L’arte del medico

di Graziella LEONE 

Un’unica macchia: rossa, cupa e densa. Il resto della tela è ancora immacolato. Fisso il tessuto, leggermente ruvido sotto ai polpastrelli, al cavalletto. Afferro la tavolozza e osservo il panorama. Cogliere la luminosità estiva di un paesaggio marino non è semplice. Bisogna usare colori brillanti certo, ma anche marcati che, piuttosto che fondersi, contrastino l’uno con l’altro, così da risultare ancora più forti all’occhio di chi guarda. I dettagli paesaggistici non hanno importanza. Mi concentro su una divisione precisa dello spazio in blocchi di colore. Nette linee d’orizzonte e verticali e una sola curva che dal vialetto della casa conduce alla conca sul mare, senza soluzione di continuità. Il mio linguaggio pittorico si trasforma. Saranno bagliori di luce, non più calde tonalità marroni e ocra, e ampi spazi privi delle piccole scene di convalescenti e guitti. Medicina e pittura fuse in un’unica grande arte. Ma bisogna che racconti con ordine come sono giunto a questo disegno grandioso. Figlio di due primari di un importante ospedale della città, il destino di cerusico a me riservato non fu mai messo in discussione. Fato di cui peraltro non mi lamentai mai, al contrario! Dal compimento della maggiore età e dall’inizio dell’università, fui reso partecipe dei sintomi riscontrati nei degenti più interessanti e venni invitato a tentarne una diagnosi. Amavo quelle discettazioni costruttive e intellettualmente stimolanti. La vicinanza della nostra abitazione al nosocomio mi spingeva al rientro per il pranzo, durante il quale mi sembrava di apprendere più che alle lezioni. Disertai quasi subito quella parte di vita universitaria tanto decantata per i ritrovi e le feste fra studenti, come d’altro canto i compagni di corso si ritraevano dagli inviti a frequentare casa nostra. Solo i più brillanti duravano qualche tempo, ma l’intesa fra me e i miei familiari presto li scoraggiava. Qualcosa però mi mancava. Pensavo che quando avessi finalmente avuto un contatto diretto con gli infermi, la sensazione di incompletezza sarebbe cambiata. Ma la delusione che provai fu acuita dall’inadeguatezza. Inadeguatezza non mia certo! Bensì dei pazienti, miseri questuanti di una cura alle loro mille pene, insofferenti nella loro incapacità di spiegare i sintomi, stolti nel comprendere i possibili rimedi. Fu proprio in uno dei giorni peggiori, sull’orlo di abbandonare tutto per la carriera accademica, che capii. Non fu una folgorazione, piuttosto un caso fortuito, come a volte capitano nella vita. Nauseato dopo il turno di notte fra ubriachi, bambini urlanti e genitori isterici, non avevo voglia di rientrare, perciò mi incamminai lungo il viale che dalla clinica si dirigeva verso il parco. In un viottolo laterale, si innalzava una piccola costruzione, un casino di caccia in origine: un’unica sala centrale con stucchi baroccheggianti laccati in rosa e verde e un paio di piccole porte nascoste alle estremità vicine all’ingresso: la biglietteria e uno sgabuzzino. Il defunto proprietario l’aveva donata al Comune perché la utilizzasse per brevi mostre monografiche di pittori che avevano fatto scuola nel passato e caduti nell’oblio ai giorni nostri.

