La bambina della felicità

di Sara PASSERINI

Erano una famiglia, piccola e risoluta: padre, madre, bambina e nonna. Erano una famiglia in cui le cose non andavano bene, e lei, nella famiglia, era invece la bambina che stava bene. Sostanzialmente lei era, pensò Johanna, la bambina della felicità. La sua presenza permetteva loro di considerarsi una vera famiglia. La sua allegria permetteva loro di considerarsi una buona famiglia. Anche se le cose andavano male. I suoi genitori avevano fatto tutto giusto, se lei, come figlia, riusciva. E naturalmente lei riusciva, nonostante valesse così poco.

Nell’ultimo periodo ho lavorato a un libro di Angelica Overath, prossimamente edito per i tipi della Keller editore: Giorni Vicini – Romanzo in una notte. Il libro è duro, forte, introspettivo. Tema centrale è il rapporto con la madre: proprio quando la madre muore la figlia si reca in ospedale, riordina le ultime cose e poi va nella casa materna; lì, in una notte, circondata di oggetti talmente pregni di significato da travalicare il loro essere cose per divenire simboli, tra flash back, riflessioni e conversazioni con una porta pizze kazaka, l’autrice si misura con il suo passato fino a scegliere di vivere il proprio presente.

È questo un libro che sembra non portare pietà al passato e agli errori; e in alcuni passi, come in certi testi di Agota Kristof, l’autrice sembra dire ciò che non va detto, dà voce all’indicibile.

Qual è il non dicibile a cui mi riferisco? In molti punti del libro mi sono sentita quasi arrabbiata con l’autrice per la crudezza con cui ritrae la madre. Mi sono detta: ma dov’è la pietà? Ma perché non prova a leggere il passato con una lente più clemente? Può esser l’odio verso la propria madre – per quanto abbia commesso errori, per quanto sia stata ossessiva, per quanto fosse malata e sbagliata e – tanto grande da giustificare tutta questa insensibilità e crudeltà nella descrizione di un rapporto non funzionale?

Pochi giorni dopo mi è capitato tra le mani Pelle di marmo, di Slavenka Drakulic, altro libro poco generoso verso la figura materna, altro libro che descrive le morbosità, che dimentica l’indulgenza, che scava e scava senza compassione. Dev’essere un filone della narrativa femminile, mi son detta con lo zaino pieno d’ignoranza e ingenuità, e cercando cercando ho trovato considerazioni interessantissime che vale proprio la pena condividere in questo articoletto, e magari approfondire con letture e introspezioni.

Parto citando Saveria Chemotti che ha usato il rapporto madre figlia come lente privilegiata per scavare nella narrativa di alcune autrici italiane, con l’intento di sottolineare la forte carica simbolica che avvolge la rappresentazione del materno nella letteratura. Sembra infatti che una cospicua parte della letteratura scritta da donne riguardi in particolare il rapporto madre figlia: così in luoghi diversi e in tempi diversi, si va dalla Nemirovski, alla Oates, alla Szabò per citare alcune straniere, da Dacia Maraini a Grazia Deledda, a Elsa Morante per dire di alcune notissime autrici italiane. Ma per quale motivo il rapporto madre figlia è tanto indagato? Perché tanto spesso è venato di giudizi severi? Scrive S. Chemotti: “ripensare se stesse attraverso la madre ha comportato un impegno inteso a simbolizzare la relazione così che miserie e ricchezze del materno assumano valore legittimante del femminile”. La parola Madre, e la parola che descrive il rapporto con la madre, sembrano caricate di un potere grande: di scindere le due persone madre e figlia, di uccidere metaforicamente la madre per conquistare sé, così come Edipo, nel mito, fece col padre.

La parola letteraria che si fa carico di descrivere la relazione è la pala che scava nell’animo, il bisturi che seziona ed esamina il passato.

Usare la scrittura quindi per analizzare il rapporto con la madre è uno dei modi per emanciparsene.

Usare la scrittura per conquistare/costruire una maggiore consapevolezza di sé, per una ridefinizione della propria identità femminile a partire dal primo modello femminile con cui si viene in contatto e con cui ci si relaziona in modo spesso conflittuale.

Scrivere della madre (in modo più o meno attinente con la verità, la narrativa è narrativa e non va ingenuamente confusa con la vita) diventa il mezzo migliore per avvicinarsi a quanto di taciuto esiste nel rapporto con la madre. E nella parola letteraria, sembra suggerire Chemotti, sembra rintracciabile la chiave per una ridefinizione della propria identità.

[Saveria Chemotti, L’inchiostro bianco. Madri e figlie nella letteratura italiana contemporanea. – Angelika Overath, Giorni vicini – Slavenka Drakulic, Pelle di Marmo]