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	<title>Totemblueart &#187; Arte e Neuroscienze</title>
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	<description>Rivista di arte e cultura Trentino</description>
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		<title>Arte e malattia mentale</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:24:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>

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		<description><![CDATA[




L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di [...]]]></description>
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</script></div><p>L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di nuove realtà che potranno anche non dipendere dalle informazioni sensoriali provenienti dal mondo. Questo è possibile perché il nostro cervello non ha necessariamente bisogno di un continuo flusso di informazioni provenienti dai sensi. Basti pensare ai sogni, ai ricordi, che si manifestano in immagini mentali o rappresentazioni create dalla nostra mente. L’arte, perciò, amplifica la realtà, la distorce, la annulla attraverso l’eccitamento del sistema nervoso dell’artista che al momento della creazione trasforma il tutto in movimenti delle mani attraverso i quali crea la propria rappresentazione con lo scopo di ricreare nell’osservatore le stesse emozioni che hanno indotto e accompagnato l’artista nella composizione. Un’opera d’arte non ha soltanto la caratteristica di suscitare emozioni provocate dai principi del funzionamento della percezione visiva, ma si riferisce anche all’emozione che l’ha prodotta. Quindi un’ opera d’arte nasce dalla combinazione di ciò che l’artista percepisce dal mondo esterno e dall’interpretazione che egli dà agli stimoli percepiti. Detto questo è possibile chiedersi che cosa succede se entrambi questi due fattori vengono alterati da cause patologiche. Come in ogni essere umano, gli effetti di patologie mentali alterano l’elaborazione delle informazioni provenienti dall’esterno così come le capacità percettive ed emotive prodotte da tale elaborazione; da ciò si può dedurre come questi problemi possono influire in un artista, sulla sua espressione pittorica, fino a testimoniare come il suo vissuto entri a far parte integrante della sua opera. In molte opere appaiono rappresentazioni prodotte da stati mentali alterati e patologie che sono identificabili sia nell’opera e sia nella descrizione che l’autore ne fa. Ogni artista quindi dipinge in base alla patologia che lo affligge. Edvard Munch, per esempio, che si riteneva fosse affetto da schizofrenia, nel suo Il grido sembra voler svelare la sua angoscia di origine patologica. Il contenuto dell’opera raffigura un uomo che si rifiuta di sentire il suo stesso urlo di dolore: il particolare clima culturale e politico favorisce il rifiuto di essere messi di fronte alle proprie angosce esistenziali, tanto che nel 1982 la mostra delle opere di Munch a Berlino venne chiusa dalle autorità per lo scalpore suscitato. I contorni dissolti, le forme indefinite, i colori irreali, contrastanti, sono il mezzo attraverso il quale Munch perviene ad una personalissima interpretazione dell’angoscia esistenziale dell’uomo e, rendendola visibile, la diffonde nell’animo di chi la contempla. Riguardando la propria opera compiuta Munch affermò: “Solo un folle poteva dipingerlo”.</p>
<p>Un ulteriore esempio è offerto dal pittore considerato oggi il pittore malato, vale a dire Van Gogh, la cui malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche fondate sulle lettere che egli scrisse al fratello. Lo stesso Michelangelo, affetto da una depressione di origine psichica, nel dipingere il volto di San Bartolomeo mentre mostra al Giudice il coltello, riportò nelle pieghe della pelle del martirio un dolorante autoritratto. Numerosi altri pittori sono stati soggetti a gravi alterazioni psichiche quali schizofrenia o sindrome maniaco-depressiva e tutti hanno lasciato un indelebile segno attraverso le proprie opere che, oltre ad avere uno straordinario valore artistico, valgono anche come strumenti diagnostici utili per penetrare nella vita del pittore, nella sua mente e nei suoi più profondi pensieri.</p>
