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	<title>Totemblueart &#187; Personaggi</title>
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	<description>Rivista di arte e cultura Trentino</description>
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		<title>Annamaria Cielo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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Il Cammino dell’amore
di Eros OLIVOTTO
“Amarsi è come ospitarsi”, opera di prossima pubblicazione, rappresenta un’evoluzione nel viaggio e nella ricerca di Annamaria Cielo, autrice che, grazie all’ incessante lavoro sulla forma e, quindi, sui modi del dire, è approdata a un linguaggio capace di farsi evocativo e che, per quanto sorvegliato, mai risulta stucchevole o artificioso.
Basata [...]]]></description>
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</script></div><p>Il Cammino dell’amore</p>
<p>di Eros OLIVOTTO</p>
<p>“Amarsi è come ospitarsi”, opera di prossima pubblicazione, rappresenta un’evoluzione nel viaggio e nella ricerca di Annamaria Cielo, autrice che, grazie all’ incessante lavoro sulla forma e, quindi, sui modi del dire, è approdata a un linguaggio capace di farsi evocativo e che, per quanto sorvegliato, mai risulta stucchevole o artificioso.</p>
<p>Basata sulla piena libertà del verso, benché spontaneamente compaia spesso una cadenza legata all’uso dell’endecasillabo, la scrittura di Annamaria Cielo è in grado di creare un ritmo affidato al puro fluire delle immagini, fondato cioè sulla loro forza visiva e concettuale.</p>
<p>Quanto Annamaria indica, in queste liriche, è un modo, un atteggiamento che, attraverso la riflessione, consenta di sentirci esseri in cammino, individui lontani da ogni tipo di certezza acquisita, che guardino alla verità come a qualcosa di non dato, qualcosa da conquistare passo dopo passo, giorno dopo giorno.</p>
<p>L’amore, uno dei temi centrali della raccolta, è inteso dall’autrice come il solo mezzo che, grazie alla coscienza, consente all’uomo di valicare gli angusti ambiti dell’ego e di ricollocarsi al proprio centro. Ma l’amore non è univoco; fine e strumento di ogni cosa, esso è volto in ogni direzione e non si conforma ad alcuna regola che non sia quella della sua necessità.</p>
<p>Attraverso l’amore è per noi possibile rimanere fedeli alla vita, quand’anche il suo peso ci opprima al punto di diventare insostenibile</p>
<p>L’insistito richiamo alla coscienza, anche nella sua componente inconscia, il rifiuto di considerare la logica come il solo strumento capace di collegarci al mistero degli altri e di noi stessi, la scelta della via analogica, l’uso di un linguaggio simbolico ed evocativo, a tratti rivelativo, il riconoscimento della parola come mezzo che conduce al significato; sono queste le caratteristiche fondamentali  della poetica di Annamaria Cielo, gli aspetti che, a nostro parere, consentono di ascrivere, a pieno titolo, tale poetica nel variegato universo della poesia contemporanea.</p>
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		<title>Elisa Amistadi, una voce nuova e impegnata</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e musicisti]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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Concerto di grande impatto e di notevole spessore qualitativo  quello della roveretana Elisa Amistadi e dei suoi musicisti: Michele Bazzanella al basso elettrico, sinth e programmazioni e Michele Fanini alle chitarre, programmazioni e percussioni. Il concerto si è tenuto nel novembre scorso  presso il teatro comunale di Brentonico. È stato organizzato dal Comune [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.totemblueart.it/wp-content/uploads/2009/10/Immagine-16.png"><img class="alignleft size-full wp-image-339" title="Immagine 16" src="http://www.totemblueart.it/wp-content/uploads/2009/10/Immagine-16.png" alt="" width="194" height="174" /></a></p>
