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	<title> &#187; Da Totem</title>
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		<title>Che mi dici di Stefano Rosso? Fenomenologia di un cantautore rimosso</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°44.45]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Donato ZOPPO Che ti dico di Stefano Rosso? Troppo facile dire che era un grande cantautore, che è stato dimenticato troppo presto, che avrebbe meritato sorte migliore dopo il successo di Una storia disonesta. Troppo facile davvero. Più complesso dire che è stato un cantautore “rimosso”. Proprio intorno ai motivi della rimozione indagano la [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/che-mi-dici-di-stefano-rosso-fenomenologia-di-un-cantautore-rimosso/">Che mi dici di Stefano Rosso? Fenomenologia di un cantautore rimosso</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Donato ZOPPO</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Che ti dico di Stefano Rosso? Troppo facile dire che era un grande cantautore, che è stato dimenticato troppo presto, che avrebbe meritato sorte migliore dopo il successo di Una storia disonesta. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Troppo facile davvero. Più complesso dire che è stato un cantautore “rimosso”. Proprio intorno ai motivi della rimozione indagano la figlia Stefania e l’esperto Mario Bonanno, una delle firme più prestigiose del giornalismo musicale italiano. Stefano Rosso non è stato solo quello del celebre tormentone “Che bello, due amici, una chitarra e lo spinello”. La sua Storia disonesta ha segnato senza dubbio il linguaggio della canzone d’autore italiana in un lontano – ma neanche tanto – scorcio dei nostri anni ’70 ma la rimozione è passata per altre vie, molto più subdole rispetto a quelle moralizzatrici e contrarie a un’innocente canna in compagnia nel 1977. Stefano Rosso ha pagato la sua mancata appartenenza a conventicole varie: in un paese come il nostro, così ricco di caste, corporazioni, ordini professionali e lobby culturali, il parlare franco e il cantare schietto del musicista romano hanno pesato molto. È morto nel 2008 e persino i suoi fan lo identificano esclusivamente con la canzone dello spinello, dimenticando un songbook ricco, variopinto e godibile, anche nei lavori di matrice strumentale. Per comprendere meglio basta ascoltare il cd allegato al testo, un resoconto live dall’amato Folkstudio, annata 1993. Pezzi come Letto 26 e Neurologico reggae, benché freschi e ironici come quelli del compianto Rino Gaetano, avevano una struttura così singolare, figlia dell’approccio rispettoso e serio all’arte tutta americana del fingerpicking. E si sa, quando una canzone non la puoi cantare a squarciagola sulla spiaggia, l’oblio è dietro l’angolo. Bonanno racconta molto bene la vicenda di Stefano Rosso, collezionando anche contributi di amici, colleghi e critici, che finalmente ci riconsegnano un cantautore mai scontato e molto intrigante.</span></span></span></p>
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		<title>LIBRI &#8211; Le città invivibili di Domenico Cosentino</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:39:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Francesca GRISPELLO “Forse stiamo avvicinandoci ad un momento di crisi della vita urbana e le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili” affermava il grande Italo Calvino. Dal titolo dell’ultimo libro di Domenico Cosentino non c’è da aspettarsi nulla di buono, nemmeno il realismo fantastico di Calvino. Le città [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/libri-le-citta-invivibili-di-domenico-cosentino/">LIBRI &#8211; Le città invivibili di Domenico Cosentino</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>di Francesca GRISPELLO</strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Forse stiamo avvicinandoci ad un momento di crisi della vita urbana e le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili” affermava il grande Italo Calvino. Dal titolo dell’ultimo libro di Domenico Cosentino non c’è da aspettarsi nulla di buono, nemmeno il realismo fantastico di Calvino. Le città invivibili sono i luoghi scomodi, dolorosi, marci, squallidi e chi le osserva rischia di divenirne parte. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Le città invivibili è l’ultima raccolta di scritti del giovanissimo scrittore partenopeo, un concept che si nutre di tabacco, alcool, blues, strade, rifiuti e quell’umanità che vaga e che &#8211; se va bene &#8211; si interroga sull’inutilità del vagare stesso.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Caserta, Parigi, Perugia, Campobasso, Pomigliano d’Arco, Chicago, Catania e Acerra, non un tour degli orrori, perché non ci sono descrizioni oppure analisi uomo-ambiente, ma queste città sono i luoghi del di dentro, sono assimilate nello scrittore come il tabacco, il sesso, il cibo, l’alcool e il vento.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Domenico colpisce ancora con questa sua nuova pubblicazione grazie ad una scrittura febbrile ed eccitata, vogliosa di raccontare grandi mancanze, piccole scoperte e illusioni quotidiane, capace di spaziare dal familiare all’odore di diossina. La lettura scorre e non tedia, non un pessimismo cosmico a buon mercato, ma la coscienza che la vita è nelle piccole cose, come in Parigi o Caserta: “Altre ore in cui poter essere me stesso, in cui poter sorridere, ore in cui il sapore delle sigarette non era mai troppo amaro”. Flusso di pensieri e ritagli di vita ancora pulsanti in Pomigliano Blues, una raccolta nella raccolta da gustare con calma.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Come afferma Gian Ruggiero Manzoni nella prefazione: “In ciò il fascino della provincia, in quest’Italia ormai provincia della provincia, dove certa letteratura ancora ti prende per mano e ti fa turbinare insieme a lei in una polverosa tempesta primaverile, fino a lasciarti muto, sul letto, preso dal desiderio di scrivere ancora, qualora ogni piacere sia divenuto fondo in una bottiglia di rhum d’importazione”. </span></span></span></p>
