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	<title> &#187; Psicologia</title>
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		<title>Davic Icke e i suoi rettiliani: l’arte di essere complottista</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 15:12:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Totemblueart N°13]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Jacopo Giovanni ROMANI David Icke (nato il 29 aprile 1952) è un ex commentatore professionista di calcio, giornalista, telecronista sportivo per la BBC e portavoce nazionale del Partito Verde Britannico. Dal 1990 si autodefinisce un cittadino che indaga su coloro che dominano realmente il mondo. I Verdi inglesi si sono distanziati da lui nel [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/davic-icke-suoi-rettiliani-larte-di-essere-complottista/">Davic Icke e i suoi rettiliani: l’arte di essere complottista</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Jacopo Giovanni ROMANI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">David Icke (nato il 29 aprile 1952) è un ex commentatore professionista di calcio, giornalista, telecronista sportivo per la BBC e portavoce nazionale del Partito Verde Britannico. Dal 1990 si autodefinisce un cittadino che indaga su coloro che dominano realmente il mondo. I Verdi inglesi si sono distanziati da lui nel 1991, dopo che dichiarò in un’intervista di essere figlio della divinità. Da quel momento in poi ha incominciato a vestirsi soltanto in turchese e ad affermare la sua teoria secondo la quale il mondo è dominato da una ristretta cerchia di eletti, che chiama gli illuminati, legati ai Protocolli dei Savi di Sion, un testo antisemita pubblicato in forma di opuscolo nel 1905. Nel 1999 ha pubblicato un libro in cui sviluppa una tesi secondo la quale una razza di rettili umanoidi, chiamati la Fratellanza Babilonese, avrebbe conquistato il mondo e alcuni tra i più illustri personaggi storici sarebbero in realtà lucertole. Tra questi ci sono George H.W. Bush, Bill Clinton, la Regina Madre e Kris Kristofferson. Icke ha anche affermato che i membri della famiglia di George W. Bush si dedicano a sacrifici umani e bevono sangue umano, che Henry Kissinger è colpevole di violenza carnale su dei minorenni e che la regina Elisabetta II del Regno Unito sarebbe una satanista.Icke, inoltre, sostiene che un gruppo di ebrei, in particolare la famiglia Rothschild, avrebbe finanziato Adolf Hitler e favorito l’Olocausto. Queste teorie gli hanno procurato il sostegno sia di alcuni gruppi affini al neonazismo, in particolare Combat 18, sia di alcuni ebrei attivisti per l’anti-razzismo. In risposta Icke ha fortemente negato di essere antisemita e ha anzi affermato che gli illuminati, come la famiglia Rothschild, sarebbero lucertole, non ebrei.In un’intervista, nello show di Terry Wogan nel 1991, prima si autoproclamò Figlio della divinità e successivamente disse che la Gran Bretagna sarebbe stata devastata dalle maree e dai terremoti.Secondo Icke, il DNA ibrido rettile-umano dei rettiliani permetterebbe loro di passare dalla forma originaria a quella umana consumando del sangue umano.Questo personaggio, che, tra l’altro, ha riscosso un enorme successo, sostiene dunque una teoria che viaggia parallela alla teoria dell’intelligenza superiore, secondo la quale ogni nostra azione, la nostra stessa esistenza, dipenderebbe da manovre condotte da un qualcosa di superiore a noi.Naturalmente ognuno di noi è libero di credere qualsiasi cosa, ma ciò che conta è che qui non siamo di fronte a ipotesi scientifiche. Fare affermazioni basandosi su ipotesi che non sono falsificabili è il punto di forza di tutte le tesi volte a suggestionare le persone, ma è un’enorme falla che dimostra come, in realtà, chi cerca di manovrare e approfittare dell’ignoranza delle persone lavora, in realtà, su idee di tipo fantastico..Insomma, questo Icke sta mangiando sull’ignoranza delle persone che vengono convinte da queste teorie complottiste che necessitano di infinite ipotesi, non solo ipotesi antiscientifiche, ma ipotesi non falsificabili che rendono il tutto una bella storia degna di Oscar come miglior film fantascientifico.Nel giustificare la classificazione di una teoria come teoria del complotto si tende logicamente a obiettare che:1. Non è supportata da prove sufficienti.2. È formulata in modo tale da essere inverificabile.3. È improbabilmente complessa.Chi, invece, difende queste stupidaggini risponde che:1. Le persone potenti coinvolte nella cospirazione nascondono, distruggono o offuscano le prove.2. Gli scettici non sono dotati di una sufficiente apertura mentale.3. Gli scettici potrebbero essere politicamente motivati o avere interesse a mantenere lo status quo.È però difficile capire allora come i sostenitori delle molte presunte cospirazioni ne siano a conoscenza se non ci sono prove, e come tutti coloro che non credono in tali presunte cospirazioni, sovente la larga maggioranza, siano tutti coinvolti.È quindi frequente, soprattutto da parte del potere politico, la proposizione di complotti orditi da minoranze (i templari, gli ebrei, i fondamentalisti islamici).</p>
