L’Occhio Altrove

di Gianni Della Cioppa

È notte fonda, i ragazzi hanno smontato l’attrezzatura da un pezzo, il pubblico ha abbandonato la sala dopo le ultime chiacchiere e birre. Seduto in un angolo, ho seguito assonnato le solite manovre di scarico (dal palco) e carico (sul furgone) della strumentazione e penso a quanto amore per la musica c’è dietro quel rituale che si ripete ad ogni concerto: viaggi a raccontare di sogni e speranze (Ci sarà gente? Pioverà ancora? C’è la Champions questa sera? Speriamo di no sennò non viene nessuno. Il fonico come sarà? Luca e Roby hanno detto che porteranno degli amici…), e tutte le altre tappe: l’arrivo al locale, lo scarico della strumentazione, i primi contatti con i tecnici, cercare qualche volto amico tra i primi astanti che arrivano in sala, il soundcheck, poi il concerto, dove in un’oretta scarsa devi cercare di convincere gente, spesso che non ti ha mai ascoltato, che vali qualcosa, anche senza doverti prostituire con delle cover. E tu sei lì che sudi, che ti impegni, che cerchi di strappare un sorriso, un applauso non di circostanza, che tenti di scorgere negli occhi del pubblico un minimo consenso. Siamo ai saluti, come si dice in gergo? “L’abbiamo portata a casa anche questa serata” e tutto sommato sei contento. Mentre smonti e ti rammarichi di quell’accordo sbagliato, di quella nota non presa, di quella rullata che si è incartata sul tamburo, avresti tanto bisogno che qualcuno venga a salutarti, a regalarti una pacca sulle spalle, un complimento risicato, ma sincero. E quando accade è una gioia così grande che compensa tutti i sacrifici che hai fatto per essere lì quella sera con la tua musica. Ma io sono ancora qui e guardo i ragazzi inseguendo un segnale: debbo accompagnare uno della band al casello autostradale, ma comincia a farsi tardi anche e cerco di sveltire le manovre di partenza. Ma nonostante non ci sia altro da fare, nessuno dei ragazzi del gruppo sembra intenzionato a partire. Allora mi alzo e chiedo il motivo. La risposta è semplice: “Stiamo aspettando che il gestore ci dia il compenso pattuito”. Rimango basito, il concerto è terminato da un pezzo, la band ha smontato tutto da oltre un’ora e nessuno si è fatto avanti per saldare l’ingaggio. Il proprietario del locale è dietro il bancone a far niente. Capisco allora la strategia: è la band che deve umiliarsi a chiedergli i soldi, ma la band regge il confronto e in questo gioco delle parti il tempo passa. Se mi seguite raramente sono generoso con le band underground (presuntuose, disinteressate alla musica degli altri, convinte di avere il mondo contro…), ma la dignità non deve essere calpestata, c’è una linea di confine che non va superata. E poi io sono stanco, molto stanco. Così mi alzo, affronto il gestore e fingendomi una specie di manager esigo educatamente la cifra dell’ingaggio a nome del gruppo. Il tipo, nemmeno fosse il proprietario del Fillmore East apre la cassa, tira fuori ben 150 euro e me li allunga con fare sprezzante e dice “Dovrei darvi di meno, non avete portato nessuno, ho venduto le solite birre di una serata senza musica”. Capisco le sue motivazioni e conosco i sacrifici che ci sono dietro la gestione di un locale, ma non riesco a trattenermi e gli dico “Grazie, ma forse hai la birra che fa schifo, prova a cambiare marca”. Salgo in macchina con il batterista del gruppo, gli altri mi seguono. Niente casello, cambio di programma, ci fermiamo in un locale ancora aperto. La stanchezza se ne è andata, affogata in giro di birre offerto dal sottoscritto.