IRAN, “FU ESPLOSIONE NUCLEARE”. L’ITALIA VALUTA CHIUSURA AMBASCIATA

TEHERAN – È crisi profonda tra Gran Bretagna e Iran dopo l’assalto di ieri alla sede diplomatica britannica a Teheran, con l’Occidente che si schiera a fianco di Londra. Il ministro degli Esteri di Sua Maestà William Hague, usando mano durissima nei confronti del regime degli ayatollah, ha ordinato oggi l’espulsione della rappresentanza diplomatica iraniana dal Regno Unito «entro 48 ore» e ha deciso la chiusura dell’ambasciata britannica a Teheran, con conseguente evacuazione del suo staff. Le relazioni fra i due paesi sono ai minimi storici. «Se un Paese rende impossibile per noi operare all’interno del suo territorio – ha tuonato Hague ai Comuni – non si pu• aspettare di avere un’ambasciata funzionante qui da noi». Il ministro, che ha ottenuto l’appoggio di tutti i partner europei, ha quindi esposto ai deputati la ricostruzione di quanto accaduto, precisando che l’assalto Š stato condotto in massima parte da studenti della milizia Basij, un’organizzazione che fa capo a «settori» del regime iraniano. «Che l’attacco possa essere avvenuto senza una qualche forma di sostegno da parte del regime – ha sottolineato Hague – è pura fantasia». Impossibile dunque porgere l’altra guancia. Downing Street, nella tarda serata di ieri, aveva d’altra parte avvertito di ritenere il governo iraniano «responsabile per il suo inaccettabile fallimento nel garantire la sicurezza del personale diplomatico, cos come richiesto dal diritto internazionale». Il premier David Cameron, durante il tradizionale Question Time del mercoled, ha quindi rincarato la dose bollando il comportamento degli iraniani come «disdicevole e scioccante». «Considereremo – ha chiosato – azioni molto dure in risposta». Detto, fatto. Hague ha promesso di sollevare la questione alla riunione dei ministri degli Esteri in programma a Bruxelles dove, ha assicurato, «discuteremo di questo episodio e delle ulteriori azioni da intraprendere» in relazione al programma nucleare iraniano. Londra – che per ragioni di realpolitik manterr… ad ogni modo un canale di comunicazione con l’Iran – ha immediatamente incassato il sostegno della quasi totalit… della comunit… internazionale: Usa, Ue e Nazioni Unite hanno infatti condannato con durezza l’assalto, mentre l’unica voce da Teheran è stata quella del capo della magistratura, Sadeq Larjani, che ha continuato a minacciare come «ogni Paese che sia ostile all’Iran dovr… attendersi lo stesso risultato». L’Italia sta valutando se chiudere l’ambasciata in Iran, mentre la Francia ha subito espresso il suo sostegno ai vicini d’oltre Manica e ha chiesto l’applicazione di sanzioni severe per paralizzare il Paese. Oltre alla Francia, anche Germania e Olanda hanno richiamato il proprio ambasciatore a Teheran per consultazioni. «Ho dato disposizione di convocare quanto prima l’ambasciatore iraniano per chiedere spiegazioni e avere garanzie sul futuro della sicurezza del corpo diplomatico», ha annunciato il titolare della Farnesina Giulio Terzi, aggiungendo di valutare la chiusura dell’ambasciata italiana a Teheran. Cos anche Berlino. «Abbiamo detto molto chiaramente che ci aspettiamo che una cosa del genere non accada mai pi—», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri. Il capo della diplomazia francese Alain Jupp‚ – in un’intervista al settimanale L’Express – ha proposto il «congelamento dei beni della banca centrale e un embargo sulle esportazioni di idrocarburi». La sponda francese Š stata molto gradita dalla Gran Bretagna. Hague ai Comuni ha ringraziato Parigi per «l’aiuto che ci ha dato, in ogni modo, e per l’assistenza pratica fornita al nostro staff a Teheran». Il capo del Foreign Office ha poi allargato il ventaglio e ha espresso la sua gratitudine a «molte altre nazioni», notando come «in tutta Europa» gli ambasciatori iraniani siano stati convocati per ricevere «forti ammonizioni». Le cancellerie europee, pur auspicando un giro di vite sulle sanzioni, hanno comunque messo ampiamente le mani avanti su un possibile coinvolgimento militare. Uno scenario di questo tipo sarebbe, secondo Terzi, «devastante» mentre, stando a Jupp‚, provocherebbe danni «irreparabili». Su questo punto anche la Gran Bretagna si Š dimostrata cauta. «Tutte le opzioni restano sul tavolo ma voglio essere chiaro: non stiamo invocando un intervento militare», ha dichiarato Hague in Parlamento.