<p style="text-align: justify;">Il bello è che, nella vita quotidiana, non vi è nulla di più trasparente del complotto e del segreto. Un complotto, se efficace, prima o poi crea i propri risultati e diventa evidente. E così dicasi del segreto. La forza di chi annuncia di possedere un segreto non è di celare qualcosa, è di far credere che ci sia un segreto. In tal senso segreto e complotto possono essere armi efficaci proprio nelle mani di chi non vi crede.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Per approfondire:</strong></p>
<p><strong></strong>Michael Barkun, 2003, <em>A Culture of Conspiracy: Apocalyptic Visions in Contemporary America, </em> Berkeley: Univ. of California</p>
<p>Maurizio Blondet, 2002, <em>Complotti vecchi e nuovi. Il Minotauro</em></p>
<p>Umberto Eco “Il pendolo di Foucault”</p>
<p>Karl Popper  “Poscritto alla logica della ricerca scientifica”</p>
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		<title>Chi pensa troppo è infelice</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 11:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[scienze]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Chi passa ore ed ore per prendere una decisione cercando di calcolare ossessivamente quale sia la scelta capace di ottimizzare i suoi benefici deve stare molto attento. Lo sottolineano sono alcuni scienziati degli Stati Uniti che hanno confrontato i comportamenti delle persone che si comportano diversamente quando si trovano di fronte ad un bivio e [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/chi-pensa-troppo-infelice/">Chi pensa troppo è infelice</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chi passa ore ed ore per prendere una decisione cercando di calcolare ossessivamente quale sia la scelta capace di ottimizzare i suoi benefici deve stare molto attento. Lo sottolineano sono alcuni scienziati degli Stati Uniti che hanno confrontato i comportamenti delle persone che si comportano diversamente quando si trovano di fronte ad un bivio e alla possibilità di percorrere diverse strade.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>NON PENSARCI TROPPO </strong>- I “maximiser”, i maniaci della massimizzazione del guadagno, hanno maggiori probabilità di avere una vita infelice. I “satisficers”, coloro che riescono ad accontentarsi anche di decisioni non ottimali, invece, vivono meglio. <strong>La ricerca ha evidenziato come l’indecisione e l’ossessione di fare la scelta giusta può condurre alla rottura del rapporto col proprio partner o addirittura avere conseguenze negative sulla salute.</strong> Questo perché i “maximisers” passano troppo tempo a ragionare della loro scelta, anche dopo aver preso la decisione, è ciò li constringe a non essere mai veramente rilassati e a non godere a pieno di quanto deciso. Sono stressati e tendono ad innnervosirsi più facilmente degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>INFELICI </strong>- Oltre alla salute e all’amore, i ricercatori della Florida State University <a href="http://www.dailymail.co.uk/sciencetech/article-2075221/Are-maximiser-satisficer-Agonising-decisions-risks-life-unhappiness-warn-scientists.html?ITO=1490" target="_blank">sono convinti</a> che coloro che vogliono a tutti costi non sbagliare nelle decisioni danneggiano anche la carriera. “Sono meno soddisfatti dei satisficers”, spiega il professor <strong>Joyce Ehrlinger</strong>, che ha guidato lo studio. “Vogliono essere certi di aver fatto la scelta giusta, ma sono meno felici nella vita quotidiana”, ha aggiunto. Le scelte che gli scienziati hanno osservato riguardano sia gli acquisti di un banale prodotto, che decisioni più importanti sul lavoro, la casa, la famiglia.</p>