<p>Jacopo Romani</p>
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		<title>La musica, il cervello e noi</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>

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La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la ninna nanna o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la ninna nanna o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto opposto, come agitazione o pianto. Un’altra caratteristica della musica è che essa è in grado di avere effetti sulla memoria e può rafforzare la capacità di espressione.</p>
<p>Come affermato nei precedenti articoli, il nostro cervello è un sofisticato sistema di apprendimento che riceve, attraverso i sensi, numerosi stimoli dal mondo esterno. Questi stimoli passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche, che correlano le emozioni ed i significati alle strutture cerebrali che producono le diverse sensazioni. Un esempio sono le sensazioni sonore. Qualcuno rimarrebbe un po’ incredulo di fronte all’ affermazione che nel mondo non ci sono suoni o rumori. Ebbene, basti pensare che parole, rumori, suoni prodotti da strumenti musicali e non, sono risposte cerebrali a determinate vibrazioni del mondo esterno. Dato che le vibrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo, anche il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica seppur in maniera diversa, cosi come il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come produrre dalle vibrazioni esterne la sensazione interiore del suono e riconoscerne il timbro, il tono e la frequenza. È pertanto comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello; quella relativa a udire per interpretare e cioè a distinguere i suoni come fenomeno cognitivo, l’altra relativa al sentire percettivo che si colloca soprattutto nella attivazione delle funzioni emotive.</p>
<p>E’utile perciò utilizzare questo strumento per migliorare capacità cognitive tenendo così allenata la capacità di integrazione sensoriale che, stimolata, è in grado di produrre un apprendimento migliore negli individui che si occupano di musica. Dal momento che il nostro cervello media in maniera differente i suoni provenienti dall’ esterno, ovvero le scale musicali vengono mediate dall’emisfero sinistro, mentre le melodie da quello destro, sarà necessario attuare strategie capaci di coinvolgere globalmente il nostro sistema cognitivo facendo attenzione ai risultati che le diverse metodologie stesse producono. Infatti dal momento che la musica è in grado di produrre sensazioni, non è detto che tutte le sensazioni siano positive. Infatti la musica, interagendo direttamente con le zone responsabili delle emozioni ed essendo queste meno regolabili e meno coscienti, è in grado di esasperare comportamenti quali aggressività o depressione. Ovviamente le musica è un ottimo strumento utilizzato a scopi terapeutici come descriveremo nei prossimi articoli.</p>
<p>di Jacopo Romani</p>
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		<title>Effetto Mozart</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:54:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[net1news]]></category>

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		<description><![CDATA[In uno dei precedenti numeri ho esposto l’analisi della persona di Mozart come eterno bambino.
Per quanto riguarda il Mozart compositore, secondo recenti scoperte neuroscientifiche condotte presso l’Universtity of California, si è riscontrato come l’ascolto della Sonata K448 per due pianoforti sia in grado di migliorare le prestazioni spazio-temporali di ben 9 punti nella valutazione del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In uno dei precedenti numeri ho esposto l’analisi della persona di Mozart come eterno bambino.</p>
<p>Per quanto riguarda il Mozart compositore, secondo recenti scoperte neuroscientifiche condotte presso l’Universtity of California, si è riscontrato come l’ascolto della Sonata K448 per due pianoforti sia in grado di migliorare le prestazioni spazio-temporali di ben 9 punti nella valutazione del personale Quoziente di Intelligenza (QI). Anche se tale effetto viene esercitato sul nostro cervello solo per 10-15 minuti, l’influenza di alcune partiture dell’Autore viene comunemente definita come effetto Mozart.</p>