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		<title>La bambina della felicità</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:37:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°44.45]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Sara PASSERINI Erano una famiglia, piccola e risoluta: padre, madre, bambina e nonna. Erano una famiglia in cui le cose non andavano bene, e lei, nella famiglia, era invece la bambina che stava bene. Sostanzialmente lei era, pensò Johanna, la bambina della felicità. La sua presenza permetteva loro di considerarsi una vera famiglia. La [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/la-bambina-della-felicita/">La bambina della felicità</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>di Sara PASSERINI</strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Erano una famiglia, piccola e risoluta: padre, madre, bambina e nonna. Erano una famiglia in cui le cose non andavano bene, e lei, nella famiglia, era invece la bambina che stava bene. Sostanzialmente lei era, pensò Johanna, la bambina della felicità. La sua presenza permetteva loro di considerarsi una vera famiglia. La sua allegria permetteva loro di considerarsi una buona famiglia. Anche se le cose andavano male. I suoi genitori avevano fatto tutto giusto, se lei, come figlia, riusciva. E naturalmente lei riusciva, nonostante valesse così poco.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Nell’ultimo periodo ho lavorato a un libro di Angelica Overath, prossimamente edito per i tipi della Keller editore: Giorni Vicini – Romanzo in una notte. Il libro è duro, forte, introspettivo. Tema centrale è il rapporto con la madre: proprio quando la madre muore la figlia si reca in ospedale, riordina le ultime cose e poi va nella casa materna; lì, in una notte, circondata di oggetti talmente pregni di significato da travalicare il loro essere cose per divenire simboli, tra flash back, riflessioni e conversazioni con una porta pizze kazaka, l’autrice si misura con il suo passato fino a scegliere di vivere il proprio presente. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">È questo un libro che sembra non portare pietà al passato e agli errori; e in alcuni passi, come in certi testi di Agota Kristof, l’autrice sembra dire ciò che non va detto, dà voce all’indicibile.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Qual è il non dicibile a cui mi riferisco? In molti punti del libro mi sono sentita quasi arrabbiata con l’autrice per la crudezza con cui ritrae la madre. Mi sono detta: ma dov’è la pietà? Ma perché non prova a leggere il passato con una lente più clemente? Può esser l’odio verso la propria madre &#8211; per quanto abbia commesso errori, per quanto sia stata ossessiva, per quanto fosse malata e sbagliata e – tanto grande da giustificare tutta questa insensibilità e crudeltà nella descrizione di un rapporto non funzionale? </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Pochi giorni dopo mi è capitato tra le mani Pelle di marmo, di Slavenka Drakulic, altro libro poco generoso verso la figura materna, altro libro che descrive le morbosità, che dimentica l’indulgenza, che scava e scava senza compassione. Dev’essere un filone della narrativa femminile, mi son detta con lo zaino pieno d’ignoranza e ingenuità, e cercando cercando ho trovato considerazioni interessantissime che vale proprio la pena condividere in questo articoletto, e magari approfondire con letture e introspezioni. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Parto citando Saveria Chemotti che ha usato il rapporto madre figlia come lente privilegiata per scavare nella narrativa di alcune autrici italiane, con l’intento di sottolineare la forte carica simbolica che avvolge la rappresentazione del materno nella letteratura. Sembra infatti che una cospicua parte della letteratura scritta da donne riguardi in particolare il rapporto madre figlia: così in luoghi diversi e in tempi diversi, si va dalla Nemirovski, alla Oates, alla Szabò per citare alcune straniere, da Dacia Maraini a Grazia Deledda, a Elsa Morante per dire di alcune notissime autrici italiane. Ma per quale motivo il rapporto madre figlia è tanto indagato? Perché tanto spesso è venato di giudizi severi? Scrive S. Chemotti: “ripensare se stesse attraverso la madre ha comportato un impegno inteso a simbolizzare la relazione così che miserie e ricchezze del materno assumano valore legittimante del femminile”. La parola Madre, e la parola che descrive il rapporto con la madre, sembrano caricate di un potere grande: di scindere le due persone madre e figlia, di uccidere metaforicamente la madre per conquistare sé, così come Edipo, nel mito, fece col padre. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">La parola letteraria che si fa carico di descrivere la relazione è la pala che scava nell’animo, il bisturi che seziona ed esamina il passato. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Usare la scrittura quindi per analizzare il rapporto con la madre è uno dei modi per emanciparsene.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Usare la scrittura per conquistare/costruire una maggiore consapevolezza di sé, per una ridefinizione della propria identità femminile a partire dal primo modello femminile con cui si viene in contatto e con cui ci si relaziona in modo spesso conflittuale. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Scrivere della madre (in modo più o meno attinente con la verità, la narrativa è narrativa e non va ingenuamente confusa con la vita) diventa il mezzo migliore per avvicinarsi a quanto di taciuto esiste nel rapporto con la madre. E nella parola letteraria, sembra suggerire Chemotti, sembra rintracciabile la chiave per una ridefinizione della propria identità.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">[Saveria Chemotti, L’inchiostro bianco. Madri e figlie nella letteratura italiana contemporanea. - Angelika Overath, Giorni vicini – Slavenka Drakulic, Pelle di Marmo]</span></span></span></p>