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		<title>Arte e malattia mentale</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:56:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Totemblueart N°3]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Jacopo ROMANI L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/arte-e-malattia-mentale/">Arte e malattia mentale</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Jacopo ROMANI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di nuove realtà che potranno anche non dipendere dalle informazioni sensoriali provenienti dal mondo. Questo è possibile perché il nostro cervello non ha necessariamente bisogno di un continuo flusso di informazioni provenienti dai sensi. Basti pensare ai sogni, ai ricordi, che si manifestano in immagini mentali o rappresentazioni create dalla nostra mente. L’arte, perciò, amplifica la realtà, la distorce, la annulla attraverso l’eccitamento del sistema nervoso dell’artista che al momento della creazione trasforma il tutto in movimenti delle mani attraverso i quali crea la propria rappresentazione con lo scopo di ricreare nell’osservatore le stesse emozioni che hanno indotto e accompagnato l’artista nella composizione. Un’opera d’arte non ha soltanto la caratteristica di suscitare emozioni provocate dai principi del funzionamento della percezione visiva, ma si riferisce anche all’emozione che l’ha prodotta. Quindi un’ opera d’arte nasce dalla combinazione di ciò che l’artista percepisce dal mondo esterno e dall’interpretazione che egli dà agli stimoli percepiti. Detto questo è possibile chiedersi che cosa succede se entrambi questi due fattori vengono alterati da cause patologiche. Come in ogni essere umano, gli effetti di patologie mentali alterano l’elaborazione delle informazioni provenienti dall’esterno così come le capacità percettive ed emotive prodotte da tale elaborazione; da ciò si può dedurre come questi problemi possono influire in un artista, sulla sua espressione pittorica, fino a testimoniare come il suo vissuto entri a far parte integrante della sua opera. In molte opere appaiono rappresentazioni prodotte da stati mentali alterati e patologie che sono identificabili sia nell’opera e sia nella descrizione che l’autore ne fa. Ogni artista quindi dipinge in base alla patologia che lo affligge. Edvard Munch, per esempio, che si riteneva fosse affetto da schizofrenia, nel suo Il grido sembra voler svelare la sua angoscia di origine patologica. Il contenuto dell’opera raffigura un uomo che si rifiuta di sentire il suo stesso urlo di dolore: il particolare clima culturale e politico favorisce il rifiuto di essere messi di fronte alle proprie angosce esistenziali, tanto che nel 1982 la mostra delle opere di Munch a Berlino venne chiusa dalle autorità per lo scalpore suscitato. I contorni dissolti, le forme indefinite, i colori irreali, contrastanti, sono il mezzo attraverso il quale Munch perviene ad una personalissima interpretazione dell’angoscia esistenziale dell’uomo e, rendendola visibile, la diffonde nell’animo di chi la contempla. Riguardando la propria opera compiuta Munch affermò: “Solo un folle poteva dipingerlo”.Un ulteriore esempio è offerto dal pittore considerato oggi il pittore malato, vale a dire Van Gogh, la cui malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche fondate sulle lettere che egli scrisse al fratello. Lo stesso Michelangelo, affetto da una depressione di origine psichica, nel dipingere il volto di San Bartolomeo mentre mostra al Giudice il coltello, riportò nelle pieghe della pelle del martirio un dolorante autoritratto. Numerosi altri pittori sono stati soggetti a gravi alterazioni psichiche quali schizofrenia o sindrome maniaco-depressiva e tutti hanno lasciato un indelebile segno attraverso le proprie opere che, oltre ad avere uno straordinario valore artistico, valgono anche come strumenti diagnostici utili per penetrare nella vita del pittore, nella sua mente e nei suoi più profondi pensieri.</p>
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		<title>Monna Lisa, ma che cosa vuoi dirci? &#8211; Leonardo fa ancora discutere, di noi.</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°11]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Jacopo ROMANI Le sue labbra sembrano essere sfiorate da un sorriso. Un sorriso ambiguo, misterioso, enigmatico. Sembra che il suo volto sia una moltitudine di espressioni contemporaneamente.Fra le varie osservazioni offerte da esperti, saggisti e poeti, colpisce quella dello storico Ernst Gombrich, uno dei massimi studiosi e divulgatori di arte del secolo appena trascorso, [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/monna-lisa-ma-che-cosa-vuoi-dirci-leonardo-fa-ancora-discutere-di-noi/">Monna Lisa, ma che cosa vuoi dirci? &#8211; Leonardo fa ancora discutere, di noi.