<p>Le capacità spazio-temporali permettono di manipolare immagini mentali ridimensionali, utili nella matematica, ingegneria, architettura,scienze, arti e nella vita quotidiana (basti pensare a quando ci troviamo in un luogo poco conosciuto e dobbiamo crearci una mappa mentale anche solamente del parcheggio per poter ritrovare la nostra auto!).</p>
<p>Questo originale studio, pubblicato nella rivista Nature, ha prodotto un notevole impatto sia in ambito educativo che commerciale, ma non ha tenuto presente che tale effetto non si sarebbe esaurito tanto nell’avvicinare Mozart alle orecchie di bambini inconsapevoli, quanto nello stimolare uno studio più approfondito del rapporto fra musica mozartiana e cervello.</p>
<p>Per esempio, un ulteriore ricerca dimostra che la Sonata K488 aumenta la velocità ed abilità di navigazione nei ratti all’interno di un percorso labirintico; diminuisce sensibilmente il numero di attacchi epilettici.</p>
<p>Ma quali cono gli elementi musicali presenti che rendono la Sonata così speciale?</p>
<p>Da una prospettiva musicologia si ritiene che questa partitura rappresenti una delle più mature e profonde opere del Maestro salisburghese, mentre, in ottica neuroscientifica, John Hughes, neurologo, sostiene che nella musica di Mozart si rinviene una lunga-durevole periodicità mentale.</p>
<p>In altre parole, le composizioni del Nostro sono caratterizzate da una linea melodica che si ripete quasi continuamente con continue variazioni nella disposizione e ripetizione di note, che però permettono all’ascoltatore di non perdere mai la memoria del tema musicale[2]. Si tratta in sostanza di una melodia continuamente ripetuta e variata, grazie alla quale le aspettative melodiche ed armoniche vengono soddisfatte. Secondo Hughes questa è la chiave interpretativa per comprendere il perché la musica mozartiana influisce così profondamente sui processi cognitivi del cervello, il quale funziona esattamente nello stesso modo: ripete la costruzione di informazioni precedenti e le varia per adattarle alle nuove situazioni. Nel caso della presente Sonata, la K448, questo livello di periodicità e ripetizione, seppure nella variazione, è particolarmente evidente. Un’altra caratteristica evidenziata e presente nelle composizioni di Mozart e Bach è la presenza, con un certo grado di ripetizione, delle note sol3 (196Hz), do5 (523 Hz) e si5 (987 Hz) più insistita rispetto ad altre.</p>
<p>La valutazione di questo effetto e della sua influenza dipende anche dal tipo di performance cognitiva richiesta, dunque dalla scelta delle prove. Non si riscontra invece un effettivo miglioramento di capacità intellettive generali. L’effetto Mozart è particolarmente verificabile in pazienti epilettici. Inoltre, la presenza di queste influenze cognitive esercitate dalla musica su alcune capacità cerebrali non è attribuibile esclusivamente alla musica di Mozart, quanto ad alcune strutture musicali caratteristiche che attualmente non sono ancora state precisamente definite.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
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		<title>La sindrome di Stendhal</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[net1news]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciò che accade nel nostro cervello quando ci si trova di fronte ad un opera d’arte è stato già discusso nei numeri precedenti.
E’ possibile però che oltre ad effetti positivi, la visione di un opera d’arte sia in grado di provocare un malessere psicofisiologico?
La risposta è si ed è racchiusa nella cosiddetta Sindrome di Stendhal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciò che accade nel nostro cervello quando ci si trova di fronte ad un opera d’arte è stato già discusso nei numeri precedenti.</p>
<p>E’ possibile però che oltre ad effetti positivi, la visione di un opera d’arte sia in grado di provocare un malessere psicofisiologico?</p>