Non avevo voglia di entrare, ma il desiderio di starmene appartato mi convinse a optare per il raccoglimento del salone, deserto a quell’ora del mattino. Non ricordo il nome del maestro, ma costui, inconsapevolmente e a distanza di secoli, mutò la mia esistenza e quella di molte altre persone. Si trattava di poche tele, provenienti da una raccolta privata, aventi come soggetto la materia medica. Non le classiche lezioni di anatomia: invalidi o storpi ritratti nudi o seminudi dimostravano la curiosità pseudoscientifica con cui erano realizzate le opere. Eppure l’effetto ottenuto andava al di là delle sembianze: le figure non erano supplicanti, la semplificazione del segno e l’inusuale punto di vista ribassato le rendevano imponenti, tanto da lasciare interdetti; la profondità del loro sguardo esprimeva la consapevolezza di quali possano essere le amarezze della vita. Sguardi silenziosi nella loro faticosa determinazione, tanto più nel contrasto con lo spaesamento dei sani di fronte ai limiti imposti dalla patologia. Quegli uomini non solo guardavano, ammonivano. Non erano più’ esseri meschini dai farfugliamenti confusi. I loro difetti erano diventati strumento di profondità umana e il dolore che ne traspariva era ingiudicabile. Questi erano i malati che mi interessavano, per i quali valeva la pena attardarsi la sera nello studio delle cause dei loro malanni per trovarne i rimedi. Sapevo quello che avrei dovuto fare. Ero bravo negli affreschi e negli acquarelli. C’era stato un momento, dopo l’esame di maturità, in cui fui tentato di intraprendere gli studi all’Accademia di Belle Arti, incoraggiato dalle lodi del Maestro M. che frequentava la nostra cerchia. Dopo la mostra non rientrai; passai dal negozio di pittura dove ero solito procurarmi il materiale. Non sapendo in che stato fossero i miei pennelli e immaginando i tubetti di colore seccati dall’azione del tempo, decisi di acquistare tutto quanto potesse servirmi, compresa una costosa valigia di legno dove riporre gli strumenti di quello che, avevo deciso, sarebbe diventato il mio secondo lavoro. Non sarebbe stato facile riprendere, ma ero deciso a migliorare la tecnica. Sarei andato oltre le apparenze. Ritrarre i sofferenti divenne parte integrante del mio lavoro di medico. Potevo concentrarmi su pochi di loro, pertanto sceglievo accuratamente i casi che ritenevo degni. Col tempo lo spirito di osservazione si acuì: la mia mente dipingeva la malattia. Mi ero creato un codice: per ogni ruga o segno leggero l’insieme assumeva un diverso equilibrio e un nuovo significato. Il livore della pelle, le vene degli occhi, la postura, i toni misteriosi di un’ombra o una luce velata; ogni minima inezia era un possibile indizio del male e mi avrebbe condotto a una diagnosi e una probabile cura. I pazienti ristabiliti, con il loro aspetto florido, mi infastidivano. Era l’imperfezione a stimolare il mio desiderio di bellezza. Quando la raggiungevo, mi annoiava e restavo solo con l’incanto dai miei quadri.

Ero diventato noto come “il dottore che guarisce dipingendo”. L’arte aveva il pregio di rendere, se non attraente, almeno affascinante ciò che altrimenti sarebbe apparso squallido. Proiettava all’esterno una percezione interiore per rivelare dimensioni inaccessibili alla ragione. Neutralizzava il distacco cinico dalla miseria umana, animando l’interesse dei finanziatori per nuove cure. Io mettevo a nudo la psicologia della persona. Quei dipinti erano le persone che rappresentavano: arrendevoli o avvezzi alle sfide della vita, rassegnati ai diversi ritmi imposti dall’infermità o, al contrario, risoluti.

Desolazione e disfatta andavano eliminate. Questo era il mio scopo. La cronicità non esisteva nel passato. È frutto di una tecnologia che evita la morte, ma non risana. Se il paziente non si concede la speranza, il medico è inerme. Tinte dimesse, pennellate poco corpose e il ghigno deformante che li caratterizzava era il simbolo della loro incapacità di reagire. Poco dopo morivano. La morte: unico aiuto possibile ai loro patimenti.

Un poliziotto sospettò qualcosa; era parente di uno di questi deceduti, di costituzione cagionevole ma in condizioni di salute non gravi. I medicinali però sono troppi perché ne vengano ricercate le tracce in una normale autopsia e non sapendo cosa cercare, è tutto inutile. Ed eccomi giunto al capolavoro. Anche l’ispettore è presente alla mia “personale” ed è stregato dalla tela, così insolita rispetto agli altri soggetti. D’altra parte conoscevo il posto dove è avvenuto il delitto e conosco l’anatomia. Nessuno stupore la resa della vividezza della scena. Come se fossi stato presente…

Colori brillanti e marcati che cozzano l’uno contro l’altro, divisione precisa dello spazio in blocchi di colore, nette linee d’orizzonte e verticali e una sola curva che dal vialetto della casa conduce alla conca sul mare. Il riflesso dell’acqua dona un bagliore immobile al misto di verde, giallo dorato e rossiccio della linea di alberi in lontananza; armonia discreta in contrasto con le increspature al largo del mare, unico incessante moto ritmico.

La macchia rossa emerge dal cadavere per penetrare il blu intenso del mare. Macchia che, pur se posta sulla destra del dipinto, ne diviene il centro focale capace di donare fascino e repulsione al quadro. Non il rosso sangue a cui si è abituati, bensì una trasparenza strana, di carne, in cui la consistenza delle spesse pennellate rivelavano la fisicità del corpo riverso senza vita. Mi sono lambiccato lungamente per quella tinta. Ore trascorse mischiando preparati con sostanze dense. La soluzione è sempre la più semplice: sangue vero con resti di tessuti sfilacciati dal coltello. Sono partito da quello, il resto della tela ancora immacolato. Rimirarla ora è come liberarmi da tutti i piagnistei assordanti che hanno segnato il mio percorso professionale, aggiungendo il piacere sottile di un agente incredulo con le prove sotto il naso.