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		<title>Bianca, storia di una donna</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:35:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Pasquale TAPPA Cinzia Inguanta ci regala con il suo romanzo Bianca un bellissimo e profondo affresco del nostro tempo; la protagonista, il cui nome dà il titolo al racconto, è una donna di oggi con tutta la sua disinvoltura e tutte le sue incertezze, in crisi perennemente con se stessa e alla continua ricerca, [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/bianca-storia-di-una-donna/">Bianca, storia di una donna</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>di Pasquale TAPPA</strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Cinzia Inguanta ci regala con il suo romanzo Bianca un bellissimo e profondo affresco del nostro tempo; la protagonista, il cui nome dà il titolo al racconto, è una donna di oggi con tutta la sua disinvoltura e tutte le sue incertezze, in crisi perennemente con se stessa e alla continua ricerca, a dire il vero quasi alla Emma Bovary, di un amore totalizzante ed appagante, una donna in lotta con la vita, attratta da ciò che più sembra impossibile e lontano.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">La psicologia fa da sfondo a tutta la narrazione con una sapiente capacità di rielaborazione di tipi e caratteri diversi, soprattutto quelli femminili; ciò che colpisce ed attira di più il lettore è l’innegabile capacità narrativa, un linguaggio avvolgente che ci porta ad inseguire gli avvenimenti ed il succedersi delle situazioni.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Particolarmente adeguata l’immagine di copertina, tratta da Eva, un’opera di Tamara Lempicka: è proprio come Eva la nostra Bianca, una donna che non si accontenta, un’anticonvenzionale, ma non per principio, avvolta in un tempestoso gioco di passione ed amore, una donna che non rinuncia a vivere ma che nello stesso tempo si lascia attrarre da storie e situazioni nelle quali appare come presenza passiva nelle mani altrui.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Il finale a sorpresa, ma forse non troppo, lascia il lettore appagato, sereno così come finalmente, ma anche drammaticamente, appare serena la nostra eroina.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Quando ci siamo visti, abbiamo capito subito di essere di fronte al nostro futuro, non c’è stato bisogno di spiegare niente, era già tutto a posto così. Non ci siamo risposati, una volta nella vita è abbastanza, forse non eravamo destinati a farlo, però siamo una famiglia, una famiglia nel vero senso della parola. Siamo andati a vivere in campagna nella vecchia casa della nonna, vicino a Luisa e Gigi che nonostante tutto stanno sempre insieme.”. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>L’arte del medico</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Graziella LEONE  Un’unica macchia: rossa, cupa e densa. Il resto della tela è ancora immacolato. Fisso il tessuto, leggermente ruvido sotto ai polpastrelli, al cavalletto. Afferro la tavolozza e osservo il panorama. Cogliere la luminosità estiva di un paesaggio marino non è semplice. Bisogna usare colori brillanti certo, ma anche marcati che, piuttosto che [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/larte-del-medico/">L’arte del medico</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>di Graziella LEONE </strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Un’unica macchia: rossa, cupa e densa. Il resto della tela è ancora immacolato. Fisso il tessuto, leggermente ruvido sotto ai polpastrelli, al cavalletto. Afferro la tavolozza e osservo il panorama. Cogliere la luminosità estiva di un paesaggio marino non è semplice. Bisogna usare colori brillanti certo, ma anche marcati che, piuttosto che fondersi, contrastino l’uno con l’altro, così da risultare ancora più forti all’occhio di chi guarda. I dettagli paesaggistici non hanno importanza. Mi concentro su una divisione precisa dello spazio in blocchi di colore. Nette linee d’orizzonte e verticali e una sola curva che dal vialetto della casa conduce alla conca sul mare, senza soluzione di continuità. Il mio linguaggio pittorico si trasforma. Saranno bagliori di luce, non più calde tonalità marroni e ocra, e ampi spazi privi delle piccole scene di convalescenti e guitti. Medicina e pittura fuse in un’unica grande arte. Ma bisogna che racconti con ordine come sono giunto a questo disegno grandioso. Figlio di due primari di un importante ospedale della città, il destino di cerusico a me riservato non fu mai messo in discussione. Fato di cui peraltro non mi lamentai mai, al contrario! Dal compimento della maggiore età e dall’inizio dell’università, fui reso partecipe dei sintomi riscontrati nei degenti più interessanti e venni invitato a tentarne una diagnosi. Amavo quelle discettazioni costruttive e intellettualmente stimolanti. La vicinanza della nostra abitazione al nosocomio mi spingeva al rientro per il pranzo, durante