<p>Concerto di grande impatto e di notevole spessore qualitativo  quello della roveretana Elisa Amistadi e dei suoi musicisti: Michele Bazzanella al basso elettrico, sinth e programmazioni e Michele Fanini alle chitarre, programmazioni e percussioni. Il concerto si è tenuto nel novembre scorso  presso il teatro comunale di Brentonico. È stato organizzato dal Comune per recuperare quello che era stato annullato per maltempo lo scorso luglio, quando, nell’ambito della manifestazione “L’artista trentino dell’anno” organizzata dalla nostra rivista, uno dei premi il “Totem come giovane promessa”, era stato assegnato proprio a Elisa Amistadi. Un’importante occasione, non solo per gli abitanti della zona, per ascoltare il nuovo progetto live presentato in trio dalla cantante. Numeroso il pubblico che ha affollato il teatro di Brentonico incuriosito non solo dalla proposta, ma anche stuzzicato dalla giovane età del gruppo musicale. C’è subito da dire che la definizione di cantautrice risulta riduttiva per Elisa Amistadi in quanto lei esce sicuramente dagli stereotipi legati a questo termine, risultando piuttosto una poliedrica ed ecclettica performer che canta accompagnandosi sia al piano che con la chitarra. Al di là dello spessore dei brani da lei composti, i testi di Elisa rivelano una notevole maturità artistica che evidenziano le qualità vocali e interpretative che la rendono un’artista pronta per ottenere riscontri anche al di fuori dell’ambito locale. Non a caso Elisa ha già avuto modo di raccogliere importanti riconoscimenti sulla scena nazionale. Tra questi, la vittoria al premio Pavanello nel 2004, l’affermazione nel 2005 al prestigioso Festival Musicultura di Macerata (già Premio Recanati) dove si è aggiudicata i premi per il miglior testo e per la miglior interpretazione. Nel corso del 2008, oltre a comporre ed eseguire dal vivo, insieme a Michele Bazzanella, le musiche dell’ ultimo lavoro della compagnia di danza Abbondanza/Bertoni in scena in diversi teatri italiani, si è aggiudicata il primo premio nella rassegna per artisti emergenti del Mantova Musica festival. Il concerto risulta molto ben costruito con un inizio molto teatrale dove dal buio prende sempre più corpo un loop di sinth sul quale parte il bellissimo brano “Ordem e Progreso”. Alcune canzoni scritte da Elisa risultano autentiche chicche musicali. Tra queste ci sono rimaste particolarmente impresse “Confessioni di un giornalista”, brano estremamente efficace anche dal punto di vista del testo, costruito con immagini di notevole spessore poetico e “Trisomia 21”, brano che parla della sindrome down attraverso delle metafore che sottolineano una sensibilità interpretativa di grande qualità. Per quanto riguarda alcuni dei brani di altri autori da lei presentati, come non citare l’interpretazione di “Free man in Paris” di Joni Mitchell, ma soprattutto quella, davvero superba, con il solo efficacissimo accompagnamento del basso elettrico di “Grace” di Jeff Bukley.</p>
<p>Una citazione infine è doverosa anche per i musicisti Michele Bazzanella e Michele Fanini che svolgono un prezioso e funzionale lavoro di arrangiamento e accompagnamento che denotano gusto ed equilibrio di esecuzione. Che dire ancora? L’augurio è che “il Totem come giovane promessa” assegnato da Totemblueart a Elisa Amistadi sia di auspicio per lungimiranti traguardi.</p>
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		<title>Marco Betta</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:46:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Squarci dentro l’oltre universale
di Roberta MAGGI
Tra l’anno 1999 e il 2006 nascono le opere “mature” di Marco Betta. Fatiche che l’autore accetta finalmente come risultato artistico di una passione che ha potuto coltivare solo in maniera discontinua prima di quest’ultimo decennio, quando invece l’attività pittorica è stata esercitata più assiduamente e con maggiore soddisfazione personale.
Provenendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Squarci dentro l’oltre universale</p>
<p>di Roberta MAGGI</p>
<p>Tra l’anno 1999 e il 2006 nascono le opere “mature” di Marco Betta. Fatiche che l’autore accetta finalmente come risultato artistico di una passione che ha potuto coltivare solo in maniera discontinua prima di quest’ultimo decennio, quando invece l’attività pittorica è stata esercitata più assiduamente e con maggiore soddisfazione personale.</p>
<p>Provenendo da studi tecnico-artistici Betta è approdato ad attività legate alla grafica pubblicitaria e alla progettazione di prodotto, che lo impegnano tuttora professionalmente in una grande azienda di moda. L’arte pittorica sempre più è divenuta il mezzo e il fine del ricongiungimento col suo spirito creativo-istintuale, non in un senso di ripiegamento su se stesso, ma come esigenza di comunicazione. Comunicazione personalissima e criptica di temi che i titoli delle opere rivelano, ma solo in quanto traccia interpretativa che l’osservatore può seguire come non.</p>
<p>È la spinta della forza evocativa l’elemento che fonda l’opera di Betta. La tecnica, le linee e i colori, pur essendo abilmente gestiti secondo i canoni dell’astrattismo, sembra che attraverso il segno sfocino in un figurativismo appena accennato, celato e ambiguo che può essere o non essere ciò che in sé rappresenta. E questa va considerata una sua peculiare impronta.</p>