</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Jacopo ROMANI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le sue labbra sembrano essere sfiorate da un sorriso. Un sorriso ambiguo, misterioso, enigmatico. Sembra che il suo volto sia una moltitudine di espressioni contemporaneamente.Fra le varie osservazioni offerte da esperti, saggisti e poeti, colpisce quella dello storico Ernst Gombrich, uno dei massimi studiosi e divulgatori di arte del secolo appena trascorso, per il quale non si poteva mai essere sicuri dello stato d’animo con cui la Monna Lisa ci guarda.La rivista Science, quattro anni fa, pubblicò un lavoro di Margaret Livingston, neurobiologa alla Harvard Medical School, la quale propose una nuova spiegazione, oltre a quella data generalmente, secondo la quale l’ambiguità espressiva della Monna Lisa sia dovuta alla tecnica dello sfumato negli angoli degli occhi e della bocca dando l’aria di mistero. L’ambiguità creata da quest’opera sarebbe basata sulle differenze nella percezione della frequenza spaziale all’interno dei nostri occhi, ovvero si tratterebbe di una vera e propria misura di quanto è dettagliata un’immagine.Prendendo come esempio uno schermo, più pixel ci sono a formare un immagine, tanto più l’immagine appare dettagliata, ovvero più elevata sarà la frequenza spaziale. Utilizzando quindi la visione centrale, puntando cioè direttamente l’oggetto, si apprezzano maggiormente le immagini nitide (frequenze elevate), mentre la visione periferica è più adatta a percepire i contorni sfumati.Premesso ciò, secondo Livingston, non guardando direttamente la bocca della Monna Lisa, viene percepita la sua parte allegra che è nascosta nelle basse frequenze e cioè nello sfumato delle labbra; guardando invece direttamente le labbra, e quindi focalizzare direttamente gli occhi su di esse, queste ci danno l’impressione che l’espressione cambi.Il problema che non permette di ritenere definitiva questa spiegazione sta nel fatto che ancora non è chiaro quali siano i tratti del volto umano che esprimono i sentimenti. Quali sono cioè gli elementi, nel volto di una persona, che veicolano le emozioni e le esternano?In un recente studio effettuato da due neuroscienziati, Leonid Kontsevich e Christopher Tyler, viene indagato se siano gli occhi o le labbra della Monna Lisa a comunicare la tristezza e la gioia. I risultati mettono in luce che gli occhi non veicolano emozioni di tristezza o felicità, ma intensificano soltanto il tono espresso dalle labbra. Secondo i ricercatori è quindi la bocca lo specchio dell’anima.“&#8230;.noi proiettiamo sugli occhi l’effetto indotto dalla configurazione delle labbra”. (vedi nota biblografica)Invece secondo Maria Teresa Cattaneo, psicologa all’Università di Milano e studiosa delle espressioni facciali, altri esperimenti suggeriscono che gli osservatori guardano sempre il tutto e non un solo particolare e il cervello percepisce lo schema intero del viso, non una parte. Questa posizione viene però respinta dai due neuroscienziati, osservando che le precedenti teorie, comprese quelle della Livingstone non sono supportate da prove decisive e soprattutto non chiariscono le relazioni esistenti tra gli occhi e la bocca.Come Leonardo sia stato in grado di produrre un’opera così sublime, in grado di movimentare neurobiologi, psicologi e neuroscienziati è un vero mistero. La cosa certa è che ancora una volta, oltre all’ enorme regalo che Leonardo ha fatto a intere generazioni, la sperimentazione artistica si è rivelata di grande aiuto per la comprensione dei meccanismi neuronali della visione, della percezione, delle emozioni e di tutto quell’ insieme di processi più complesso dell’intero Universo che a differenza di quest’ultimo, non sta sopra la nostra testa, ma semplicemente dentro.</p>
<p>Note bibliografiche:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L.L. KONTSEVICH e C.W. TYLER, What makes Mona Lisa smile?, in “Vision Research”, Vol.44, pp.1493-1498, giugno 2004.L. SCIORTINO, Mona Lisa smile, in “Mente &amp; Cervello”, anno II, n.11.C. DARWIN , L’espressione delle emozioni, Bollati Boringhieri, 1999.P. EKMAN, Recognizing faces &amp; feeling to improve comunication and emotional life, Henry Holt &amp; Company, 2003</p>
