David Cronenberg, la promessa dell’assassino (2008)

di Tania CAROLI

E Cronenberg mantiene la promessa. Funziona il noir del regista che non aveva convinto nel suo precedente tentativo di dipingere il vero volto della società americana al di là di una famiglia disneyana, quello che davanti alla realtà nera si gira oltre e prosegue inalterato il suo cammino. Ma quello era History of violence ed era un’altra storia. Quel sadismo “intelligente” di Cronenberg rispunta qui, nella Promessa dell’assassino, nella piece in cui si muovono come ombre figure giustapposte che a poco a poco tessono una tela solida e resistente al tempo. Siamo a Londra, e non poteva essere altrimenti, perché, al di là di un clima grigio e nebuloso, si mostrano le differenti realtà di una città tanto uniforme nel clima quanto varia nei suoi abitanti. Due gli spazi principali: una villa/ristorante (di cui vediamo il portone difeso da un energumeno in abito scuro, la sala da pranzo e un angolo di salotto) e un appartamento in tutt’altra zona, un normale appartamento in un quartiere modesto di una metropoli. Due luoghi e due mondi: la dimora di un “padrino” della mafia russa con figli e dipendenti e l’abitazione di due coniugi di mezza età, brave persone, che ospitano la nipote reduce da crisi sentimentale. Unico legame la terra, la Russia, patria anche di quel signore dell’appartamento che sostiene, ma non viene molto preso sul serio, di essere stato un ausiliario del KGB.

Dà il via all’intreccio un diario che la bionda ragazza, di professione ostetrica, ruba dalla borsa di una paziente quattordicenne morta durante il parto, dopo aver dato alla luce una splendida bambina; e lei che ha già perso un figlio dal suo precedente amore russo, non può che prendersi a cuore quella storia. E la sua testardaggine, che si scontra inizialmente con lo zio, la porta in quella dimora dove incontra, ignara, proprio il vecchio boss che si offre di tradurle il diario. Ma già si intuisce qualcosa di losco anche perché fin dalla prima scena abbiamo scoperto un omicidio a cui il figlio del boss partecipa nella fase macabra della sparizione del corpo. Ne conosciamo i traffici che violenti si consumano al di fuori di quella dimora, mentre dentro il vecchio boss riporta tutto a silenzio. Il diario porterà la verità, uno stupro di una prostituta ad opera del boss, e la vita della giovane donna, della sua famiglia e della piccola neonata cadranno in un vortice di minacce e terrore. Ma l’occhio di Cronenberg sta al di sopra di tutto e non si sofferma né sui buoni né sui cattivi, immergendosi in quella tipica e lontana atmosfera noir americana, figlia degli hard boiled in cui il bene e il male si mischiavano nei sobborghi grigi di una metropoli. La macchina da presa del regista non interviene, niente soggettive se non alcune false ma neanche molto credibili, perché non le interessa di addentrarsi in nessun personaggio ma di rimanerci sopra, farlo muovere, solo in funzione della narrazione, finché serve, per poi passare oltre. Ed è così che tutti ci passano davanti, in una continua frenesia, in un crescendo grazie a cui un piccolo segreto di volta in volta si dischiude: una giovane ragazza bionda troppo lacerata dal recente aborto per essere davvero terrorizzata dalla situazione, un anziano boss “tipizzato” dallo sguardo gelido e dai pochi ma significativi dettagli di brutalità, un figlio dalla violenza gratuita e spesso redarguito dal padre perché inconcludente e addirittura possibile gay, un autista tutto d’un pezzo ma glaciale esecutore di morte che vediamo entrare nel clan ma poi scoprire essere dall’altra parte (non diciamo oltre!) e, infine, in forma minore gli zii, un altro figlio ritardato e la bambina. L’intreccio perfetto, giostrato da un indifferente o quasi Cronenberg, è reso possibile dall’abilità indiscutibile degli attori, da Naomi Watts, puntuale, da Mullolhand Drive ai film commerciali, al non più fantasy Viggo Mortensen, alla conferma Vincent Cassel.

Unico appunto l’insistenza su alcuni dettagli davvero troppo macabri, certo simbolici ma non fondamentali, quali il sangue sulla neonata o l’eccessiva lotta del nudo “autista” nella sauna. Per il resto, a parte la solita prostituta nella città di Jack lo Squartatore, Cronenberg dipinge uno dei tanti angoli di una città in cui multiculturalità non sempre significa interculturalità, in cui molti convivono celati e confusi dal grigio metropolitano così come meno nero è il finale, rispetto agli esempi del genere; solo così forse, rimane però quel senso di sospensione e di impotenza che purtroppo aleggia sempre più spesso, in ogni luogo, indipendentemente dal clima.