LUNEDI’ FU ESPLOSIONE NUCLEARE Dopo le prime smentite ufficiali, arriva una prima parziale conferma: tre giorni fa, ad Isfahan, una potente esplosione si è effettivamente verificata. Non solo: ha investito proprio l’installazione nucleare della città iraniana – lo stabilimento per il trattamento dell’uranio – sulla quale si è addensata una nuvola di fumo. E non la fantomatica ‘stazione di serviziò, di cui aveva subito parlato l’agenzia semiufficiale Mehr per cercare di ridimensionare la cosa. «No, non è stato un incidente», ha detto all’inviata del quotidiano britannico Times, Sheera Frenkel, una fonte dell’intelligence di Israele. Ancora una volta, obbligatoriamente, i pensieri si rivolgono al Mossad, il potente servizio di spionaggio israeliano, a cui in passato sono state attribuite altre operazioni di sabotaggio in Iran, peraltro mai confermate dai dirigenti dello stato ebraico. Fra queste: l’uccisione di scienziati coinvolti nella ricerca nucleare e l’introduzione di un virus cibernetico senza precedenti nel suo genere, Stuxnet. Descritto di volta in volta come aggressivo, capriccioso ed imprevedibile, avrebbe ritardato i progetti atomici di Teheran di non pochi mesi. In Israele chi sa davvero non parla apertamente ma preferisce nascondersi dietro frasi sibilline. «Signor Barak – è stato chiesto al ministro della Difesa – cosa ci può dire dell’esplosione che il 12 novembre ha semidistrutto una base missilistica a 40 chilometri da Teheran?». Il ministro ha preferito nascondersi dietro un sorriso e un ‘auspiciò enigmatico: «Che episodi del genere si moltiplichino…». Due settimane dopo, l’esplosione di Isfahan: prima annunciata da fonti locali iraniane, poi bruscamente cancellata dai siti web. Il Times afferma di aver visto foto satellitari che mostrerebbero ingenti danni. Sarà stata una coincidenza? Alla radio militare l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale Ghiora Eiland ha ammesso che le casualità cominciano ad essere un pò troppe. «Potrebbe esserci dietro – ha suggerito, metafisicamente – il dito di Dio», cioè la versione ebraica della Divina Provvidenza. Nè peraltro hanno avuto informazioni ‘più terrenè i giornalisti che ieri a Tel Aviv hanno incontrato l’ex capo dell’intelligence militare, Amos Yadlin. «In Iran avvengono negli ultimi tempi episodi – ha affermato, dosando le parole col bilancino – dei quali si afferma che potrebbero essere stati ispirati da Stati Uniti ed Israele. Il loro scopo apparente è di ritardare la realizzazione dei progetti nucleari…». Pur sopraffatti da un diluvio di dichiarazioni dei loro dirigenti politici e dei responsabili militari, gli israeliani possono solo ricorrere alla propria fantasia per cercare risposte al quesito più immediato: forse lo Stato ebraico ha innestato adesso una marcia in più nel sabotaggio dei progetti atomici di Teheran? A questa domanda se ne aggiunge un’altra. Anni fa il premier Ehud Olmert ordinò la distruzione di un impianto nucleare siriano e la cosa non ebbe seguito. È mai possibile che il suo successore Benyamin Netanyahu sia tentato di ripetere la medesima politica, senza ricorrere alla aviazione o a missili, bensì affidandosi alla cooperazione con servizi segreti arabi e con gruppi di opposizione locali al regime degli ayatollah? Allo stato attuale, tutte le risposte sono egualmente attendibili.

GB E NORVEGIA EVACUANO AMBASCIATE Londra evacua i suoi diplomatici, la Norvegia chiude la sua ambasciata, per precauzione restano sbarrati anche i cancelli delle scuole francese, tedesca e inglese. All’indomani dell’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, le rappresentanze europee corrono ai ripari e gli ambasciatori dei 27 organizzano una riunione per valutare la situazione. Teheran risponde prendendosela con l’Onu e assicurando che la condanna del Consiglio di Sicurezza porterà a «instabililità nella sicurezza globale».
Ieri Londra aveva parlato di «serie conseguenze» dopo l’attacco degli studenti alla sua ambasciata a Teheran, e ora un primo segnale inequivocabile è arrivato. A tutto il personale diplomatico in Iran è stato chiesto di fare le valige, e almeno uno primo gruppo doveva partire già stamani dalla capitale per Dubai, prima tappa del rientro in patria. Ad assistere i colleghi britannici è il personale di altre ambasciate europee e quello dello stesso ministero degli Esteri iraniano, che ieri sera aveva deplorato la duplice invasione dei manifestanti nella sede della rappresentanza diplomatica di Londra e quella contemporanea in un’altra – contestata – proprietà del Regno Unito a nord della capitale.