<p>A costituire la composizione pittorica sono spesso le “aperture” che crea nei suoi quadri, aperture che sono a volte lacerazioni (Nuove ferite), a volte emersioni (Germinazione), a volte rilevazioni (Sinergie), fortemente legate alla sua concezione dell’arte come comunicazione e disvelamento. “Un concetto da cui sono assolutamente affascinato è quello orientale del velo di Maya” dice Marco “ossia quello dell’illusione che vela la realtà impedendo la  comprensione delle cose nella loro autentica essenza”.</p>
<p>L’immagine astratta è come “estratta” dal fondo del pensiero, così come dallo sfondo spesso monocromatico o lievemente sfumato, in cui il colore è steso con energiche pennellate, si apre una fessura, un passaggio verso il sentimento, riconosciuto come fonte di forza, di volontà.</p>
<p>Nella totalità questo gruppo di opere recenti, possono diventare un’ unica rappresentazione del movimento di un ciclo vitale, dove il sole con la sua intensa potenza (Alba1; Alba 2) si leva e permette il risveglio, le energie si fondono (Sinergie), la terra si apre (Vita), le radici germinano (Germinazione) e solo un futuro incontrollabile (Futuro) può minacciare la vita che tuttavia col sangue -linfa vitale conferma la sua costante presenza (Eterna presenza).</p>
<p>“Mi immergo nel mio io e lo faccio “fisicamente” con tela e pennello e sento la volontà di vivere. E’ proprio questa immersione che, come sostiene Shopenhauer, aiuta a squarciare il velo di Maya e quello che “esce” nel quadro è l’emanazione di questo percorso della conoscenza umana, avvicinarmi al puro sentimento nell’essenza”.</p>
<p>Le tonalità del colore e la loro combinazione sono legate allo stato emozionale e al contenuto simbolico dell’immagine e pur usati in forma generosa non prevaricano sull’insieme del quadro, non sono pastosi o debordanti, per questo anche quando i contorni si fondono e i colori sfumano uno dentro l’altro le opere di Betta colpiscono senza aggredire, hanno una particolare levità. Alla domanda su chi siano gli artisti che più ama, Marco risponde:</p>
<p>“Caravaggio, Botticelli, tutti gli impressionisti francesi, Depero, mio compaesano futurista, De Chirico, Burri, Fontana, Keith  Haring e tanti altri&#8230; forse tutti (sorride), ognuno mi da qualcosa&#8230; anche l’arte rupestre, anche l’artigiano pittore senegalese&#8230;”</p>
<p>A guardarci bene, su quelle tele, non poteva essere che così.</p>
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		<title>Bruce Gil: poco bastard, molto Dionisio.</title>
		<link>http://www.totemblueart.it/wordpress/bruce-gil-poco-bastard-molto-dionisio.html</link>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Musica e musicisti]]></category>
		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[di Dauno Giuseppe BUTTIGLIONE
In un periodo in cui stiamo subendo, ad opera dei quotidiani locali, il racconto delle gesta televisive dei  “Bastard sons of Dionisio”, vale la pena di occuparsi di un bravo musicista moriano, a cui i nostri cosidetti critici musicali difficilmente dedicheranno interesse. Si tratta di Bruce Gil. Nato a Verona nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Dauno Giuseppe BUTTIGLIONE</p>
<p>In un periodo in cui stiamo subendo, ad opera dei quotidiani locali, il racconto delle gesta televisive dei  “Bastard sons of Dionisio”, vale la pena di occuparsi di un bravo musicista moriano, a cui i nostri cosidetti critici musicali difficilmente dedicheranno interesse. Si tratta di Bruce Gil. Nato a Verona nel 1985 e sin dai primi anni della sua vita è folgorato dalla cultura psichedelica degli anni 60 dei Pink Floyd, Alan Parson project, Doors. All’età di 8 anni incomincia le prime avventure con la tastiera elettronica che studia per 3 anni. Dopo 5 anni abbraccia la cultura rap e fonda i “Confusione Pubblica” con cui ha le prime esperienze musicali come produttore di basi e cantante. Dopo interessanti concerti in varie manifestazioni locali, casualmente viene a contatto con la musica Psychedelic trance che poco tempo dopo lui incomincia a produrre. Nel 2005 incomincia a frequentare i party full underground austriaci dove conosce Dj Natan (Parvati Records) che si mostra interessato alle sue produzioni. Nasce subito una forte empatia e Bruce invita Dj Natan a diventare  suo promoter. Dopo aver riscosso un buon riconoscimento di pubblico e critica,  Bruce Gil viene contattato dalla Dark Records (Canada) che gli propone un contratto discografico. Da qui nasce  Kundalini project, un progetto attento alla ricerca di sonorità mistiche e