il quale mi sembrava di apprendere più che alle lezioni. Disertai quasi subito quella parte di vita universitaria tanto decantata per i ritrovi e le feste fra studenti, come d’altro canto i compagni di corso si ritraevano dagli inviti a frequentare casa nostra. Solo i più brillanti duravano qualche tempo, ma l’intesa fra me e i miei familiari presto li scoraggiava. Qualcosa però mi mancava. Pensavo che quando avessi finalmente avuto un contatto diretto con gli infermi, la sensazione di incompletezza sarebbe cambiata. Ma la delusione che provai fu acuita dall’inadeguatezza. Inadeguatezza non mia certo! Bensì dei pazienti, miseri questuanti di una cura alle loro mille pene, insofferenti nella loro incapacità di spiegare i sintomi, stolti nel comprendere i possibili rimedi. Fu proprio in uno dei giorni peggiori, sull’orlo di abbandonare tutto per la carriera accademica, che capii. Non fu una folgorazione, piuttosto un caso fortuito, come a volte capitano nella vita. Nauseato dopo il turno di notte fra ubriachi, bambini urlanti e genitori isterici, non avevo voglia di rientrare, perciò mi incamminai lungo il viale che dalla clinica si dirigeva verso il parco. In un viottolo laterale, si innalzava una piccola costruzione, un casino di caccia in origine: un’unica sala centrale con stucchi baroccheggianti laccati in rosa e verde e un paio di piccole porte nascoste alle estremità vicine all’ingresso: la biglietteria e uno sgabuzzino. Il defunto proprietario l’aveva donata al Comune perché la utilizzasse per brevi mostre monografiche di pittori che avevano fatto scuola nel passato e caduti nell’oblio ai giorni nostri.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Non avevo voglia di entrare, ma il desiderio di starmene appartato mi convinse a optare per il raccoglimento del salone, deserto a quell’ora del mattino. Non ricordo il nome del maestro, ma costui, inconsapevolmente e a distanza di secoli, mutò la mia esistenza e quella di molte altre persone. Si trattava di poche tele, provenienti da una raccolta privata, aventi come soggetto la materia medica. Non le classiche lezioni di anatomia: invalidi o storpi ritratti nudi o seminudi dimostravano la curiosità pseudoscientifica con cui erano realizzate le opere. Eppure l’effetto ottenuto andava al di là delle sembianze: le figure non erano supplicanti, la semplificazione del segno e l’inusuale punto di vista ribassato le rendevano imponenti, tanto da lasciare interdetti; la profondità del loro sguardo esprimeva la consapevolezza di quali possano essere le amarezze della vita. Sguardi silenziosi nella loro faticosa determinazione, tanto più nel contrasto con lo spaesamento dei sani di fronte ai limiti imposti dalla patologia. Quegli uomini non solo guardavano, ammonivano. Non erano più’ esseri meschini dai farfugliamenti confusi. I loro difetti erano diventati strumento di profondità umana e il dolore che ne traspariva era ingiudicabile. Questi erano i malati che mi interessavano, per i quali valeva la pena attardarsi la sera nello studio delle cause dei loro malanni per trovarne i rimedi. Sapevo quello che avrei dovuto fare. Ero bravo negli affreschi e negli acquarelli. C’era stato un momento, dopo l’esame di maturità, in cui fui tentato di intraprendere gli studi all’Accademia di Belle Arti, incoraggiato dalle lodi del Maestro M. che frequentava la nostra cerchia. Dopo la mostra non rientrai; passai dal negozio di pittura dove ero solito procurarmi il materiale. Non sapendo in che stato fossero i miei pennelli e immaginando i tubetti di colore seccati dall’azione del tempo, decisi di acquistare tutto quanto potesse servirmi, compresa una costosa valigia di legno dove riporre gli strumenti di quello che, avevo deciso, sarebbe diventato il mio secondo lavoro. Non sarebbe stato facile riprendere, ma ero deciso a migliorare la tecnica. Sarei andato oltre le apparenze. Ritrarre i sofferenti divenne parte integrante del mio lavoro di medico. Potevo concentrarmi su pochi di loro, pertanto sceglievo accuratamente i casi che ritenevo degni. Col tempo lo spirito di osservazione si acuì: la mia mente dipingeva la malattia. Mi ero creato un codice: per ogni ruga o segno leggero l’insieme assumeva un diverso equilibrio e un nuovo significato. Il livore della pelle, le vene degli occhi, la postura, i toni misteriosi di un’ombra o una luce velata; ogni minima inezia era un possibile indizio del male e mi avrebbe condotto a una diagnosi e una probabile cura. I pazienti ristabiliti, con il loro aspetto florido, mi infastidivano. Era l’imperfezione a stimolare il mio desiderio di bellezza. Quando la raggiungevo, mi annoiava e restavo solo con l’incanto dai miei quadri.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Ero diventato noto come “il dottore che guarisce dipingendo”. L’arte aveva il pregio di rendere, se non attraente, almeno affascinante ciò che altrimenti sarebbe apparso squallido. Proiettava all’esterno una percezione interiore per rivelare dimensioni inaccessibili alla ragione. Neutralizzava il distacco cinico dalla miseria umana, animando l’interesse dei finanziatori per nuove cure. Io mettevo a nudo la psicologia della persona. Quei dipinti erano le persone che rappresentavano: arrendevoli o avvezzi alle sfide della vita, rassegnati ai diversi ritmi imposti dall’infermità o, al contrario, risoluti.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Desolazione e disfatta andavano eliminate. Questo era il mio scopo. La cronicità non esisteva nel passato. È frutto di una tecnologia che evita la morte, ma non risana. Se il paziente non si concede la speranza, il medico è inerme. Tinte dimesse, pennellate poco corpose e il ghigno deformante che li caratterizzava era il simbolo della loro incapacità di reagire. Poco dopo morivano. La morte: unico aiuto possibile ai loro patimenti.