<p>La risposta è si ed è racchiusa nella cosiddetta Sindrome di Stendhal o Sindrome di Firenze, per il fatto che è questa la città dove nell’ospedale di Santa Maria Nuova si riscontrano almeno un caso al mese di ricovero di pazienti colpiti da improvvisi disturbi psichici.</p>
<p>Con “Sindrome di Stendhal” si fa riferimento a una serie di esperienze critiche, di episodi di scompenso psichico acuti, improvvisi e di breve durata, tutti di carattere benigno, ovvero privi di conseguenze e tutti correlati con l’elemento del viaggio in luoghi d’arte.</p>
<p>Si manifesta con tre differenti tipologie di disturbo.</p>
<p>La prima è quella identificabile con crisi di panico e ansia somatizzata, dove i soggetti accusano improvvisamente palpitazioni, difficoltà respiratorie, malessere al torace, la sensazione di essere sul punto di svenire e conseguentemente lo sviluppo di un vago senso di irrealtà. Tali condizioni portano ad avvertire un improvviso bisogno “di casa”, di tornare nella propria terra, di parlare la propria lingua.</p>
<p>Le altre due tipologie sono invece più serie. Una riguarda prevalentemente i disturbi dell’affettività, e si manifesta con stati di depressione come crisi di pianto, immotivati sensi di colpa, senso di angoscia o all’opposto con stati di sovraeccitazione; l’altra riguarda i disturbi del pensiero, con alterata percezione di suoni e colori e senso persecutorio dell’ambiente circostante.</p>
<p>Non esistono opere o autori particolari che suscitino le reazioni descritte. Questo è un concetto molto importante: non sono le opere in sé, ma piuttosto alcune peculiarità proprie del singolo oggetto estetico che in particolari circostanze scatenano nel fruitore, a seconda anche della sua storia personale, una sostanziale difficoltà di contenimento delle emozioni e dunque una condizione di disagio.</p>
<p>Il fattore scatenante la crisi si ha spesso durante la visita ad un museo della città, dove il visitatore è colpito dal senso profondo di una o più opere, la relazione di queste con i loro creatori che trascende le immagini ed i soggetti.</p>
<p>Queste manifestazioni di “malessere” spesso hanno una manifestazione che porta ad assumere un comportamento di isteria nei confronti dell’opera che può sfociare in tentativi di sfregio o distruzione dell’opera.</p>
<p>Ecco quindi un esempio di effetto negativo che le opere d’arte possono trasmettere; effetto negativo che però nasce dalla grandezza artistica dell’opera in grado di trasmettere emozioni talmente grandi che non riescono ad essere contenute dall’osservatore che si sente così piccolo di fronte alla potenza artistica.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
<p>Per approfondimenti:</p>
<p>Film : “La Sindrome di Stendhal” di Dario Argento, 1996</p>
<p>Libri: “La Sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte” di Magherini Graziella,  Ponte alle Grazie Editore 2003, 219 pp.</p>
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		<title>Monna Lisa, ma cosa vuoi dirci?</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:51:10 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[net1news]]></category>

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		<description><![CDATA[Le sue labbra sembrano essere sfiorate da un sorriso. Un sorriso ambiguo, misterioso, enigmatico. Sembra che il suo volto sia una moltitudine di espressioni contemporaneamente.
Fra le varie descizioni date da esperti, saggisti e poeti,  lo storico Ernsr Gombrich, uno dei massimi studiosi e divulgatori di arte del secolo, riteneva che non si è mai sicuri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le sue labbra sembrano essere sfiorate da un sorriso. Un sorriso ambiguo, misterioso, enigmatico. Sembra che il suo volto sia una moltitudine di espressioni contemporaneamente.</p>
<p>Fra le varie descizioni date da esperti, saggisti e poeti,  lo storico Ernsr Gombrich, uno dei massimi studiosi e divulgatori di arte del secolo, riteneva che non si è mai sicuri dello stato d’animo con cui la Monna Lisa ci guarda.</p>
