di una guerra. Ma se sul modo con cui gli Stati Uniti conclusero la guerra col Giappone si possono trovare diverse informazioni anche su un buon manuale scolastico, più complicato appare avere notizie di come gli Stati Uniti operarono nelle attività esperimentali degli anni successivi.

Le pochissime informazioni che si hanno, relativamente agli esperimenti svolti nell’atmosfera terrestre fino al 1963, le dobbiamo a quella piccolissima parte, fra le infinite testimonianze raccolte dal Corpo di segnalazione fotografica dell’esercito degli Stati Uniti e dal 1352° reparto fotografico dell’Aeronautica statunitense presso il centro operativo Lookout Mountain, che oggi è consultabile negli archivi governativi statunitensi. Dal 1951 al 1957 ai militari statunitensi, in particolar modo a quelli assegnati a compiti di terra, fu ordinato di osservare i test nucleari a distanze varie dal punto dell’esplosione in modo da poter realizzare esercitazioni di guerra atomica sul punto zero o nelle immediate vicinanze subito dopo l’esplosione.In diverse occasioni i soldati furono collocati a meno di 2,9 chilometri dall’esplosione. E questo nonostante che le cosiddette linee guida di sicurezza tracciate dall’agenzia civile (USAEC) incaricata di trattare gli affari statunitensi in materia nucleare avessero stabilito la distanza minima in 11,3 chilometri dal punto zero, quello dell’esplosione. Per i comandi militari fu naturalmente un gioco superare quelle indicazioni : il loro scopo era quello di addestrare i soldati a missioni tattiche su un campo di battaglia atomico.

Inutile dire che molti di quei soldati morirono per i tumori che svilupparono. Solo nel 1988 quei pochi che erano riusciti a sopravvivere riuscirono a organizzarsi ottenendo dal governo USA il riconoscimento delle proprie responsabilità e il conseguente risarcimento.

Ma i costi umani dei test statunitensi vanno molto più in là perché molti esperimenti nucleari, tra il 1946 e il 1962, furono compiuti negli atolli e nelle isole del Pacifico. Non solo perché gli isolani nativi di quelle terre furono espulsi con la forza dai siti dei test, ma soprattutto perché gli esperimenti svilupparono potenze superiori al previsto. Il più grave fu il testBravo di 15 megaton effettuato sull’atollo di Bikini nelle isole Marshall : i tumori colpirono sia il personale dei test sia le popolazioni locali deportate nelle isole vicine. Oggi Bikini è inabitabile poiché il suolo è contaminato dal cesio-137, ma, anche in queste isole, chi è sopravvissuto si è organizzato presentando una causa civile agli USA per i danni subiti e finora più di mille isolani hanno ottenuto dei risarcimenti in denaro. Naturalmente rimane senza risposta alcuna il problema di chi avrebbe dovuto rispondere di questi fatti, cosa da cui, naturalmente, i governi statunitensi sono stati sempre ben lontani, così come i Presidenti che si sono via via succeduti, democratici o repubblicani che fossero.

Ma rimane anche aperto il problema dell’accesso alla infinita mole di documenti occultati relativi a questo problema.

Non c’è da porsi qualche domanda sulla tanto esaltata democrazia statunitense? Probabilmente sì.