Fausto Melotti: non a caso piaceva molto a Calvino

di Mario COSSALI

Vi propongo alcune riflessioni accumulate per la bella mostra di Fausto Melotti, che in questa primavera del 2009 si è imposta autorevolmente all’attenzione di un folto pubblico di appassionati e di curiosi presso la coraggiosa galleria d’arte roveretana “Transarte”, curata con passione e competenza non comuni da Micaela Sposito e da Sergio Poggianella.

All’inaugurazione della mostra era presente il notissimo critico e storico dell’arte, lui pure pittore e amico di Melotti, il gran vegliardo Gillo Dorfles.

Fausto Melotti era nato a Rovereto l’8 giugno del 1901 da Albina Fait e Gaspare Melotti; allo scoppio della prima guerra mondiale si era trasferito con la famiglia a Firenze. Studi a Pisa e a Milano, fisica, ingegneria e più tardi accademia d’arte. Viaggi fondamentali a Parigi e ritorni altrettanto fondamentali a Rovereto. Prima mostra personale alla galleria “Il Milione” a Milano, poi tanta ceramica,anche per vivere; la rivelazione del genio arriva negli anni sessanta e la “consacrazione” solo alla fine degli anni settanta. Muore a Milano il 22 giugno 1986.

CONTEMPORANEO PERCHÈ CLASSICO

Quando si parla dell’arte di Fausto Melotti, generalmente si parla di arte metafisica. Valga per tutti, per la sua profondità icastica, il giudizio del compianto Paolo Fossati:

“Melotti, pur con un vocabolario di oggetti geometrici in cui la memoria dei materiali dechirichiani è viva, vuole indicare una superficie più segreta e vivace in cui affonda la percezione poetica e che anima la costruzione plastica dal di dentro, per vibrazione impercettibile.

Con Melotti il gioco delle metafore si allarga e non solo viene posta in campo l’architettura, ma la musica.

Esecuzione ritmica e armonica che si dilata nello spazio, vibrazione di cui filamenti, forme, ramificazioni del metallo o dei gessi sono l’eco o il risvolto figurativo che si prolunga oltre il limite definito dagli oggetti prescelti.”

(Paolo Fossati, Pittura e scultura tra le due guerre, in Storia dell’arte italiana, Parte seconda, volume terzo, Il Novecento, pag. 242, ed. Einaudi, 1982).

Bisogna stare cominque attenti a non scambiare la linea di Melotti come una sorta di fedeltà assoluta al verbo dell’amico e mentore Carlo Belli.

“Ci devono pur essere quadri in sol maggiore, in fa diesis minore, in re, in la, e così via. Il discorso che fila su questa logica diatonica appare più chiaro (o così sembra).

Non uscire dalla tonalità stabilita, il che non significa davvero fare pittura tonale …E soprattutto rimanere fedeli alla consegna: ORDINE E PULIZIA.

Mio cugino Melotti sorride e dice che questo potrebbe essere il motto degli spazzini…”

Carlo Belli, Giustificazione personale, 1979, in Carlo Belli, N.92 della serie Arte Moderna Italiana, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1984).

Appare qui quel disincanto che accompagna tutto l’itinerario artistico di Melotti, che è frutto, oltre che di un atteggiamento di lirico stupore, senza alcun dubbio di una formazione complessiva molto ricca, segnata da incontri e luoghi, dimensioni e concezioni tra loro diverse. Pensiamo alla traccia giovanile della Scuola Reale Elisabettina a Rovereto, gli studi liceali a Firenze, il cursus universitario tecnico scientifico, l’accademia di Brera, l’incontro con la scultura di Pietro Canonica e di Adolfo Wildt attraverso la mediazione dello zio Carlo Fait, l’incontro con Giò Ponti, la ceramica e l’art deco’, l’intreccio permanente con le esperienze architettoniche razionaliste di Luigi Figini, Gino Pollini, Adalberto Libera e Luciano Baldessari, il sedime filosofico rosminiano dell’idea dell’essere, ma anche il senso del gioco creativo ricorrente, che lo affascinò sempre fin dalle avventurose giornate futuriste roveretane con Fortunato Depero.

C’è nella produzione artistica di Fausto Melotti, pur dentro un lavoro di classica malinconia, una dimensione compiaciuta di leggerezza, un senso di ludica visionarietà che oltrepassano, e di molto, progressivamente, le colonne d’Ercole del rigore astratto, nei confronti del quale in ogni caso si sente a modo suo perennemente attratto.

Se il formalismo geometrico chez Monsieur Belli voleva nutrire “lo spirituale nell’arte”, Melotti trova, nel corso degli anni, un linguaggio che recupera poeticamente le funzioni conoscitive del mito.

“L’uomo omerico si risommerge per mezzo di Talete nell’antico concetto dell’unità originariamente generica della forza primordiale, propria della religiosità mediterranea, ma risorge tosto nel trionfo di un pensiero speculativo capace di serrare in unità il mondo tanto nel dominio del tempo, quanto nell’estensione dello spazio, senza perdere mai di vista il multiforme e contrastante tumultuare delle cose e degli esseri.”

(Mario Untersteiner, “La fisiologia del mito”, pag. 217, ed. Bollati Boringhieri, 1991). Fausto Melotti si è abbeverato a molte fonti (surrealismo, astrattismo, neospiritualismo, razionalismo, art-deco, archeologia, musica, poesia) fino ad arrivare alla sua propria fonte, quella della sua particolarissima grazia incantatrice.

Mario Merz aveva “denunciato la via dell’immagine come una specie di arteriosclerosi che affliggerebbe la nostra vita intellettuale” (cito da Renato Barilli sulle pagine della rivista “Il Verri” del giugno del 1973), eppure all’immagine, alle immagini torniamo, non tanto nel senso della rappresentazione realistica tradizionalmente intesa, quanto nel senso della ricerca di figure che riempiano, seppur provvisoriamente, seppur parzialmente i buchi della ragione, che curino le sue ferite. E le immagini inventate da Fausto Melotti, di qualsiasi tipo esse siano, rilanciano questa impresa, anche quando incrociano il calcolo con la fantasia, la formula con il sogno, la materia con il racconto, l’essenzialità con la forza dell’io.

Italo Calvino, a proposito del concetto di classico, riferendosi alla letteratura, ma noi possiamo estendere il ragionamento all’arte in generale, così scriveva: “Ogni lettura di un testo classico ed anche ogni sua rilettura è in ogni caso una scoperta, perché il testo classico, ogni testo classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire, porta su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che ha lasciato nella cultura o nelle culture che ha attraversato. Se leggo l’Odissea leggo il testo di Omero, ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure di Ulisse sono venute a significare durante i secoli e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni.”

(Italo Calvino,”Perché leggere i classici”, Oscar Mondadori, Milano, 1995, cap. 7). Per questo Melotti è classico, perché è contemporaneo nel chiedersi in ogni sua opera il significato attuale delle sedimentazioni antiche, dell’arte come del pensiero, perché ha superato il contesto storico proprio ed è voce di oggi, a differenza di altri percorsi creativi, pur importanti, che restano irrimediabilmente legati ai loro anni. Con la sua opera illumina lo spazio, invita al colloquio, non pretende di essere mai conclusivo, abbandona ogni volta la tentazione dello specchio di Narciso e ci guarda sereno negli occhi. Non a caso piaceva molto a Calvino.