Roberta Dapunt

di Eros OLIVOTTO

Rare volte, a nostro avviso, è dato incontrare un libro come “ La terra più del paradiso” di Roberta Dapunt (Serie Bianca, Einaudi), in grado di esprimere tutta la forza di cui è capace il linguaggio.

Evocatività, potere di definizione, riferibilità, simbolismo; come tutto ciò, che costituisce la cifra, o per meglio dire l’ordito della poetica di Roberta Dapunt si sposi con l’essenzialità propria di queste pagine, non è dato sapere.

Quanto invece è evidente è che tali versi esprimono un’originalità straordinaria, costituendosi come il corollario di un’unicità, che deriva da un atteggiamento fondato su un ben preciso modo di sentire e, quindi, di essere.

Nata in Val Badia nel 1970, l’autrice osserva incessantemente il proprio mondo, calandosi concretamente in esso e rappresentandone gli ambienti, i riti e le tradizioni, i personaggi.

Quanto emerge è un affresco, un quadro caratterizzato da un’esigenza insopprimibile; la caparbia definizione di un ordine e il senso di profonda fedeltà ai valori su cui esso si basa: l’uomo, la solitudine, l’inquieta ricerca di Dio, la sacralità della terra, la casa, il lavoro.

Un universo, insomma, in cui la morte si intreccia con la vita, il tempo con lo spazio, il silenzio col ricordo, la cura, l’attenzione.

E dal silenzio emergono ombre, volti, gesti che ci accompagnano in un viaggio, reale e concreto, e consentono di calarci, una volta tanto, all’interno di una dimensione di ricerca tutta interiore.

Padre, questo viso sepolto,

la tua immagine piegata alla morte

dentro il bianco letto non illude più nulla.

Ho chiuso la porta dietro di noi

e come ritagliati dal profondo,

fermi al centro della stanza i nostri cuori.

Uno morto, uno vivo.

Ora tu pensi che io non ti veda,

ma io so in questo momento,

mentre ti stai togliendo l’abito di dosso

come un bagaglio di un viaggio finito,

di già mi vengono i ricordi.

La misera infanzia e la semplice vita

che le tue umili parole

non chiedevano oltre,

se solo ti avessi incontrato di più e baciato.

Ma è tardi in questa morte

e benché aliti in me il desiderio di seguirti,

anch’io ti consegno

e in paziente piango rimango.

Nel resto del tempo, nei fitti pensieri,

ritornami padre in silenzio.