Ma a sorpresa è giunta la notizia che anche un’altra ambasciata oggi non ha aperto i suoi uffici, quella della Norvegia. La sede «‚ stata chiusa ieri dopo l’attacco all’ambasciata britannica», informa il ministero degli esteri di Oslo, ma, benchè un’ipotesi di evacuazione sia «allo studio», per ora nessuna decisione è stata ancora presa. E intanto sono state chiuse per prudenza anche le scuole francesi, tedesche e inglese che si trovano nei pressi del Parco invaso ieri dagli studenti, molti dei quali del corpo volontario dei Basij. . Insomma, la situazione si fa sempre più tesa tra le diplomazie europee, tanto che per oggi è stato fissato un secondo incontro degli ambasciatori Ue a Teheran. E di sicuro la patata arriverà più che mai bollente sul piatto della riunione dei ministri degli Esteri domani a Bruxelles, inizialmente convocata per fare il punto sull’inasprimento delle sanzioni contro Teheran per il suo controverso programma nucleare.
È stata proprio la decisione di Londra di accelerare sulle nuove misure contro Teheran, imponendo unilateralmente alla City ulteriori restrizioni contro gli istituti finanziari iraniani fra cui la stessa Banca centrale di Teheran, a spingere il Parlamento iraniano a votare per l’espulsione di fatto dell’ambasciatore britannico, e ridurre a livello di incaricato d’affari le relazioni diplomatiche con Londra. Ma questo non è bastato nè ai più radicali tra i parlamentari conservatori che dominano il Majlis, nè agli studenti protagonisti degli assalti di ieri.
Assalti che si inseriscono in un contesto decennale di difficile relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran, ma al quale non è stato probabilmente estraneo un significativo intervento della Guida suprema Ali Khamenei proprio il giorno prima, quando l’anziano leader aveva sottolineato come la Gran Bretagna aveva un passato di «umiliazione delle nazioni». Concetto sostanzialmente ripreso anche oggi dal presidente del Parlamento Ali Larijani – alleato di Khamenei nei rapporti non sempre facili con il presidente Ahmadinejad – che ha ribadito come la Gran Bretagna abbia sempre tentato di dominare l’Iran, pur invitando alla calma e al rispetto delle leggi. Quanto al coro di condanne che ha continuato a levarsi contro l’Iran anche nelle ultime ore, parole di fuoco sono state usate da Larijani contro il Consiglio di sicurezza dell’Onu, sostanzialmente accusato di usare due pesi e due misure. Un metodo, ha detto, «ingannevole», e che porterà a «instabililità nella sicurezza globale».

MANAGER ITALIANO: NO ALLE SANZIONI «Le sanzioni? Sono contro l’Europa, non contro l’Iran. E aiutano la Russia e la Cina». A parlare è Franco Fabricio, ‘branch manager’ a Teheran per la Seli, società con sede a Roma che costruisce gallerie in tutto il mondo, ha lavorato alla linea B della metropolitana romana e ora lo fa per due lotti di quella della capitale iraniana. Ma per effetto delle restrizioni nelle operazioni finanziarie connesse alle sanzioni già in atto contro Teheran, la riscossione dei pagamenti si rende ogni giorno più difficile. E soprattutto, per gli stessi motivi, «abbiamo perso il progetto per la metropolitana di Mashad – sottolinea Fabricio – e quello per l’autostrada per il Caspio già firmato 2-3 anni fa. E ora ci sarebbero altri quattro progetti che però non potremo firmare, e su cui gli iraniani stanno trattando con i cinesi». Tutto in seguito appunto delle sanzioni del 2010, che già hanno reso di fatto impossibili gli accordi interbancari per le lettere di credito e i pagamenti. Ma che l’Unione Europea, in un clima di rapporti con l’Iran sempre più arroventato, si prepara a rinforzare con altre misure più dure, in agenda nella riunione dei ministri degli esteri di domani a Bruxelles. A spanne, calcola il manager di origine friulana, con quei sei progetti mancati sono sfumati qualcosa come 750 milioni di euro a tutto vantaggio della concorrenza asiatica. Come sono sfumati i relativi posti di lavoro potenziali in Italia, visto che la Seli, prima ancora di dirigere i lavori in loco, costruisce ad Aprilia scavatrici d’avanguardia che sembrano navicelle aereospaziali, e conta 450 dipendenti italiani. Il ‘book’ della Seli, fondata nel 1950 da Carlo Grandori, è una sorta di manuale di geografia: i progetti in corso sono quelli per il passante di Firenze, la metro B di Roma e quelle di Copenaghen e Salonicco. E poi ci sono gallerie in Turchia, Hong Kong, Malesia, India, Cile, Panama e Venezuela. E anche Teheran, appunto, con la linea 7 della metropolitana. «E altri lavori in Iran dovrebbero partire ora – dice ancora Fabricio – Come quello nella regione di Rafjansan per irrigare 450 coltivazioni di pistacchi, con la costruzione di un tunnel da 56 chilometri, per 200 milioni di euro». Si tratta di opere civili se non addirittura «umanitarie», osserva, nulla insomma che debba cadere sotto la scure delle sanzioni per il controverso programma nucleare di Teheran. «Siamo una piccola azienda – rileva – ma dal 2002 ad oggi abbiamo lavorato molto in questo Paese. L’Iran ha un grande bisogno di progetti, c’è un enorme potenziale». Ma senza gli strumenti finanziari è appunto impossibile farsi carico di nuovi contratti. «Ed è un peccato aver lavorato tanto per costruire un mercato – osserva – e poi vederselo sgretolare cosi tra le manì». E per sanzioni, ribadisce, destinate a non centrare l’obiettivo. «Il petrolio l’Iran lo venderà all’India e alla Cina, che lo compra in cambio di progetti – conclude – mentre la Russia verrà a costruire gallerie e ferrovie».

