Marco Betta, squarci dentro l’oltre universale

di Roberta MAGGI

Tra l’anno 1999 e il 2006 nascono le opere “mature” di Marco Betta. Fatiche che l’autore accetta finalmente come risultato artistico di una passione che ha potuto coltivare solo in maniera discontinua prima di quest’ultimo decennio, quando invece l’attività pittorica è stata esercitata più assiduamente e con maggiore soddisfazione personale.

Provenendo da studi tecnico-artistici Betta è approdato ad attività legate alla grafica pubblicitaria e alla progettazione di prodotto, che lo impegnano tuttora professionalmente in una grande azienda di moda. L’arte pittorica sempre più è divenuta il mezzo e il fine del ricongiungimento col suo spirito creativo-istintuale, non in un senso di ripiegamento su se stesso, ma come esigenza di comunicazione. Comunicazione personalissima e criptica di temi che i titoli delle opere rivelano, ma solo in quanto traccia interpretativa che l’osservatore può seguire come non.

È la spinta della forza evocativa l’elemento che fonda l’opera di Betta. La tecnica, le linee e i colori, pur essendo abilmente gestiti secondo i canoni dell’astrattismo, sembra che attraverso il segno sfocino in un figurativismo appena accennato, celato e ambiguo che può essere o non essere ciò che in sé rappresenta. E questa va considerata una sua peculiare impronta.

A costituire la composizione pittorica sono spesso le “aperture” che crea nei suoi quadri, aperture che sono a volte lacerazioni (Nuove ferite), a volte emersioni (Germinazione), a volte rilevazioni (Sinergie), fortemente legate alla sua concezione dell’arte come comunicazione e disvelamento. “Un concetto da cui sono assolutamente affascinato è quello orientale del velo di Maya” dice Marco “ossia quello dell’illusione che vela la realtà impedendo la comprensione delle cose nella loro autentica essenza”.

L’immagine astratta è come “estratta” dal fondo del pensiero, così come dallo sfondo spesso monocromatico o lievemente sfumato, in cui il colore è steso con energiche pennellate, si apre una fessura, un passaggio verso il sentimento, riconosciuto come fonte di forza, di volontà.

Nella totalità questo gruppo di opere recenti, possono diventare un’ unica rappresentazione del movimento di un ciclo vitale, dove il sole con la sua intensa potenza (Alba1; Alba 2) si leva e permette il risveglio, le energie si fondono (Sinergie), la terra si apre (Vita), le radici germinano (Germinazione) e solo un futuro incontrollabile (Futuro) può minacciare la vita che tuttavia col sangue -linfa vitale conferma la sua costante presenza (Eterna presenza).

Mi immergo nel mio io e lo faccio “fisicamente” con tela e pennello e sento la volontà di vivere. E’ proprio questa immersione che, come sostiene Shopenhauer, aiuta a squarciare il velo di Maya e quello che “esce” nel quadro è l’emanazione di questo percorso della conoscenza umana, avvicinarmi al puro sentimento nell’essenza”.

Le tonalità del colore e la loro combinazione sono legate allo stato emozionale e al contenuto simbolico dell’immagine e pur usati in forma generosa non prevaricano sull’insieme del quadro, non sono pastosi o debordanti, per questo anche quando i contorni si fondono e i colori sfumano uno dentro l’altro le opere di Betta colpiscono senza aggredire, hanno una particolare levità. Alla domanda su chi siano gli artisti che più ama, Marco risponde:

“Caravaggio, Botticelli, tutti gli impressionisti francesi, Depero, mio compaesano futurista, De Chirico, Burri, Fontana, Keith Haring e tanti altri… forse tutti (sorride), ognuno mi da qualcosa… anche l’arte rupestre, anche l’artigiano pittore senegalese…”

A guardarci bene, su quelle tele, non poteva essere che così.