<p>La rivista Science, quattro anni fa, pubblicò un lavoro di Margaret Livingson, neurobiologa alla Harvard Medical School, la quale propose una nuova spiegazione oltre a quella data generalmente secondo la quale l’ambiguità espressiva della Monna Lisa sia dovuta alla tecnica dello sfumato negli angoli degli occhi e della bocca dando l’aria di mistero. L’ambiguità creata da quest’opera sarebbe basata sulle differenze nella percezione della “ frequenza spaziale” all’interno dei nostri occhi, ovvero si tratterebbe di una vera e propria misura di quanto è dettagliata un’immagine.</p>
<p>Prendendo come esempio uno schermo, più pixel ci sono a formare un immagine, tanto più l’immagine appare dettagliata, ovvero più elevata sarà la frequenza spaziale. Utilizzando quindi la visione centrale, puntando cioè direttamente l’oggetto, si apprezzano maggiormente le immagini nitide (frequenze elevate), mentre la visione periferica è più adatta a percepire i contorni sfumati.</p>
<p>Premesso ciò, secondo Livingston, non guardando direttamente la bocca della Monna Lisa, viene percepita la sua parte allegra che è nascosta nelle basse frequenze e cioè nello sfumato delle labbra; guardando invece direttamente le labbra, e quindi focalizzare direttamente gli occhi su di esse, queste ci danno l’impressione che l’espressione cambi.</p>
<p>Il problema che non permette di ritenere definitiva questa spiegazione stà nel fatto che ancora è chiaro quali siano i tratti del volto umano che esprimo i sentimenti; quali sono cioè gli elementi nel volto di una persona che veicolano le emozioni e le esternano?</p>
<p>In un recente studio effettuato da due neuroscienziati, Leonid Kobntsevich e Christopher Tyler viene indagato se siano gli occhi o le labbra della Monna Lisa a comunicare la tristezza e la gioia. I risultati misero in luce che gli occhi non veicolano emozioni di tristezza o felicità, ma intensificano soltanto il tono espresso dalle labbra. Secondo i ricercatori è quindi la bocca lo “specchio dell’anima”; “noi proiettiamo sugli occhi l’effetto indotto dalla configurazione delle labbra”(<em>Per i dettagli dello studio si riporta il lettore alle indicazioni di fine articolo</em>).</p>
<p>Secondo Maria Teresa Cattaneo, psicologa all’Università di Milano e studiosa delle espressioni facciali, critica le affermazioni dei due neuroscienziati, puntualizzando che altri esperimenti suggeriscono che gli osservatori guardano sempre il tutto e non un solo particolare e il cervello percepisce lo schema intero del viso, non una parte. Questa critica viene ribattuta dagli stessi osservando che “le precedenti teorie, comprese quelle della Livingstone” non sono supportate da prove decisive e soprattutto non chiariscono le relazioni esistenti tra gli occhi e la bocca.</p>
<p>Come Leonardo sia stato in grado di produrre un’opera così sublime, in grado di movimentare neurobiologi, psicologi e neuroscienziati, è un vero mistero.  La cosa certa è che ancora una volta, oltre all’ enorme regalo che Da Vinci ha fatto a intere generazioni, la sperimentazione artistica si è rivelata di grande aiuto per la comprensione dei meccanismi neuronali della visione, della percezione, delle emozioni e di tutto quell’ insieme di processi più complesso dell’intero Universo che a differenza di quest’ultimo, non sta sopra la nostra testra, ma semplicemente dentro.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Romani Jacopo Giovanni</span></p>
<p>Per approfondimenti:</p>
<p>KONTSEVICH L. L. e TYLER C. W., <em>What makes Mona Lisa smile?</em>, in “Vision Research, Vol.44, pp.1493-1498, giugno 2004.</p>
<p>Mente &amp; Cervello n.11, anno II, Luca Sciortino, “<em>Mona Lisa smile</em>”</p>
<p>DARWIN C., <em>L’espressione delle emozioni</em>, Bollati Boringhieri,1999.</p>
<p>EKMAN P., <em>Recognizing faces &amp; feeling to improve comunication and emotional</em> <em>life</em>, Henry Holt &amp; Company, 2003</p>
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		<title>MOZART! MA CHE DICI ?!</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:50:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[net1news]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ indiscutibile la sublimità nella musica del giovane; innumerevoli pagine sono state scritte sul grande compositore e innumerevoli parole sono state pronunciate.
Già a quattro anni gioca con il violino e comincia a scrivere note musicali. Niente scuola. Niente relazione con i coetanei.
