Che mi dici di Stefano Rosso? Fenomenologia di un cantautore rimosso

di Donato ZOPPO

Che ti dico di Stefano Rosso? Troppo facile dire che era un grande cantautore, che è stato dimenticato troppo presto, che avrebbe meritato sorte migliore dopo il successo di Una storia disonesta.

Troppo facile davvero. Più complesso dire che è stato un cantautore “rimosso”. Proprio intorno ai motivi della rimozione indagano la figlia Stefania e l’esperto Mario Bonanno, una delle firme più prestigiose del giornalismo musicale italiano. Stefano Rosso non è stato solo quello del celebre tormentone “Che bello, due amici, una chitarra e lo spinello”. La sua Storia disonesta ha segnato senza dubbio il linguaggio della canzone d’autore italiana in un lontano – ma neanche tanto – scorcio dei nostri anni ’70 ma la rimozione è passata per altre vie, molto più subdole rispetto a quelle moralizzatrici e contrarie a un’innocente canna in compagnia nel 1977. Stefano Rosso ha pagato la sua mancata appartenenza a conventicole varie: in un paese come il nostro, così ricco di caste, corporazioni, ordini professionali e lobby culturali, il parlare franco e il cantare schietto del musicista romano hanno pesato molto. È morto nel 2008 e persino i suoi fan lo identificano esclusivamente con la canzone dello spinello, dimenticando un songbook ricco, variopinto e godibile, anche nei lavori di matrice strumentale. Per comprendere meglio basta ascoltare il cd allegato al testo, un resoconto live dall’amato Folkstudio, annata 1993. Pezzi come Letto 26 e Neurologico reggae, benché freschi e ironici come quelli del compianto Rino Gaetano, avevano una struttura così singolare, figlia dell’approccio rispettoso e serio all’arte tutta americana del fingerpicking. E si sa, quando una canzone non la puoi cantare a squarciagola sulla spiaggia, l’oblio è dietro l’angolo. Bonanno racconta molto bene la vicenda di Stefano Rosso, collezionando anche contributi di amici, colleghi e critici, che finalmente ci riconsegnano un cantautore mai scontato e molto intrigante.