LE AZIENDE ITALIANE IN IRAN L’Italia sta «valutando» la possibilità di chiudere l’ambasciata a Teheran, ha detto oggi il ministro degli Esteri Giulio Terzi che ha «dato disposizione di convocare quanto prima l’ambasciatore iraniano in Italia» dopo l’attacco di ieri all’ambasciata britannica. Una decisione che potrebbe avere ripercussioni sulla situazione delle imprese italiane nel Paese. In Iran sono presenti alcune grandi imprese italiane, oltre ad una serie di aziende di medio-grandi dimensioni. È ovviamente l’energia il settore protagonista, con Eni, Edison e Ansaldo Energia, ma la difficile situazione politica e le passate sanzioni hanno già messo il freno agli investimenti e convinto diverse imprese (di tutti i settori) ad abbandonare il campo. Ecco la presenza nel dettaglio di alcuni gruppi italiani nel Paese:
– ENI: il Cane a sei zampe ha da tempo annunciato l’intenzione di non avviare nuovi progetti in Iran finchè la situazione politica non lo consentirà. Al momento l’attività è concentrata nell’offshore del Golfo Persico e nell’onshore prospiciente per un totale di 4 titoli minerari e una superficie complessiva di 1.456 chilometri quadrati (820 in quota Eni). Le attività di esplorazione e produzione di Eni nel Paese sono regolate da contratti di buy-back. Nel 2009, la produzione di petrolio e condensati in quota Eni in Iran è stata di 35 mila barili di olio al giorno. La produzione è fornita principalmente dai due giacimenti South Pars 4 & 5 (Eni operatore, 60%) nell’offshore del Golfo Persico, e Darquain (Eni operatore, 60%) nell’onshore. Relativamente al contratto South Pars 4 & 5, l’attività Eni è limitata al recupero degli investimenti effettuati in passato. Nel 2009 sono iniziate le attività di commissioning e start-up degli impianti relativi al giacimento di Darquain, unica attività ancora condotta da Eni nel Paese, in preparazione del formale hand over ai partner locali. Molti i progetti che si è aggiudicata in passato Saipem, che però attualmente non ha attività nel Paese.
– EDISON: Attraverso Edison International detiene un working interest del 100% del blocco Dayyer (olio e gas), situato al largo del Golfo Persico centrale, vicino al confine con il Qatar.
– FINMECCANICA: La holding italiana è presente con Ansaldo Energia e attraverso Fata Engineering. La prima, sbarcata in Iran negli anni ’80, è attiva con alcune centrali elettriche. La seconda invece lavora con contratti nell’ambito della logistica.
– PEDRINI SPA: l’azienda di Carobbio degli Angeli (Bergamo), leader mondiale nella realizzazione di macchine e sistemi per la lavorazione del marmo, del granito e del gres porcellanato, può contare su un agente in Iran e in passato ha concluso alcuni contratti importanti. Tuttavia l’attività di recente ha subito un rallentamento a causa della situazione politica.
– MAIRE TECNIMONT: il gruppo attivo nei settori ingegneria, main contracting e licensing di tecnologia, si legge sul sito aziendale, ha un ufficio a Teheran e ha ottenuto in passato alcune commesse. Tuttavia, come si legge nella Relazione finanziaria al giugno 2011, l’Iran, insieme ad altri Paesi, rientra in un’area in cui permangono «rischi» perchè si tratta di zone «spesso disagiate e instabili dal punto di vista politico-sociale».