E qui, all’età di 21 anni, il 31 gennaio 1778, scrive alla madre:
“ Signora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ indiscutibile la sublimità nella musica del giovane; innumerevoli pagine sono state scritte sul grande compositore e innumerevoli parole sono state pronunciate.</p>
<p>Già a quattro anni gioca con il violino e comincia a scrivere note musicali. Niente scuola. Niente relazione con i coetanei.</p>
<p>E qui, all’età di 21 anni, il 31 gennaio 1778, scrive alla madre:</p>
<p>“ <em>Signora mamma! Io sto qua con della gente che di cacca ha pieno il ventre… Da otto giorni da Manheim partiti siamo / E quanto a merda cacata assai ne abbiamo… Quanto al concerto ecco la mia pensata/ Lo butto giù a Parigi, alla prima cacata… Non offendiamo iddio col nostro gran cacare/ Neppure se la merda ci piace mordicchiare…Ma basta con i versi; voglio ora annunciarle/ Che lunedì venturo/Senza tante domande/Di baciarle la mano l’onor mi sarà dato/Ma prima le mie brache avrò certo smerlato</em>”.</p>
<p>Questa incontinenza verbale si riscontra in molte altre lettere, come quelle che scrive alla cugina Maria Anna Thekla ([...]”<em>penserà forse che io sia morto? Che sia crepato? Ma no! Non lo pensi, la prego. Perché pensare e cacare sono due cose diverse!&#8230;Va sempre al cesso regolarmente?[...] Cacca, Cacca! Pappa! Bello! Cacca! O cacca! O dolce parola![…] Cacca! Lecca! […]”)</em> dove anche qui i temi anali emergono esasperati con altre parole impronunciabili come quelle usate per comporre i <em>Canoni, </em>composizioni contrappuntali che uniscono ad una melodia una o più imitazioni, che sono eseguite dopo un tempo prestabilito e che gli editori ne hanno tenuto la melodia e sostituito i testi.</p>
<p>La sensibilità sociale non era propria del grande compositore che come un bambino per cui tutto gira intorno a sé, riesce a raggiungere un enorme capacità creativa che si espresse al massimo.</p>
<p>Questo sua espressione verbale, dove emergono tematiche anali ed orali,  è propria di Mozart per tutta la sua esistenza, a dimostrazione di come egli sia sempre stato alla ricerca della fanciullezza, di necessità di relazioni infantili che l’abilità musicale non gli ha mai concesso.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
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		<title>La musica, la mente e noi</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:49:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
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		<description><![CDATA[La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la ninna nanna o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La musica, come la maggior parte delle persone sanno, è in grado di coinvolgere e produrre sensazioni in chi la ascolta. Basti pensare a quando si vuole addormentare un fanciullo: sicuramente una melodia adatta è la <em>ninna nanna</em> o, comunque, sonorità leggere e non certamente sonorità ritmiche veloci e troppo dure che produrrebbero un effetto opposto, come agitazione o pianto. Un&#8217;altra caratteristica della musica è che essa è in grado di avere effetti sulla memoria e può rafforzare la capacità di espressione.</p>
<p>Come affermato nei precedenti articoli, il nostro cervello è un sofisticato sistema di apprendimento che riceve, attraverso i sensi, numerosi stimoli dal mondo esterno. Questi stimoli passano attraverso processi di integrazione di aree cerebrali specifiche, che correlano le emozioni ed i significati alle strutture cerebrali che producono le diverse sensazioni. Un esempio sono le sensazioni sonore. Qualcuno rimarrebbe un po’ incredulo di fronte all’ affermazione che nel mondo non ci sono suoni o rumori. Ebbene, basti pensare che  parole, rumori, suoni prodotti da strumenti musicali e non, sono risposte cerebrali a determinate vibrazioni del mondo esterno. Dato che le vibrazioni esterne passano debolmente anche attraverso il corpo, anche il cervello delle persone non udenti riesce a percepire la musica seppur in maniera diversa, cosi come il bambino, ancora nella pancia materna, inizia ad apprendere come produrre dalle vibrazioni esterne la sensazione interiore del suono e riconoscerne il timbro, il tono e la frequenza. È pertanto comprensibile che l’esercizio musicale sviluppi aree di integrazione specifiche del cervello; quella relativa a <em>udire per interpretare</em> e cioè a distinguere i suoni come fenomeno cognitivo, l’altra relativa al <em>sentire percettivo</em> che si colloca soprattutto nella attivazione delle funzioni emotive.</p>
<p>E’utile perciò utilizzare questo strumento per migliorare capacità cognitive tenendo così allenata la capacità di integrazione sensoriale  che, stimolata, è in grado di produrre un apprendimento migliore negli individui che si occupano di musica. Dal momento che il nostro cervello media in maniera differente i suoni provenienti dall’ esterno, ovvero le scale musicali vengono mediate dall’emisfero sinistro , mentre le melodie da quello destro, sarà necessario attuare strategie capaci di coinvolgere globalmente il nostro sistema cognitivo facendo attenzione  ai risultati che le diverse metodologie stesse producono. Infatti dal momento che la musica è in grado di produrre sensazioni, non è detto che tutte le sensazioni siano positive. Infatti la musica, interagendo direttamente con le zone responsabili delle emozioni ed essendo queste meno regolabili e meno coscienti,  è in grado di esasperare comportamenti quali aggressività o depressione. Ovviamente le musica è un ottimo strumento utilizzato a scopi terapeutici come descriveremo nei prossimi articoli.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