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Un poliziotto sospettò qualcosa; era parente di uno di questi deceduti, di costituzione cagionevole ma in condizioni di salute non gravi. I medicinali però sono troppi perché ne vengano ricercate le tracce in una normale autopsia e non sapendo cosa cercare, è tutto inutile. Ed eccomi giunto al capolavoro. Anche l’ispettore è presente alla mia “personale” ed è stregato dalla tela, così insolita rispetto agli altri soggetti. D’altra parte conoscevo il posto dove è avvenuto il delitto e conosco l’anatomia. Nessuno stupore la resa della vividezza della scena. Come se fossi stato presente&#8230;</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Colori brillanti e marcati che cozzano l’uno contro l’altro, divisione precisa dello spazio in blocchi di colore, nette linee d’orizzonte e verticali e una sola curva che dal vialetto della casa conduce alla conca sul mare. Il riflesso dell’acqua dona un bagliore immobile al misto di verde, giallo dorato e rossiccio della linea di alberi in lontananza; armonia discreta in contrasto con le increspature al largo del mare, unico incessante moto ritmico.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">La macchia rossa emerge dal cadavere per penetrare il blu intenso del mare. Macchia che, pur se posta sulla destra del dipinto, ne diviene il centro focale capace di donare fascino e repulsione al quadro. Non il rosso sangue a cui si è abituati, bensì una trasparenza strana, di carne, in cui la consistenza delle spesse pennellate rivelavano la fisicità del corpo riverso senza vita. Mi sono lambiccato lungamente per quella tinta. Ore trascorse mischiando preparati con sostanze dense. La soluzione è sempre la più semplice: sangue vero con resti di tessuti sfilacciati dal coltello. Sono partito da quello, il resto della tela ancora immacolato. Rimirarla ora è come liberarmi da tutti i piagnistei assordanti che hanno segnato il mio percorso professionale, aggiungendo il piacere sottile di un agente incredulo con le prove sotto il naso.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>Morire sempre e ancora di carcere. In memoria di Stefano Frapporti</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:32:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Mario COSSALI Riprendiamo, anche se ingenuamente avevamo sperato di non riprendere, la nostra via crucis nelle carceri italiane. Nei primi due mesi del 2012 si sono registrate già trenta morti, delle quali tredici sicuramente per suicidio. Ma torniamo pure indietro e rinfreschiamoci, per così dire, la memoria: nel 2011 ci sono state 186 morti [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/morire-sempre-e-ancora-di-carcere-in-memoria-di-stefano-frapporti/">Morire sempre e ancora di carcere. In memoria di Stefano Frapporti</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><strong>di Mario COSSALI</strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Riprendiamo, anche se ingenuamente avevamo sperato di non riprendere, la nostra via crucis nelle carceri italiane. Nei primi due mesi del 2012 si sono registrate già trenta morti, delle quali tredici sicuramente per suicidio. Ma torniamo pure indietro e rinfreschiamoci, per così dire, la memoria: nel 2011 ci sono state 186 morti in carcere e di queste ben 66 per suicidio; se poi partiamo dal 2000 le morti in carcere sono state 1963, di cui 705 per suicidio</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Analizziamo nel dettaglio, macabro dettaglio, le morti in carcere del 2011: 66, come abbiamo già detto, per suicidio; 23 per cause da accertare (sono cioè in corso indagini giudiziarie); 96 per cause naturali; 1 per omicidio. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Dei suicidi 45 erano italiani e 21 stranieri; 64 uomini, 2 donne. 44 sono morti per impiccagione, 12 per inalazione di gas butano da bomboletta, 6 per avvelenamento (con farmaci, droghe, detersivi o altro), 4 per soffocamento. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Per quanto riguarda il luogo di detenzione: 46 i suicidi in sezione “comune”, 10 in sezione “internati” (9 in Opg, 1 in Casa di Lavoro), 4 in sezione “isolamento”, 3 in sezione “protetti”, 2 in sezione “infermeria”, 1 in sezione “alta sicurezza”. 28 di essi erano condannati con sentenza definitiva, 27 in attesa di primo giudizio, 3 condannati in primo grado, 8 in misura di sicurezza detentiva. Cerchiamo di fare un ragionamento ulteriore. Il tasso medio di sovraffollamento a livello nazionale corrisponde al 150%, circa 68.000 detenuti in 45.000 posti disponibili. In tutte le carceri nelle quali è avvenuto più di un suicidio nell’anno 2011 il tasso di sovraffollamento risulta essere superiore alla media nazionale: deve essere segnalato nella categoria dell’abisso il carcere di Castrovillari, in Calabria, con 2 suicidi su 285 detenuti, con una media di affollamento del 217%.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Gli Opg, Ospedali Psichiatrici Giudiziari fanno rilevare un alto numero di suicidi pur in presenza di tassi di occupazione dei posti disponibili inferiori al 100%, ma questo è ben spiegabile, non certo giustificabile, anche con la particolare tipologia della popolazione che “abita” in questi istituti, dei quali recentemente è stata decisa l’eliminazione, dopo la meticolosa inchiesta sul campo compiuta da una commissione parlamentare guidata dal sen. Ignazio Marino.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>Adolescenza: un periodo inevitabilmente problematico?