Non dimentichiamo le opere buone

IN MEMORIA di “In memoria di me”

 

di Roberta MAGGI

Quando un fatto di cronaca fa scattare la riflessione e questa, a ruota, si nutre dell’arte, pescando nella memoria un’opera, come un gioco a incastri il ricordo di quella risveglia e arricchisce i contenuti della notizia. É in quel momento che il senso dell’opera appare compiuto nel suo messaggio interminabile.

L’assimilazione è avvenuta, l’artista è adeguatamente ricompensato rivendicando uno spazio nella nostra mente.

Per questo, recenti fatti che hanno portato per l’ennesima volta a riflettere sulla libertà di coscienza, sul controllo della propria vita, sulla fede, hanno rievocato le suggestive sensazioni che il giovane regista Saverio Costanzo suscitò col suo secondo film, uscito ormai dalle sale e forse dalla memoria di molti nel 2006.

Una delle cose che più apprezzo nei registi è la capacità di trasformare l’ambientazione delle loro storie in un luogo dell’anima. In memoria di me è un film difficilissimo uno di quei film per cui un certo tipo di pubblico (purtroppo numeroso) potrebbe abbandonare la sala. Unità di luogo, austerità di ambienti, tempi dilatatissimi, dialoghi centellinati, corpi afflitti, suspence tradita.

Eppure nella sua esigua generosità visiva è un’opera che moltiplica i piani di lettura, attraverso una proprietà del linguaggio cinematografico che potrebbe definirsi “divina”. Si trasforma da semplice narrazione a trattato filosofico sul senso di religiosità e spiritualità insito nell’animo umano, sui tormenti e le lacerazioni interiori di chi cerca di capire il senso dell’esistenza, sul libero arbitrio e le scelte. Andrea, il protagonista che è nei primi istanti solo voce, poi volto sofferente, lo spiega in un breve prologo iniziale che si rivela un colloquio effettivo con un interlocutore effettivo, il Padre Superiore. Così l’intervista di accesso al monastero del novizio, permette al pubblico di penetrare fin dall’inizio il senso del film. Quel viso nel buio che riflette la luce è l’uomo ripiegato su se stesso, quell’uomo è Andrea che soddisfatta ogni voglia cerca un qualcos’altro, una vera “luce” verso cui muovere i suoi passi.

Ma come arriva la vocazione? Il protagonista non è un prescelto ma vorrebbe trovarla. Insiste. Come il campo lungo sul corridoio, valorizzato in tutta la sua profondità verso un finestrone, che divide il dentro dal fuori, la luce e il buio, la città “ricamata” dal microcosmo spoglio, le roboanti e scoppiettanti manifestazioni esterne e il silenzio cupo dove la coscienza si fa piena e risuona ogni passo, dove si moltiplicano le ombre sul pavimento lucido. C’è chi vuol stare dentro e chi vuol stare fuori, ma sulla scelta della vita di clausura non si esprime un giudizio di merito, bensì un’ennesima domanda: cos’è veramente “cristiano”? L’amore che più spesso si manifesta nel mettersi in gioco nel mondo e con gli altri contrasta non poco con la severa regola gesuitica; chi ama assiste l’essere che muore e se ne va più o meno sfibrato nell’incapacità di portare a formalizzare con una tonaca la vera vocazione. Costanzo non scende fino in fondo, non parla di buoni o cattivi, ma solo di percorsi che possono finire in una navata o in una “nave”. Si salvi chi può e come può sembra che dica, si concede solo un dubbio: chi è che ama il prossimo suo come se stesso e chi solo se stesso? E in memoria di chi?Un film da recuperare, un’opera degna di chiamarsi arte.