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		<title>Arte e malattia mentale</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:47:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia e neuroscienze]]></category>
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		<description><![CDATA[L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">L’artista nel produrre un’opera si basa sulle proprie conoscenze circa lo stato delle cose. Non necessariamente però ciò avviene. Infatti oltre che utilizzare le proprie conoscenze e stimoli percettivi provenienti dall’esterno, l’artista utilizza prodotti della propria elaborazione di questi, prodotti creati, manipolati e adattati dalla propria mente. Questo processo, nell’arte, può portare alla creazione di nuove realtà che potranno anche non dipendere dalle informazioni sensoriali provenienti dal mondo. Questo è possibile perché il nostro cervello non ha necessariamente bisogno di un continuo flusso di informazioni provenienti dai sensi. Basti pensare ai sogni, ai ricordi, che si manifestano in immagini mentali o rappresentazioni create dalla nostra mente. L’arte, perciò, amplifica la realtà, la distorce, la annulla attraverso l’eccitamento del sistema nervoso dell’artista che al momento della creazione trasforma il tutto in movimenti delle mani attraverso i quali crea la propria rappresentazione con lo scopo di ricreare nell’osservatore le stesse emozioni che hanno indotto e accompagnato l’artista nella composizione. Un’opera d’arte non ha soltanto la caratteristica di suscitare emozioni provocate dai principi del funzionamento della percezione visiva, ma si riferisce anche all’emozione che l’ha prodotta. Quindi un’ opera d’arte nasce dalla combinazione di ciò che l’artista percepisce dal mondo esterno e dall’interpretazione che egli dà agli stimoli percepiti. Detto questo è possibile chiedersi che cosa succede se entrambi questi due fattori vengono alterati da cause patologiche.  Come in ogni essere umano, gli effetti di patologie mentali alterano l’elaborazione delle informazioni provenienti dall’esterno così come le capacità percettive ed emotive prodotte da tale elaborazione; da ciò si può dedurre come questi problemi possono influire in un artista, sulla sua espressione pittorica, fino a testimoniare come il suo vissuto  entri a far parte integrante della sua opera. In molte opere appaiono rappresentazioni prodotte da stati mentali alterati e patologie che sono identificabili sia nell’opera e sia nella descrizione che l’autore ne fa.   Ogni artista quindi dipinge in base alla patologia che lo affligge. Edvard Munch, per esempio, che si riteneva fosse affetto da schizofrenia, nel suo <em>Il grido</em> sembra voler svelare la sua angoscia di origine patologica.  Il contenuto dell’opera raffigura un uomo che si rifiuta di sentire il suo stesso urlo di dolore: il particolare clima culturale e politico favorisce il rifiuto di essere messi di fronte alle proprie angosce esistenziali, tanto che nel 1982 la mostra delle opere di Munch a Berlino venne chiusa dalle autorità per lo scalpore suscitato. I contorni dissolti, le forme indefinite, i colori irreali, contrastanti, sono il mezzo attraverso il quale Munch perviene ad una personalissima interpretazione dell’angoscia esistenziale dell’uomo e, rendendola visibile, la diffonde nell’animo di chi la contempla. Riguardando la propria opera compiuta Munch affermò: ”<em>Solo un folle poteva dipingerlo</em>”.</p>
<p style="text-align: left;">Un ulteriore esempio è offerto dal pittore considerato oggi <em>il pittore malato</em>, vale a dire Van Gogh, la cui malattia, che si manifestò prima dei trent’anni, è stata oggetto di numerose ricostruzioni e interpretazioni diagnostiche fondate sulle lettere che egli scrisse al fratello. Lo stesso Michelangelo, affetto da una depressione di origine psichica, nel dipingere il volto di San Bartolomeo mentre mostra al Giudice il coltello, riportò nelle pieghe della pelle del martirio un dolorante autoritratto. Numerosi altri pittori sono stati soggetti a gravi alterazioni psichiche quali schizofrenia o sindrome maniaco-depressiva e tutti hanno lasciato un indelebile segno attraverso le proprie opere che, oltre ad avere uno straordinario valore artistico, valgono anche come  strumenti diagnostici utili per penetrare nella vita del pittore, nella sua mente e nei suoi più profondi pensieri.</p>
<p style="text-align: left;">
<p align="center">Jacopo Romani</p>
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		<title>ARTeMente</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
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		<description><![CDATA[Ognuno di noi esprimerebbe i suoi dubbi davanti all’affermazione “il cervello è arte”. Ma se non ci limitassimo a pensare il cervello come entità fisica e se,  per un attimo,  lo accorpassimo nella proporzione matematica [mente : comunicazione =  arte : estetica] allora diverrebbe tutto più chiaro.
