L’ospite di Afrodite: un altro successo per lo scrittore e poeta Giovanni Duca.

di Carlo ANDREATTA

Il 5 Dicembre scorso, a Trento, presso il centro culturale “A. Rosmini” di via Dordi 8, Nives Fedrigotti e Giuseppe Colangelo hanno presentato “L’ospite di Afrodite”, racconti di Giovanni Duca, Edizioni Arca 2007, prefazione di Paolo Toniolatti.

Letture a cura di Alfonso Masi. Il libro comprende dodici racconti, di cui nove già pubblicati in precedenti raccolte.

Le tre prose inedite sono state scritte nel 2006. “L’ospite di Afrodite”: ancora un riferimento alla classicità, quella classicità tanto inseguita da Giovanni Duca tra mito, letteratura e filosofia. Anche in questo nuovo libro, l’autore scava oltre le apparenze, entra nelle viscere della realtà: realtà magmatica, contraddittoria, paradossale. I temi esistenziali che caratterizzano la narrativa di Duca – la malattia, la morte, la vecchiaia, la solitudine, il commiato, il ricordo, il disincanto, il nulla – si riferiscono, in questa silloge, prevalentemente alla terra d’origine dell’autore, la Sicilia, la quale assurge a metafora del mondo. In questi temi scorgiamo la lucida e modernissima disperazione di vivere il proprio tempo che Duca ha sempre manifestato nei suoi lavori.

Duca è un attento ermeneuta delle costellazioni umane. L’ironia è il dispositivo che mette in moto il suo occhio indagatore.

La phrònesis di Duca è saldamente ancorata a letture, esperienze, incontri.

“Il campo della sua ricerca è ancora quello del disordine, del caos, che non si può misurare con i parametri della geometria euclidea” (Nives Fedrigotti).

Lo stile è personalissimo, frutto di disciplinato studio, di costante amore per la parola, di “dimestichezza con i classici, ma anche di attualissime ricognizioni tra i contemporanei” (Paolo Toniolatti).

Giovanni Duca è nato in Sicilia (Gangi, Palermo, 1936). Molte le stagioni trascorse ad insegnare in varie località del Trentino. Si è occupato anche di politica. Di quest’esperienza troviamo traccia nei suoi scritti, dove convergono, intatte, istanze storiche e una propria, inossidabile, tensione morale.

Da molti anni risiede a Trento. La sua quotidianità è scandita dalla lettura e dalla scrittura.

La prosa di Duca è stratificata e complessa, lontana dalle tentazioni del sublime come da quelle della metafisica: egli trascrive, fedelmente, “l’evidenza dei vivi”, come direbbe Giovanni Giudici.

Duca ha pubblicato, nel corso del tempo, parecchi libri in prosa e in versi dove ricerca e interroga la costitutiva contraddittorietà dell’esistenza, caratterizzata da concretezza e irrealtà: “Forse la primavera” (1972), “Con la bocca sopra la terra” (1974), “Quando sarai più giovane” (1977), “Con rabbia e disincanto” (1980), “Rossa come la sera” (1980), “A distanza” (1981), “Una strenua allegria” (1982), “Il viaggio” (1982), “Non più” (1984), “Senza tempo” (1985), “Stagioni dell’assenza” (1985), “Più scabro del ricordo”, “La furia ancor leggera” (1988), “Nevermore” (1989), “Caro Epicuro” (1990), “Il pozzo di Democrito” (1991), “Passa il futuro nell’aria della sera” (1992), “Esculapio e la vita lontana” (1994), “Segugio del malumore” (1995) “La luce ignara” (1996), “Le parole e i giorni” (1997), “Disarmonie” (1998), “Pazienza con il sole” (1999), “Exit” (2000), “Anatemi” (2001, con Marco Scandella), “Doppio salto” (2003), “Bagliori” (2004), “I giorni del cane” (2005), “Passi contrappassi” (2006, con Marco Scandella). Gli scritti di Giovanni Duca mi fanno ricordare le parole di Goethe: “Il mezzo migliore per sfuggire il mondo è l’arte; il mezzo più sicuro per entrare in contatto con il mondo è l’arte”.