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:21:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°44.45]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Ilenia POLLI Il concetto di adolescenza, inteso come stadio segnato da “tempeste e stress”, è stato introdotto per la prima volta nel panorama della nascente psicologia americana nel 1904 da G. Stanley Hall. Con questa espressione non si fece altro che formalizzare idee in circolazione da tempo immemorabile; poiché è plausibile che i giovani [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/adolescenza-un-periodo-inevitabilmente-problematico/">Adolescenza: un periodo inevitabilmente problematico?</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di<strong> Ilenia POLLI</strong></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Il concetto di adolescenza, inteso come stadio segnato da “tempeste e stress”, è stato introdotto per la prima volta nel panorama della nascente psicologia americana nel 1904 da G. Stanley Hall. Con questa espressione non si fece altro che formalizzare idee in circolazione da tempo immemorabile; poiché è plausibile che i giovani guardino al mondo con sguardo fresco, è del tutto sensato che ogni nuova generazione venga vista in modo ambivalente. I giovani vengono così apprezzati e lodati per l’energia e la passione che investono in ogni loro attività ma, dall’altra, vengono temuti, come un pericolo e una minaccia. A tal proposito basti pensare alla curiosità e al timore che possono suscitare molti giovani che cercano di esplicitare l’appartenenza ad un gruppo, e contemporaneamente distanziarsi dal mondo adulto, attraverso un abbigliamento e acconciature vistosi e particolari. In linea con quanto detto molti adolescenti ricorrono a piercing e tatuaggi come modo per affermare la propria identità, una richiesta di attenzione da parte della persona che ha preso il posto del bambino che un tempo apparteneva integralmente alla famiglia. Questo atteggiamento, quindi, non deve essere visto necessariamente come trasgressivo, ma come forma di autonomia e ricerca del proprio Sé. L’adolescente da chi deve prendere le distanze, qual è il termine di paragone del processo di autonomia?</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Certamente il rapporto con i genitori risulta essere centrale per l’adolescente il quale deve assolvere ad un compito evolutivo fondamentale: ristrutturare il rapporto con le figure genitoriali. Queste ultime, tuttavia, perdono il loro carattere immaginario, alcuni parlano addirittura di caduta degli dei, riferendosi alla consapevolezza dei limiti e difetti dei propri genitori, visti non più come persone in grado di far tutto ma nella loro imperfezione. Un genitore che viene quindi svalutato, aggredito. In questa situazione il punto di riferimento sociale ed affettivo diviene il gruppo dei coetanei (il cosiddetto gruppo dei pari) in quanto è in grado di fornire sicurezza e sostegno fondamentali attraverso la condivisione di codici linguistici, sociali ed estetici, molto spesso estranei ai propri genitori.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Il contesto familiare, in particolare la qualità delle sue relazioni, è comunque cruciale per determinare le competenze e la fiducia del giovane. In questo periodo di ristrutturazione della propria immagine corporea, ma non solo, le figure genitoriali, pur rimanendo sullo sfondo, costituiscono una base sicura per le relazioni che si andranno a costruire in futuro. Questo è possibile nel momento in cui si riesca a garantire dei livelli moderati di controllo, flessibilità ed affetto attraverso una comunicazione chiara e basata sulla negoziazione. Questo stile di comunicazione familiare, definito da D. Baumrind autorevole, permette di instaurare un legame di profondo rispetto tra genitori e figli, dove i primi riconoscono i desideri dei secondi e, soprattutto, incoraggiano la comunicazione e gli scambi verbali. Le regole di condotta vengono condivise e costruite insieme accettando che il ragazzo possa esprimere un punto di vista diverso. In ultima analisi, durante l’adolescenza la famiglia continua ad essere un importante fattore protettivo a patto che disponga dello stile comunicativo familiare di cui abbiamo accennato e che disapprovi esplicitamente i comportamenti a rischio fornendo, tuttavia, dei modelli di adulto positivi, veicolati attraverso comportamenti e atteggiamenti. L’adolescenza è veramente una stagione della nostra vita inevitabilmente di disagio? </span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Quanti di noi possono affermare che la propria adolescenza sia stata un momento sereno e appagante, non un periodo di domande esistenziali le cui risposte sono state ricercate attraverso l’opposizione e la trasgressione?</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Comportamenti devianti, come l’abuso di alcol e droghe o fenomeni come quello della scarificazione (o self-cutting), in realtà nascondono un disagio più profondo. Tuttavia sarebbe sbagliato associarli automaticamente all’adolescenza solo perché l’immaginario comune vorrebbe questa fase di sviluppo un momento “complicato”, non considerandolo come un momento delicato dovuto alla transizione tra il mondo infantile e quello giovanile/adulto.</span></span></span></p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Diversi sono i fattori che concorrono a definire i confini dell’adolescenza, per tale ragione le eccessive semplificazioni e generalizzazioni portano inevitabilmente a non considerare la situazione nella sua globalità, non permettendo all’adulto di supportare ed accompagnare adeguatamente il giovane in questo momento importantissimo per la definizione dell’identità futura.</span></span></span></p>