tendenzialmente dark che mirano a scatenare le piste da ballo ,  creando un’atmosfera musicale molto profonda che pone al centro dell’universo la danza. E’ stato affiancato da artisti molto conosciuti nella scena psy-trance come Cosmo, Dejan, Kemik-al, Ocelot e molti altri non solo in Italia, ma anche in Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Austria. Il suo progetto è stato anche suonato da Goa Gil in un tour mondiale. Da menzionare che con la Dark Records (Canada) nel 2008 è uscito il suo primo album “Ancient Rituals”. Dal 2006  ha iniziato un nuovo progetto musicale mixando elettronica, break beat, drum &amp; bass e ambient con il nome “Kontrast Boy” firmando un contratto con la Fizx recordings (Canada) e che ha prodotto il suo primo EP “Essence of dream”. Questo progetto di Bruce ha l’ambizione di entrare nei meandri delle emozioni, cercando di scavare nel profondo inconscio dell’uomo, alla ricerca dei motivi che spingono l’uomo a sognare, il tutto arricchito dalla proiezione di immagini. Bruce Gil sta programmando vari progetti con altri artisti stimati nel mondo musicale, tra i quali Gianfranco Grisi (compositore e direttore d’orchestra) con cui ha fondato il gruppo di musica  etno-elettronica “Fusis Orchestra”. Questo progetto ha l’ambizione di porsi all’attenzione di eventi cinematografici ed installazioni d’arte . Attualmente stanno già lavorando ad una colonna sonora a favore di un evento per il museo civico di Rovereto. Ultimamente è stato riconosciuto dalle reti di Mtv “Qoob Tv” come uno dei più interessanti esponenti della musica sperimentale e elettronica italiana. E non è ancora finita, il 30 aprile è uscito il suo nuovo Ep “Justice is a dream” con la Little Big Man Recordings, casa discografica londinese, etichetta che produce musica elettronica ed Indie, disco al cui interno sono inserire due tracce: “Woman” (brano molto elettronico e etnico che parla della sensualità vista con gli occhi delle donne) e “Justice is a dream” (pezzo del gruppo moriano “Too much bunnies” riarrangiato da Bruce Gil in una versione dub dalle sfumature molto dark simili alle atmosfere sonore dei Massive Attack). Particolare da menzionare e che questo pezzo descrive l’attuale confusione dell’umanità in un momento storico in cui la giustizia è diventata un sogno, un’utopia. Decisamente niente male per un ragazzino di ventitre anni. Per chi vuole saperne di più, proporre collaborazioni o ascoltare un po’ del suo materiale digitare: www.myspace.com/kontrastboy .</p>
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		<title>Fausto Melotti</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:40:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non a caso piaceva molto a Calvino
di Mario COSSALI
Vi propongo alcune riflessioni accumulate per la bella mostra di Fausto Melotti, che in questa primavera del 2009 si è imposta autorevolmente all’attenzione di un folto pubblico di appassionati e di curiosi presso la coraggiosa galleria d’arte roveretana “Transarte”, curata con passione e competenza non comuni da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non a caso piaceva molto a Calvino</p>
<p>di Mario COSSALI</p>
<p>Vi propongo alcune riflessioni accumulate per la bella mostra di Fausto Melotti, che in questa primavera del 2009 si è imposta autorevolmente all’attenzione di un folto pubblico di appassionati e di curiosi presso la coraggiosa galleria d’arte roveretana “Transarte”, curata con passione e competenza non comuni da Micaela Sposito e da Sergio Poggianella.</p>
<p>All’inaugurazione della mostra era presente il notissimo critico e storico dell’arte, lui pure pittore e amico di Melotti, il gran vegliardo Gillo Dorfles.</p>
<p>Fausto Melotti era nato a Rovereto l’8 giugno del 1901 da Albina Fait e Gaspare Melotti; allo scoppio della prima guerra mondiale si era trasferito con la famiglia a Firenze. Studi a Pisa e a Milano, fisica, ingegneria e più tardi accademia d’arte. Viaggi fondamentali a Parigi e ritorni altrettanto fondamentali a Rovereto. Prima mostra personale alla galleria “Il Milione” a Milano, poi tanta ceramica,anche per vivere; la rivelazione del genio arriva negli anni sessanta e la “consacrazione” solo alla fine degli anni settanta. Muore a Milano il 22 giugno 1986.</p>
<p>CONTEMPORANEO PERCHÈ CLASSICO</p>
<p>Quando si parla dell’arte di Fausto Melotti, generalmente si parla di arte metafisica. Valga per tutti, per la sua profondità icastica, il giudizio del compianto Paolo Fossati:</p>