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		<title>La musica, il cervello e noi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:54:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la ninna nanna o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/la-musica-il-cervello-e-noi/">La musica, il cervello e noi</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la ninna nanna o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto opposto, come agitazione o pianto. Un’altra caratteristica della musica è che essa è in grado di avere effetti sulla memoria e può rafforzare la capacità di espressione.Come affermato nei precedenti articoli, il nostro cervello è un sofisticato sistema di apprendimento che riceve, attraverso i sensi, numerosi stimoli dal mondo esterno. Questi stimoli passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche, che correlano le emozioni ed i significati alle strutture cerebrali che producono le diverse sensazioni. Un esempio sono le sensazioni sonore. Qualcuno rimarrebbe un po’ incredulo di fronte all’ affermazione che nel mondo non ci sono suoni o rumori. Ebbene, basti pensare che parole, rumori, suoni prodotti da strumenti musicali e non, sono risposte cerebrali a determinate vibrazioni del mondo esterno. Dato che le vibrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo, anche il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica seppur in maniera diversa, cosi come il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come produrre dalle vibrazioni esterne la sensazione interiore del suono e riconoscerne il timbro, il tono e la frequenza. È pertanto comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello; quella relativa a udire per interpretare e cioè a distinguere i suoni come fenomeno cognitivo, l’altra relativa al sentire percettivo che si colloca soprattutto nella attivazione delle funzioni emotive.E’utile perciò utilizzare questo strumento per migliorare capacità cognitive tenendo così allenata la capacità di integrazione sensoriale che, stimolata, è in grado di produrre un apprendimento migliore negli individui che si occupano di musica. Dal momento che il nostro cervello media in maniera differente i suoni provenienti dall’ esterno, ovvero le scale musicali vengono mediate dall’emisfero sinistro, mentre le melodie da quello destro, sarà necessario attuare strategie capaci di coinvolgere globalmente il nostro sistema cognitivo facendo attenzione ai risultati che le diverse metodologie stesse producono. Infatti dal momento che la musica è in grado di produrre sensazioni, non è detto che tutte le sensazioni siano positive. Infatti la musica, interagendo direttamente con le zone responsabili delle emozioni ed essendo queste meno regolabili e meno coscienti, è in grado di esasperare comportamenti quali aggressività o depressione. Ovviamente le musica è un ottimo strumento utilizzato a scopi terapeutici come descriveremo nei prossimi articoli.</p>
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		<title>Mozart! ma che dici?!</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Totemblueart N°10]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Jacopo ROMANI È indiscutibile la sublimità nella musica del giovane Wolfang Amadeus Mozart: innumerevoli pagine sono state scritte sul grande compositore e innumerevoli parole sono state pronunciate.Già a quattro anni gioca con il violino e comincia a scrivere note musicali. Niente scuola. Niente relazione con i coetanei. Praticamente una vita priva di fanciullezza e [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/mozart-ma-che-dici-2/">Mozart! ma che dici?!</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Jacopo ROMANI</strong></p>
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<p style="text-align: justify;">È indiscutibile la sublimità nella musica del giovane Wolfang Amadeus Mozart: innumerevoli pagine sono state scritte sul grande compositore e innumerevoli parole sono state pronunciate.Già a quattro anni gioca con il violino e comincia a scrivere note musicali. Niente scuola. Niente relazione con i coetanei. Praticamente una vita priva di fanciullezza e vissuta sempre da adulto. Ecco che cosa scrive alla madre in una lettera datata 31 gennaio 1778, quando ha 21 anni:“Signora mamma! Io sto qua con della gente che di cacca ha pieno il ventre… Da otto giorni da Manheim partiti siamo / E quanto a merda cacata assai ne abbiamo… Quanto al concerto ecco la mia pensata / Lo butto giù a Parigi, alla prima cacata… Non offendiamo iddio col nostro gran cacare / Neppure se la merda ci piace mordicchiare… Ma basta con i versi; voglio ora annunciarle / Che lunedì venturo / Senza tante domande / Di baciarle la mano l’onor mi sarà dato / Ma prima le mie brache avrò certo smerdato.Questa incontinenza verbale si riscontra in molte altre lettere, come quelle che scrive alla cugina Maria Anna Thekla :[...] penserà forse che io sia morto? Che sia crepato? Ma no! Non lo pensi, la prego. Perché pensare e cacare sono due cose diverse!