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blu-chagall: il colore del tempo che passa

nov 5th, 2009 | By totemblueart | Category: Top articolo

La mostra sul periodo blu di Marc Chagall (7 luglio 1887 – 28 marzo 1985) si snoda sui più livelli del palazzo dell’omonimo colore, a Pisa, e che al palazzo ha donato anche il nome oltre che la croma: Palazzo Blu (Pisa, Palazzo Blu, Chagall e il Mediterraneo, 9 ottobre 2009 – 17 gennaio 2010, www.chagallpisa.it, catalogo Giunti).

Nel complesso si mostra molto ben fornita e curata, sia nell’abbigliamento scenografico di superficie, e sia nell’approfondimento teorico in prospettiva, mostrando, in molti casi, il passaggio dal disegno preparatorio alla tela: dall’idea, al progetto al lavoro finito ed esposto sulle pareti di Palazzo Blu.

Il momento blu di Chagall è quello noto del riposo della Costa Azzurra, non mediterraneo, ma meditabondo; perché mediterraneo era già Chagall da prima della Costa a Sud della Francia, da sempre, dal soggiorno in Medio Oriente. Lui, forzato del viaggio e marinaio per forza e necessità, in Francia ha solo scoperto e riconosciuto che il Mediterraneo è, dappertutto, in tutte le sue spiagge, in tutte le sue lingue e capitali, un’unica grande cosa, un unico ininterrotto memento del suo scorrere millenario sulle proprie onde addosso ai lembi di terra che hanno cucito insieme la storia dell’uomo fin da bambino.

Ma per certi versi quello che abbiamo visto in mostra è sicuramente un pittore e la sua opera priva di storia, a-temporale e a-sistematica, primordiale e fanciullesca, e probabilmente disturbata nella visione notturna, e anche in quella diurna, se sulla tela compaiono astuzie totemaiche della pulsione sessuale di tarda età, simboli e ricorrenze dichiaratamente erotiche, e uomini e donne avvolti a cerchio su se stessi quasi ricomporre il cerchio dal semicerchio e dalla mezzaluna prenatale.

La tremebonda linea che di Chagall immortala la mostra della città della torre nota di terra di Toscana – a parte il fatto che sarà il segno del disegno dei maestri profughi del fumetto di Argentina (A. Breccia ha scritto Mulina, il famoso uomo azzurro, sotto l’effetto ipnotico delle tele di questo Chagall probabilmente) – disegna innanzitutto la condizione umana a un passo dall’abisso, che quasi si disfa con la linea che si sfilaccia ondulata sulla tela; e disegna quindi la stanchezza del pittore, con spazi di paesaggio sempre più grossi a fronte di figure umane sempre più assottigliate e assoggettate ai secondi della fine, e sintomatiche di un voler essere stanco e nascosto nella grandezza della quiete paesaggistica. Di quella quiete naturalistica di cui lui aveva bisogno dopo aver riempito in maniera schizofrenica e delirante di precisione geometrica amanuense la tela nel primo periodo della sua carriera artistica; lasciando le sue tele vuote, quasi, e riempite dal colore che come da foglia morta autunnale si sovrapponeva a cascata, goccia a goccia stanca, a riempire la tela e a dipingere sostanzialmente la fatica di un uomo, il fiatone di un professionista e l’affanno provato dalla storia di tutta la prima metà durante le due Grandi Guerre del secolo scorso sulla pelle di uno dei suoi imponenti testimoni, che ha lasciato in Francia il racconto della fatica del vivere europeo, dopo aver vissuto con gioia in tutta Europa la felicità di tele matematiche. (ox4d)

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