<p>“Melotti, pur con un vocabolario di oggetti geometrici in cui la memoria dei materiali dechirichiani è viva, vuole indicare una superficie più segreta e vivace in cui affonda la percezione poetica e che anima la costruzione plastica dal di dentro, per vibrazione impercettibile.</p>
<p>Con Melotti il gioco delle metafore si allarga e non solo viene posta in campo l’architettura, ma la musica.</p>
<p>Esecuzione ritmica e armonica che si dilata nello spazio, vibrazione di cui filamenti, forme, ramificazioni del metallo o dei gessi sono l’eco o il risvolto figurativo che si prolunga oltre il limite definito dagli oggetti prescelti.”</p>
<p>(Paolo Fossati, Pittura e scultura tra le due guerre, in Storia dell’arte italiana, Parte seconda, volume terzo, Il Novecento, pag. 242, ed. Einaudi, 1982).</p>
<p>Bisogna stare cominque attenti a non scambiare la linea di Melotti come una sorta di fedeltà assoluta al verbo dell’amico e mentore Carlo Belli.</p>
<p>“Ci devono pur essere quadri in sol maggiore, in fa diesis minore, in re, in la, e così via. Il discorso che fila su questa logica diatonica appare più chiaro (o così sembra).</p>
<p>Non uscire dalla tonalità stabilita, il che non significa davvero fare pittura tonale &#8230;E soprattutto rimanere fedeli alla consegna: ORDINE E PULIZIA.</p>
<p>Mio cugino Melotti sorride e dice che questo potrebbe essere il motto degli spazzini&#8230;”</p>
<p>Carlo Belli, Giustificazione personale, 1979, in Carlo Belli, N.92 della serie Arte Moderna Italiana, All’insegna del pesce d’oro, Scheiwiller, 1984).</p>
<p>Appare qui quel disincanto che accompagna tutto l’itinerario artistico di Melotti, che è frutto, oltre che di un atteggiamento di lirico stupore, senza alcun dubbio di una formazione complessiva molto ricca, segnata da incontri e luoghi, dimensioni e concezioni tra loro diverse. Pensiamo alla traccia giovanile della Scuola Reale Elisabettina a Rovereto, gli studi liceali a Firenze, il cursus universitario tecnico scientifico, l’accademia di Brera, l’incontro con la scultura di  Pietro Canonica e di Adolfo Wildt attraverso la mediazione dello zio Carlo Fait, l’incontro con Giò Ponti, la ceramica e l’art deco’, l’intreccio permanente con le esperienze architettoniche razionaliste di Luigi Figini, Gino Pollini, Adalberto Libera e Luciano Baldessari, il sedime filosofico rosminiano dell’idea dell’essere, ma anche il senso del gioco creativo ricorrente, che lo affascinò sempre fin dalle avventurose giornate futuriste roveretane con Fortunato Depero.</p>
<p>C’è nella produzione artistica di Fausto Melotti, pur dentro un lavoro di classica malinconia, una dimensione compiaciuta di leggerezza, un senso di ludica visionarietà che oltrepassano, e di molto, progressivamente, le colonne d’Ercole del rigore astratto, nei confronti del quale in ogni caso si sente a modo suo perennemente attratto.</p>
<p>Se il formalismo geometrico chez Monsieur Belli voleva nutrire “lo spirituale nell’arte”, Melotti trova, nel corso degli anni, un linguaggio che recupera poeticamente le funzioni conoscitive del mito.</p>
<p>“L’uomo omerico si risommerge per mezzo di Talete nell’antico concetto dell’unità originariamente generica della forza primordiale, propria della religiosità mediterranea, ma risorge tosto nel trionfo di un pensiero speculativo capace di serrare in unità il mondo tanto nel dominio del tempo, quanto nell’estensione dello spazio, senza perdere mai di vista il multiforme e contrastante tumultuare delle cose e degli esseri.”</p>
<p>(Mario Untersteiner,  “La fisiologia del mito”, pag. 217, ed. Bollati Boringhieri, 1991). Fausto Melotti si è abbeverato a molte fonti (surrealismo, astrattismo, neospiritualismo, razionalismo, art-deco, archeologia, musica, poesia) fino ad arrivare alla sua propria fonte, quella della sua particolarissima grazia incantatrice.</p>
<p>Mario Merz aveva “denunciato la via dell’immagine come una specie di arteriosclerosi che affliggerebbe la nostra vita intellettuale” (cito da Renato Barilli sulle pagine della rivista “Il Verri” del giugno del 1973), eppure all’immagine, alle immagini torniamo, non tanto nel senso della rappresentazione realistica tradizionalmente intesa, quanto nel senso della ricerca di figure che riempiano, seppur provvisoriamente, seppur parzialmente i buchi della ragione, che curino le sue ferite. E le immagini inventate da Fausto Melotti, di qualsiasi tipo esse siano, rilanciano questa impresa, anche quando incrociano il calcolo con la fantasia, la formula con il sogno, la materia con il racconto, l’essenzialità con la forza dell’io.</p>