&#8230; Va sempre al cesso regolarmente?[...] Cacca, Cacca! Pappa! Bello! Cacca! O cacca! O dolce parola![…] Cacca! Lecca! […] . Anche qui i temi anali emergono esasperati con altre parole impronunciabili come quelle usate per comporre i Canoni, composizioni contrappuntali che uniscono ad una melodia una o più imitazioni, che sono eseguite dopo un tempo prestabilito di cui, però, gli editori hanno tenuto la melodia e sostituito i testi.La sensibilità sociale non era propria del grande compositore che come un bambino, per il quale tutto gira intorno a sè, riuscì a raggiungere un enorme capacità creativa esprimendola ai massimi livelli.Questa sua espressione verbale, dove emergono tematiche anali ed orali, è propria di Mozart per tutto il corso della sua esistenza, a dimostrazione di come egli sia sempre stato alla ricerca della fanciullezza, di quelle necessarie relazioni infantili che l’abilità musicale non gli ha mai concesso.</p>
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		<title>Non ti riconosco più! &#8211; Quando la mente inciampa</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:51:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Da Totem]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Totemblueart N°17]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Jacopo ROMANI Quante volte ci è capitato di usare questa espressione quando un famigliare, un conoscente od un amico si comporta come non è solito fare? Ma che cosa succederebbe se davvero un giorno ci svegliassimo e non riconoscessimo più i nostri cari o le persone con le quali abbiamo avuto a che fare [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/mozart-ma-che-dici/">Non ti riconosco più! &#8211; Quando la mente inciampa</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>di Jacopo ROMANI</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte ci è capitato di usare questa espressione quando un famigliare, un conoscente od un amico si comporta come non è solito fare? Ma che cosa succederebbe se davvero un giorno ci svegliassimo e non riconoscessimo più i nostri cari o le persone con le quali abbiamo avuto a che fare fino alla sera prima? Non sto parlando della famosa prosopoagnosia, per la quale, a causa di uno specifico deficit dovuto a una lesione, di solito bilaterale, alla corteccia che si colloca al confine fra il lobo occipitale e quello temporale, porta a non riconoscere più i volti delle persone. Nel film cult L’invasione degli ultra corpi, recentemente riproposto nella versione cinematografica più moderna con Invasion, i personaggi non riconoscevano più i loro famigliari o amici, ma erano assuefatti dall’idea che fossero stati sostituiti con replicanti. Al di là del plot narrativo, questi film descrivono perfettamente quella che viene chiamata <strong>Sindrome di Capgras</strong>. Detta anche illusione del sosia o del doppio, fu descritta per la prima volta nel 1923 dallo psichiatra francese Capgras da cui ha preso il nome e si tratta di un disturbo piuttosto raro costituito da una forma di delirio-paranoia che porta chi ne è affetto a credere che i propri cari e tutte le persone che conoscono, pur avendo il medesimo aspetto fisico e gli stessi comportamenti, siano in realtà dei sostituti impostori. Numerosi autori descrivono casi di persone con questo disturbo: l’illustre neuroscienziato Ramachandram, nel libro Cosa sappiamo della mente racconta di un paziente che dopo essersi risvegliato dopo un incidente, alla vista della moglie si rivolge sorpreso al medico sostenendo che la donna somiglia tremendamente alla moglie, ma non lo era e sicuramente si trattava di una donna che per secondi fini si spacciava per lei. Questo esempio illustra questo disturbo alla luce di un danneggiamento cerebrale causato da incidente. Tuttavia si trovano casi in cui non vi è storia di danno cerebrale, né di altro deficit cognitivo nel paziente. Secondo ricerche recenti sembrerebbe che il disturbo sia da attribuire ad una interruzione fra le aree cerebrali deputate al riconoscimento del volto (giro fusiforme) e le aree deputate a realizzare la definizione emozionale del riconoscimento (l’amigdala). In parole povere, i pazienti con Sindrome di Capgras, riconoscono il volto della persona, ma il cervello non riesce ad attribuirgli un significato emozionale e di conseguenza vedono spezzato il senso di familiarità; ciò porta alla convinzione che le persone che hanno di fronte siano in realtà degli estranei. Una variante della sindrome, ancor più rara, è la