Cent’anni fa nasceva Cesare Pavese

di Carlo ANDREATTA

Nell’immediato secondo dopoguerra, in Italia si registra una rinnovata fiducia nella parola letteraria, nella funzione-guida della letteratura: Cesare Pavese ne è lucido e disincantato testimone.

Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un centro delle Langhe cuneesi. Di famiglia piccolo-borghese di estrazione contadina, riceve dalla madre un’educazione austera, caratterizzata da sentimenti di nostalgia per la campagna, sentimenti che rimasero sempre presenti nel suo spirito. L’intero suo curriculum scolastico si svolge a Torino. Tra i suoi insegnanti di liceo c’è Augusto Monti, figura di spicco della Torino antifascista. Pavese frequenta Mario Sturani, Tullio Pinelli, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila. Conseguito il diploma al liceo “Massimo D’Azeglio”, Pavese si iscrive alla facoltà di Lettere. Il 20 giugno 1930 discute la tesi di laurea: “Interpretazione della poesia di Walt Whitman”. Nello stesso anno inizia a collaborare con la rivista “La Cultura”.

A partire dal 1923 fino al 1947, Pavese si dedica ad un’intensa attività di traduttore: Sinclair Lewis (premio Nobel nel 1930), Herman Melville, Sherwood Anderson, James Joyce, John Dos Passos, Gertrude Stein, Daniel Defoe, John Steinbeck, Charles Dickens, William Faulkner, Robert Henriques. Oltre ad occuparsi di traduzioni, lo scrittore piemontese insegna in scuole pubbliche e private. Nel 1933 è tra i fondatori della casa editrice Einaudi. Nel maggio del 1935 viene arrestato perché coinvolto in attività antifasciste. Condannato, rimane al confino (Brancaleone Calabro) fino al marzo del 1936. In questo periodo inizia a scrivere un diario, “Il mestiere di vivere”, edito postumo nel 1952: diario e zibaldone insieme, nel quale Pavese annota le sue inquietudini, i suoi tormenti interiori. Tornato a Torino, pubblica la sua prima raccolta di versi “Lavorare stanca” (1936).

L’isolamento di Brancaleone e la delusione dopo la fine della relazione con Tina Pizzardo – “la donna dalla voce rauca” – hanno accentuato nello scrittore un senso di frustrazione che egli cerca di superare con un lavoro da forzato: lezioni private, traduzioni, e, a partire dal primo maggio 1938, un rapporto stabile con la casa editrice Einaudi. Particolarmente significativa anche l’attività creativa: l’esordio narrativo avviene con “Paesi tuoi” (1941), romanzo peraltro scritto nel 1939. Nel 1942 esce “La spiaggia”. Nelle opere del dopoguerra (“Feria d’agosto”, 1946; “Il compagno”, 1947; “Prima che il gallo canti”, comprendente “Il carcere” e l’altro romanzo breve “La casa in collina, 1948; “La bella estate” – in cui si trovano, oltre al romanzo che dà il titolo al volume, “Il diavolo sulle colline” e “Tre donne sole” – 1949; “La luna e i falò”, 1950) da un lato lo scrittore ribadisce il tema della campagna vissuta come mito innocente e selvaggio, dall’altro arricchisce la problematica sociale e psicologica. I “Diaologhi con Leucò” (1947) rappresentano il libro che meglio descrive lo sforzo di Pavese volto a ricostruire la dimensione antropologico-psicoanalitica dei miti su cui si incentrano tutti i suoi libri, in prosa come in versi. Proprio in questa prospettiva è possibile rintracciare il superamento di moduli neorealistici. Ne “La casa in collina” e ne “La luna e i falò” la ricerca delle proprie radici nel ritorno alla terra natale, si fonde con una lucida osservazione della realtà e ancora con l’attenzione a problematiche esistenziali universali.

Dopo la Liberazione Pavese riprende il lavoro alla casa editrice Einaudi. Si iscrive al partito comunista e collabora al quotidiano “l’Unità”: l’ideologia marxista non lo coinvolge molto, tanto che lo scrittore piemontese rimane ai margini della politica “attiva”, così come aveva “tiepidamente” partecipato alla Resistenza. Nel 1950 “La bella estate” vince il premio Strega: finalmente la critica riconosce, in modo ufficiale, Pavese. Lo stato di protratta pubertà, la solitudine sentimentale, l’accidentato adattamento alla vita, l’esaurimento fisico di un uomo che – come ha scritto Augusto Monti – “non sapeva riposare”, provocano il gesto lungamente vagheggiato: Pavese si suicida, a Torino, il 27 agosto 1950. Le opere postume aiutano a comprendere meglio la figura umana e intellettuale di questo complesso scrittore e poeta: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951), raccolta di poesie poi confluita nel volume “Poesie edite e inedite” del 1962; gli scritti critici “Letteratura americana ed altri saggi” (1951); i racconti “Notte di festa” (1953) e i romanzi “Fuoco grande” (scritto in collaborazione con Bianca Garufi, 1959) e “Ciau Masino” (testo giovanile edito nel 1968).

La solitudine, l’impossibilità di avviare un colloquio con gli altri, il senso di estraneità, la vita fatalmente staccata dal mondo dell’infanzia, dai luoghi e dai miti che l’hanno popolata: questi i grandi temi che caratterizzano l’opera di Pavese. Mettendo in luce la banalità e la non autenticità del vivere cittadino, l’arte di Pavese mira al recupero dei miti dell’infanzia, all’espressione del loro potenziale simbolico: “il che vuol dire scavo nella propria interiorità, alla scoperta delle radici del proprio essere, del proprio destino che, per le teorie del mito, si è tutto determinato nell’infanzia. Da ciò nasce la contrapposizione (città-campagna, Torino-Langhe) tipica di tanti libri di Pavese e il rapporto dialettico tra i due termini”, come ha scritto Salvatore Guglielmino.