<p>Italo Calvino, a proposito del concetto di classico, riferendosi alla letteratura, ma noi possiamo estendere il ragionamento all’arte in generale, così scriveva: “Ogni lettura di un testo classico ed anche ogni sua rilettura è in ogni caso una scoperta, perché il testo classico, ogni testo classico non ha mai finito di dire quel che ha da dire, porta su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che ha lasciato nella cultura o nelle culture che ha attraversato. Se leggo l’Odissea leggo il testo di Omero, ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure di Ulisse sono venute a significare durante i secoli e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni.”</p>
<p>(Italo Calvino,”Perché leggere i classici”, Oscar Mondadori, Milano, 1995, cap. 7). Per questo Melotti è classico, perché è contemporaneo nel chiedersi in ogni sua opera il significato attuale delle sedimentazioni antiche, dell’arte come del pensiero, perché ha superato il contesto storico proprio ed è voce di oggi, a differenza di altri percorsi creativi, pur importanti, che restano irrimediabilmente legati ai loro anni. Con la sua opera illumina lo spazio, invita al colloquio, non pretende di essere mai conclusivo, abbandona ogni volta la tentazione dello specchio di Narciso e  ci guarda sereno negli occhi. Non a caso piaceva molto a Calvino.</p>
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		<title>Remo Wolf, pittore e xilografo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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		<description><![CDATA[di Carlo ANDREATTA
Remo Wolf, pittore e incisore di fama internazionale, è morto martedì 27 gennaio 2009. Aveva quasi 97 anni. Era nato a Trento il 29 febbraio del 1912. Spirito solitario e meditativo, è sempre stato lontano dal caos della società, lontano da facili successi e da frivole celebrazioni. E così la notizia della sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Carlo ANDREATTA</p>
<p>Remo Wolf, pittore e incisore di fama internazionale, è morto martedì 27 gennaio 2009. Aveva quasi 97 anni. Era nato a Trento il 29 febbraio del 1912. Spirito solitario e meditativo, è sempre stato lontano dal caos della società, lontano da facili successi e da frivole celebrazioni. E così la notizia della sua scomparsa è stata diffusa dopo le esequie, secondo la volontà espressa dal maestro. Lunghissima è stata la sua carriera, iniziata negli anni Trenta del secolo scorso: Wolf ha prodotto centinaia di tele, di disegni, di incisioni, di xilografie. Ha lavorato anche come illustratore per quotidiani, per libri e per riviste.</p>
<p>Il maestro resterà famoso per essere stato una pietra miliare dell’arte trentina. Il suo è “un patrimonio – come ha scritto Alessandro Franceschini – poco noto (in Trentino) e ancora tutto da catalogare”. L’origine dell’arte di Wolf è nella pittura veneta: Wolf, all’accademia di Belle Arti di Venezia, ebbe come maestro Guido Cadorin. Come ha sottolineato Riccarda Turrina,  la città di Trento “è sempre stata crocevia di due grandi culture, alle quali gli artisti locali hanno guardato: la cultura nordica, quindi l’espressionismo, e la cultura veneta. (&#8230;) Non bisogna comunque dimenticare che Remo Wolf ha fondato nel 1952, assieme ad altri incisori, l’’Associazione incisori veneti’ che ha fatto conoscere in Italia e nel mondo la produzione incisoria, rilanciandola. Lo stesso Wolf, collaborando con l’associazione ‘Fratelli Bronzetti’, ha curato oltre 110 mostre di incisione, esponendo a Trento il meglio dell’attività calcografica d’Europa”.</p>
<p>Wolf ha studiato prima a Trento, poi a Parma e a Firenze. Nel 1931 ha iniziato ad insegnare Disegno e Storia dell’arte in varie scuole: a Bolzano, a Merano, a Bressanone, poi all’istituto Magistrale di Trento e di Rovereto; ha concluso, infine, la sua carriera al Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Trento. Non sono pochi coloro – tra colleghi e allievi – che lo ricordano con immutato affetto per la sua particolare capacità di “fare scuola”.</p>
<p>Wolf ha combattuto durante la seconda guerra mondiale ed è stato fatto prigioniero dagli Inglesi.  Anche durante la prigionia non dimentica la sua arte: riusciva a dipingere utilizzando come tela dei vecchi ritagli di tenda da campo. “I soggetti sono nature morte, figure, ritratti di compagni. La maggior parte delle opere, però, gli fu sequestrata dai soldati inglesi prima di essere liberato”, ha ricordato Riccarda Turrina.</p>