Sindrome di Cotard, che porta il paziente a credere di essere morto al punto di percepire persino l’odore della propria carne. In questo caso, anziché essere interrotta la connessione fra il centro delle emozioni e l’area deputata al riconoscimento dei volti, sono interrotti con tale centro tutti i collegamenti con gli altri sistemi sensoriali. In questo modo, niente ha più significato emotivo al punto che l’unico modo per spiegare questa totale mancanza di emozioni rimane quello di credere di essere morto e in nessun modo è possibile convincerlo del contrario poiché la sfera emozionale (ossia lo stato di assenza di emozioni) domina completamente la sua ragione (Vilayanur Ramachandran).Una curiosità.Nella tradizione del teatro latino, Sosia è il servo di Anfitrione; il dio Mercurio, complice delle scappatelle amorose di Giove, assume le sembianze di Sosia per convincere la moglie di Anfitrione ad accogliere nel suo letto Giove (che a sua volta ha assunto le sembianze del marito). All’arrivo del vero Sosia, il dio Mercurio, che sorveglia la casa, aggredisce e scaccia il servo di Anfitrione sostenendo di essere lui il vero Sosia.</p>
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		<title>ARTeMente</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 12:49:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Da Totem]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ognuno di noi esprimerebbe i suoi dubbi davanti all’affermazione “il cervello è arte”. Ma se non ci limitassimo a pensare il cervello come entità fisica e se, per un attimo, lo accorpassimo nella proporzione matematica [mente: comunicazione = arte: estetica] allora diverrebbe tutto più chiaro. La mente produce comunicazione tanto quanto l’arte produce estetica. Da qui, [...]</p><p>L'articolo <a href="http://www.totemblueart.it/artemente/">ARTeMente</a> sembra essere il primo su <a href="http://www.totemblueart.it"></a>.</p>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi esprimerebbe i suoi dubbi davanti all’affermazione “il cervello è arte”. Ma se non ci limitassimo a pensare il cervello come entità fisica e se, per un attimo, lo accorpassimo nella proporzione matematica [mente: comunicazione = arte: estetica] allora diverrebbe tutto più chiaro. La mente produce comunicazione tanto quanto l’arte produce estetica. Da qui, la nascita di una nuova disciplina: la Neuroestetica che si prefigge di approfondire il rapporto tra l’arte e la nostra mente. Ogni opera d’arte ha la capacità di produrre un qualche tipo di emozione e ognuno di noi ha una diversa esperienza estetica di fronte ad essa. Ciò che questa disciplina intende indagare sono i meccanismi attraverso i quali siamo in grado di immaginare, costruire associazioni, creare ed emozionarci davanti ad un opera d’arte. Nell’ ultimo ventennio, le neuroscienze sono state in grado di determinare l’organizzazione del nostro cervello e, in particolare facendo riferimento a processi fisiologici propri del sistema visivo, si è potuto appurare come l’artista, mentre dipinge, esplora le potenzialità del proprio cervello. La Neuroestetica parte dal presupposto che, di fronte ad un medesimo oggetto, in ogni essere umano si rileva la medesima modalità di attivazione in diverse aree cerebrale e l’attività umana è un risultato dell’attività del cervello. Questa base comune ci pone di fronte all’arte sullo stesso piano interpretativo, permettendo di comunicare impressioni ed emozioni profonde che talvolta non siamo in grado di esprimere a parole. Da ciò si potrebbe dedurre che l’artista abbia un cervello sviluppato in modo diverso da chi artista non è e che questa diversità si possa osservare e descrivere; si potrà stabilire, semplicemente osservando il cervello, se uno è artista oppure no? Si potrà fare a meno dei critici e del loro giudizio? Un male o un bene? Un bene perché sparirebbero i critici. Un male perché nessuno potrebbe più spacciarsi per artista. Ma sarà davvero così semplice? Sarà la Neuroestetica la nuova fonte della critica d’arte? Saranno i nostri neuroni a scrivere su carta i nostri sentimenti, davanti a una poesia di Ungaretti piuttosto che davanti a un’opera di Dalì? Troveremo il neurone della creatività? E la Neuroestetica si vedrà bollare da non scienza, avvicinandosi forse all’astrologia, nello stesso momento in cui l’uomo rifiuterà la determinatezza di questa disciplina scomoda. Artisti. Armatevi di coltello. La vostra mente ha diritto d’essere protetta.</p>
<p style="text-align: justify;">di Jacopo Giovanni Romani</p>
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