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		<title>Armando Aste e il suo ”alpinismo epistolare”</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2012 16:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°44.45]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Mario COSSALI &#160; Henriette d’Angeville, fra le prime scalatrici del Monte Bianco ci teneva a portare sempre con sé in montagna: ”un foulard di seta, una maschera antineve, coltello, termometro, cannocchiale e crema di cocomero contro il sole e un calepino per scriverci”. Scriveva: “Quando piove mi sento orfana, quando appare il sole sento [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/armando-aste-e-il-suo-alpinismo-epistolare/">Armando Aste e il suo ”alpinismo epistolare”</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario COSSALI</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">Henriette d’Angeville, fra le prime scalatrici del Monte Bianco ci teneva a portare sempre con sé in montagna: ”un foulard di seta, una maschera antineve, coltello, termometro, cannocchiale e crema di cocomero contro il sole e un calepino per scriverci”. Scriveva: “Quando piove mi sento orfana, quando appare il sole sento uno slancio del cuore, quando vedo il Bianco mi viene in mente il Cantico dei Cantici”. Così scriveva verso la fine di un suo articolo, “Il Monte Bianco d’estate”, nell’agosto 1997, Giorgio Bocca e, mutatis mutandis, leggendo queste frasi ho pensato al libro, da poco pubblicato, di Armando Aste, “Alpinismo epistolare”, presentato a Rovereto e poi a Isera dal suo autore. Perché dico questo? Lo dico con convinzione perché leggendolo prima e ascoltandone poi la presentazione e il commento da parte del grande alpinista ho avvertito lo stesso slancio del cuore e la stessa tensione mistica. E Armando Aste, continuando a ripetere e a ribadire con forza che in fondo l’alpinismo nella sua dimensione fisicamente e spiritualmente ascensionale è una forma di conoscenza, non ha fatto altro, e non è poco, che ripercorrere il cammino di tanti mistici del passato, che, senza retorica emotiva e senza cedimenti superstiziosi, davano alla loro ascensione interiore sia i caratteri dell’eros che del pensiero profondo, per arrivare oltre il territorio della ragione, pur non rinnegandolo.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">“In queste pagine, in queste missive ci sono le firme di grandi alpinisti del mio tempo, di quelli che mi hanno preceduto, di quelli che sono seguiti, assieme a figure eccezionali ed a persone comuni della vita di ogni giorno. Amici che non sapevo di avere” Così scrive Armando Aste introducendo il suo libro, che ha un po’ dell’incredibile, perché attraverso lettere, biglietti, cartoline di saluti riesce certo a ricostruire la sua vita e non solo quella di alpinista, ma, ancor prima, quella di uomo e in più ricostruisce, quasi inavvertitamente, pagina dopo pagina, una vera e propria storia dell’alpinismo.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">La caratteristica di questa storia è di essere viva, di avere volti e corpi che la rappresentano e che la fanno parlare: insomma, uno leggendo questa sorta di romanzo epistolare si fa un’idea della ricchezza e della complessità di questa grande avventura che è stata e che è l’alpinismo, un’avventura che è stata interpretata in molti modi, ma che è destinata a resistere anche nel tempo attuale, del consumismo e dell’immagine mercificata, che pure l’hanno influenzata pesantemente, come una pratica di resistenza umana e di ricerca. È vero che non tutti gli alpinisti sono pervasi dello spirito religioso di Armando Aste, ma è anche vero che l’alpinismo in sé è un’ascesa permanente ed è una prova continua, una continua interrogazione, alla quale non tutti danno risposta, ma che comunque resta.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">“Le montagne ci avevano fatto sollevare lo sguardo e così avevamo visto tutto il cielo che le sovrasta. Poiché eravamo diventati coraggiosi, ci spinse allora il segreto pensiero di poter cogliere le stelle. Per illuminare il cammino e abbellire questo nostro tempo breve”.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">Ma sempre Armando Aste scrive a commento della parabola evangelica del Buon Samaritano: “A differenza del buon Samaritano, a volte anche un alpinista passa oltre e magari gli succede di barattare una vita per la “gloria” della vittoria. È successo e potrà succedere ancora. Quando si antepone il raggiungimento di una prestigiosa meta al valore di una vita umana”.</p>
<p style="text-align: justify;" lang="it-IT" align="JUSTIFY">Come Immanuel Kant che trovava l’origine della sua fede nel “cielo stellato sopra di noi” e nella “legge morale dentro di noi”.</p>
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		<title>Alimentazione, prevenzione delle malattie, vita sana</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 15:38:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Carlo ANDREATTA Lunedì7 novembre 2011, a Mori (Tn), presso l’auditorium comunale, Gian Gaetano Delaini ha tenuto una relazione su un tema di particolare interesse: “Alimentazione, prevenzione delle malattie, vita sana”. Delaini &#8211; docente universitario e responsabile dell’unità di Chirurgia colo-proctologica del Policlinico di Verona &#8211; utilizzando un linguaggio semplice e chiaro, ha fornito utili [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/alimentazione-prevenzione-delle-malattie-vita-sana/">Alimentazione, prevenzione delle malattie, vita sana</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Carlo <strong>ANDREATTA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lunedì7 novembre 2011, a Mori (Tn), presso l’auditorium comunale, Gian Gaetano Delaini ha tenuto una relazione