<p>Nel 1946, dopo le tragiche vicende del conflitto, l’artista torna a Trento. Riprende ad insegnare e, nel contempo, segue i corsi all’Accademia d’Arte di Venezia. Wolf, nella sua produzione, ha fondamentalmente prediletto il paesaggio trentino, un paesaggio che l’artista ha dipinto con rara originalità ed intensa emotività compositiva; nelle montagne, ad esempio, scorgiamo elementi metafisici, ma anche suggestioni simboliste ed espressioniste, rimandi al cubismo. All’artista interessano gli spazi e i rapporti tra le masse. Questa sua cifra è riscontrabile anche nelle xilografie, dove la vis espressiva ha sempre messo in evidenza straordinari risultati. “Sono diventato xilografo – ha detto un giorno il pittore – perché mi piace il legno”. Un legno che Wolf ha studiato fino a carpirne umori e segreti.</p>
<p>L’artista ha partecipato più volte (1942, 1950, 1954, 1956) alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia e alle maggiori esposizioni nazionali e internazionali di xilografia; nella sua biografia artistica sono circa duecento le mostre tra personali e collettive. Ha ricevuto numerosissimi e prestigiosi riconoscimenti: nel 1991 la Galleria Civica di Trento ha dedicato alla sua produzione un allestimento antologico, al quale seguiranno, nel 2002, quello a Palazzo Trentini e nel 2005 quello alla Galleria Civica di Arco.</p>
<p>Dal laboratorio di Wolf sono usciti grandi incisori come Alda Failoni e Andrea Slomp.</p>
<p>“Da sempre polemico con l’ambiente istituzionale trentino ritenuto poco capace di valorizzare quell’arte locale che sapeva vedere al di là dei confini regionali, Remo Wolf ha donato, nel 2005, 699 xilografie, tra cui 26 cicli completi, al Museo della Xilografia Italiana di Carpi, fondato nel 1932 dall’amico Luigi Servolini. Museo che ha visto le opere di Wolf presenti fin da quella data”, ha precisato Fiorenzo Degasperi.</p>
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		<title>La Musica Nel Silenzio. Il nuovo libro di Marco Olivotto</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:32:28 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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di Donato ZOPPO
Vincitore del Totem per la musica 2009, l’ingegnere del suono di Rovereto esordisce come scrittore. La letteratura rock degli ultimi anni sta scoprendo due direttrici. Da una parte, la valorizzazione di aspetti nascosti, dei “dietro le quinte” relativi alla registrazione di un disco, al making of, a figure professionali come ingegneri e tecnici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="margin-top: 0.21cm; font-style: normal; text-decoration: none;" lang="it-IT"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;"><span style="font-size: x-small;"><strong>di Donato ZOPPO</strong></span></span></span></p>
<p>Vincitore del Totem per la musica 2009, l’ingegnere del suono di Rovereto esordisce come scrittore. La letteratura rock degli ultimi anni sta scoprendo due direttrici. Da una parte, la valorizzazione di aspetti nascosti, dei “dietro le quinte” relativi alla registrazione di un disco, al making of, a figure professionali come ingegneri e tecnici del suono, “topi di studio” che consentono la buona riuscita di un disco. Pensiamo ad un Teo Macero per il Miles Davis elettrico, ad un Eddie Offord per gli Yes, ad un Valter Patergnani per il Battisti dei primi album. Dall’altra parte, dei diari di viaggio nella scoperta di quel mondo magico che è la musica: suonata, ascoltata, ideata o vissuta come colonna sonora di una vita. Mi viene in mente, come esempio più recente, Do You Believe In Magic? del giornalista Paolo Vites, o per tornare più indietro ad un paio di recenti classici stranieri, La banda dei brocchi di Jonathan Coe e Alta fedeltà di Nick Hornby. La musica nel silenzio è proprio al crocevia tra le due strade: è sì una toccante autobiografia scritta da uno degli ingegneri del suono più attivi d’Italia (quindi racconta anni di registrazione e di evoluzione delle tecniche di studio), ma è anche un romanzo di formazione, una lunga vicenda esistenziale narrata a suon di musica, di sogni e di realizzazioni, di lavoro e di speranze. Marco Olivotto, nato a Rovereto e residente a Nogaredo, arriva al suo esordio con l’editore Osiride: il testo è il risultato di un lungo percorso di scrittura, andato parallelamente al crescere dell’attività di musicista e titolare di uno studio di registrazione (gli ormai mitici Sonica Studios, oggi LoL Productions), e conclusosi con la nascita del figlio Simone nel 2008. Il testo è stato presentato in anteprima lo scorso 12 luglio 2009 a Brentonico, in occasione del consueto Totem per l’arte: quello per la musica è stato proprio consegnato ad Olivotto, per la sua lunga e prestigiosa attività. Un gruppo di beta-readers selezionati (tra i quali figurano giornalisti, musicisti e amici) ha potuto leggere in anteprima il testo: La musica nel silenzio nasce