La mente produce comunicazione tanto quanto l’arte produce estetica. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno di noi esprimerebbe i suoi dubbi davanti all’affermazione “il cervello è arte”. Ma se non ci limitassimo a pensare il cervello come entità fisica e se,  per un attimo,  lo accorpassimo nella proporzione matematica [mente : comunicazione =  arte : estetica] allora diverrebbe tutto più chiaro.</p>
<p>La mente produce comunicazione tanto quanto l’arte produce estetica. Da qui, la nascita di una nuova disciplina: la Neuroestetica che si prefigge di approfondire il rapporto tra l’arte e la nostra mente.</p>
<p>Ogni opera d’arte ha la capacità di produrre un qualche tipo di emozione e ognuno di noi ha una diversa esperienza estetica di fronte ad essa.</p>
<p>Ciò che questa disciplina intende indagare sono i meccanismi attraverso i quali siamo in grado di immaginare, costruire associazioni, creare ed emozionarci davanti ad un opera d’arte.</p>
<p>Nell’ ultimo ventennio, le neuroscienze sono state in grado di determinare l’organizzazione del nostro cervello e, in particolare facendo riferimento a processi fisiologici propri del sistema visivo, si è potuto appurare come l’artista,  mentre dipinge, esplora le potenzialità del proprio cervello.</p>
<p>La Neuroestetica parte dal presupposto che, di fronte ad un medesimo oggetto,  in ogni essere umano si rileva la medesima modalità di attivazione in diverse aree cerebrale e l&#8217;attività umana è un risultato dell&#8217;attività del cervello.</p>
<p>Questa base comune ci pone di fronte all’arte sullo stesso piano interpretativo, permettendo di comunicare impressioni ed emozioni profonde che talvolta non siamo in grado di esprimere a parole.</p>
<p>Da ciò si potrebbe dedurre che l’artista abbia un cervello sviluppato in modo diverso da chi artista non è e che questa diversità si possa osservare e descrivere; si potrà stabilire, semplicemente osservando il cervello, se uno è artista oppure no?</p>
<p>Si potrà fare a meno dei critici e del loro giudizio?</p>
<p>Un male o un bene?</p>
<p>Un bene perché sparirebbero i critici.</p>
<p>Un male perché nessuno potrebbe più spacciarsi per artista.</p>
<p>Ma sarà davvero così semplice?</p>
<p>Sarà la Neuroestetica la nuova fonte della critica d’arte? Saranno i nostri neuroni a scrivere su carta i nostri sentimenti, davanti a una poesia di Ungaretti piuttosto che davanti a un’opera di Dalì? Troveremo il neurone della creatività?</p>
<p>E la Neuroestetica si vedrà bollare da non scienza, avvicinandosi forse all’astrologia, nello stesso momento in cui l’uomo rifiuterà la determinatezza di questa disciplina scomoda.</p>
<p>Artisti. Armatevi di coltello. La vostra mente ha diritto d’essere protetta.</p>
<p>Alessandro Turchetti &amp; Jacopo Giovanni Romani</p>
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