su un tema di particolare interesse: “Alimentazione, prevenzione delle malattie, vita sana”. Delaini &#8211; docente universitario e responsabile dell’unità di Chirurgia colo-proctologica del Policlinico di Verona &#8211; utilizzando un linguaggio semplice e chiaro, ha fornito utili indicazioni e preziosi suggerimenti per mantenere sano il nostro corpo il più a lungo possibile. A partire da ciò che quotidianamente mangiamo, il professore veronese ha illustrato le conseguenze degli abusi alimentari in rapporto alle patologie e ai disturbi più diffusi nell’uomo che vive i ritmi sincopati della civiltà post-industriale. Il professor Delaini ha ricordato che è determinante avere un buon corredo genetico per vivere al riparo da fastidiose malattie; è però importante mantenere saggi stili di vita: mangiare ad ore precise e, soprattutto, lentamente; evitare il fumo, le bevande alcoliche e i cibi in scatola. Il professor Delaini ha più volte sottolineato che è fondamentale svolgere una costante attività fisica e dormire un certo numero di ore al giorno. Molte le domande che il folto pubblico ha rivolto a Delaini, il quale ha risposto con precisione e affabilità. Gli assessori Daria Ortombina (Comune di Mori) e Marcello Benedetti (Comunità della Vallagarina) hanno ringraziato il docente veronese e lo hanno invitato nuovamente a tornare nella terra trentina, terra alla quale Delaini è particolarmente affezionato.</p>
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		<title>L’Occhio Altrove</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 15:38:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>di Gianni Della Cioppa È notte fonda, i ragazzi hanno smontato l’attrezzatura da un pezzo, il pubblico ha abbandonato la sala dopo le ultime chiacchiere e birre. Seduto in un angolo, ho seguito assonnato le solite manovre di scarico (dal palco) e carico (sul furgone) della strumentazione e penso a quanto amore per la musica [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/locchio-altrove/">L’Occhio Altrove</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Gianni<strong> Della Cioppa</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È notte fonda, i ragazzi hanno smontato l’attrezzatura da un pezzo, il pubblico ha abbandonato la sala dopo le ultime chiacchiere e birre. Seduto in un angolo, ho seguito assonnato le solite manovre di scarico (dal palco) e carico (sul furgone) della strumentazione e penso a quanto amore per la musica c’è dietro quel rituale che si ripete ad ogni concerto: viaggi a raccontare di sogni e speranze (Ci sarà gente? Pioverà ancora? C’è la Champions questa sera? Speriamo di no sennò non viene nessuno. Il fonico come sarà? Luca e Roby hanno detto che porteranno degli amici…), e tutte le altre tappe: l’arrivo al locale, lo scarico della strumentazione, i primi contatti con i tecnici, cercare qualche volto amico tra i primi astanti che arrivano in sala, il soundcheck, poi il concerto, dove in un’oretta scarsa devi cercare di convincere gente, spesso che non ti ha mai ascoltato, che vali qualcosa, anche senza doverti prostituire con delle cover. E tu sei lì che sudi, che ti impegni, che cerchi di strappare un sorriso, un applauso non di circostanza, che tenti di scorgere negli occhi del pubblico un minimo consenso. Siamo ai saluti, come si dice in gergo? “L’abbiamo portata a casa anche questa serata” e tutto sommato sei contento. Mentre smonti e ti rammarichi di quell’accordo sbagliato, di quella nota non presa, di quella rullata che si è incartata sul tamburo, avresti tanto bisogno che qualcuno venga a salutarti, a regalarti una pacca sulle spalle, un complimento risicato, ma sincero. E quando accade è una gioia così grande che compensa tutti i sacrifici che hai fatto per essere lì quella sera con la tua musica. Ma io sono ancora qui e guardo i ragazzi inseguendo un segnale: debbo accompagnare uno della band al casello autostradale, ma comincia a farsi tardi anche e cerco di sveltire le manovre di partenza. Ma nonostante non ci sia altro da fare, nessuno dei ragazzi del gruppo sembra intenzionato a partire. Allora mi alzo e chiedo il motivo. La risposta è semplice: “Stiamo aspettando che il gestore ci dia il compenso pattuito”. Rimango basito, il concerto è terminato da un pezzo, la band ha smontato tutto da oltre un’ora e nessuno si è fatto avanti per saldare l’ingaggio. Il proprietario del locale è dietro il bancone a far niente. Capisco allora la strategia: è la band che deve umiliarsi a chiedergli i soldi, ma la band regge il confronto e in questo gioco delle parti il tempo passa. Se mi seguite raramente sono generoso con le band underground (presuntuose, disinteressate alla musica degli altri, convinte di avere il mondo contro…), ma la dignità non deve essere calpestata, c’è una linea di confine che non va superata. E poi io sono stanco, molto stanco. Così mi alzo, affronto il gestore e fingendomi una specie di manager esigo educatamente la cifra dell’ingaggio a nome del gruppo. Il tipo, nemmeno fosse il proprietario del Fillmore East apre la cassa, tira fuori ben 150 euro e me li allunga con fare sprezzante e dice “Dovrei darvi di meno, non avete portato nessuno, ho venduto le solite birre di una serata senza musica”. Capisco le sue motivazioni e conosco i sacrifici che ci sono dietro la gestione di un locale, ma non riesco a trattenermi e gli dico “Grazie, ma forse hai la birra che fa schifo, prova a cambiare marca”. Salgo in macchina con il batterista del gruppo, gli altri mi seguono. Niente casello, cambio di programma, ci fermiamo in un locale ancora aperto. La stanchezza se ne è andata, affogata in giro di birre offerto dal sottoscritto.</p>
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