dunque da una sorta di “cordata d’affetto” e di sostegno. Se negli studi di Marco sono passati nomi come Stefano Bollani, David Jackson, Le Mystere Des Voix Bulgares e tanti altri, nelle pagine del libro scorrono figure familiari e amicali che hanno contribuito alla crescita e alla maturazione dell’autore, ma anche nomi importanti come il giornalista Armando Gallo e il produttore Gerry Bron. Marco mette a nudo la sua vita, in costante equilibrio tra la razionalità &#8211; fortificata con una laurea in fisica &#8211; e l’istinto, con l’amore viscerale per Bob Dylan e Peter Hammill (con il quale stringerà un proficuo rapporto). Ma è anche un romanzo di ricordi, di aneddoti, di rivelazioni e di scavo fino al nucleo più profondo del suono. Negli ultimi anni Marco ha aperto una casa discografica, la Labour Of Love, un lavoro d’amore: ed è proprio questo il fil rouge della sua vita e della sua attività, un amore per “le cose che devono essere fatte”. Come questo libro, che conquisterà i lettori.</p>
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		<title>Silvio Nanni</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:26:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Mario Cossali
Silvio Nanni era una persona colta e sensibile, che nel fare arte e nell’insegnare arte aveva trovato il senso di una vita. Molto, forse troppo modesto, era pur consapevole dei suoi mezzi, frutto di una ricca commistione di sapienza tecnica e di non comuni passioni culturali. Avendo presente la complessità e la vastità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Mario Cossali</p>
<p>Silvio Nanni era una persona colta e sensibile, che nel fare arte e nell’insegnare arte aveva trovato il senso di una vita. Molto, forse troppo modesto, era pur consapevole dei suoi mezzi, frutto di una ricca commistione di sapienza tecnica e di non comuni passioni culturali. Avendo presente la complessità e la vastità  del grande viaggio storico della creatività artistica si era ritagliato un percorso originale, riconoscibile per il linguaggio e per l’ispirazione, tra futurismo ed astrattismo, se vogliamo proprio arrivare ad una definizione di sapore scolastico. Ma Silvio Nanni era anche un piccolo grande uomo, che conobbe la sofferenza e l’affrontò con vera dignità, con lo stesso atteggiamento di profonda comprensione del mondo, della vita e del suo mistero che assumeva di fronte al suo lavoro di artista. I suoi colori risplendono di questa dignità, sono i colori di una speranza mai sopita, una sorta di arcobaleno permanente che trascina il nostro sguardo oltre i limiti inevitabili dell’esperienza quotidiana. È importante che sull’itinerario artistico di Silvio Nanni non scenda l’oblio, è facilissimo dimenticare un poeta, un pittore, un musicista che non sia stato baciato dalla fortuna in vita; ogni anno si riscoprono straordinari talenti artistici sepolti dal silenzio immemore. Silvio Nanni merita più di un ricordo.</p>
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		<title>“Senza Titolo” I falsi professionisti e i veri imbroglioni.</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:55:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arkeon]]></category>
		<category><![CDATA[cesap]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione della mente]]></category>
		<category><![CDATA[mentalist]]></category>
		<category><![CDATA[net1news]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Reiki Vito Carlo Moccia]]></category>
		<category><![CDATA[The sacred path]]></category>

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		<description><![CDATA[In questi ultimi giorni è scoppiato un caso che sarebbe dovuto scoppiare già da molto e da facente parte della categoria degli psicologi e difensori della scienza come strumento di conoscenza non potevo esimimermi dal non trattare l’ argomento delle psico-sette o «movimenti di sviluppo del potenziale umano», come loro si fanno chiamare.
Quando si parla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi ultimi giorni è scoppiato un caso che sarebbe dovuto scoppiare già da molto e da facente parte della categoria degli psicologi e difensori della scienza come strumento di conoscenza non potevo esimimermi dal non trattare l’ argomento delle psico-sette o «movimenti di sviluppo del potenziale umano», come loro si fanno chiamare.</p>
<p>Quando si parla di sette è inevitabile pensare a Satana e ai suoi sedicenti adepti, tristemente noti alle cronache di questi anni. Eppure il satanismo rappresenta solo un piccolo frammento di questo sfaccettato mondo, che include nuovi culti, comunità spirituali, movimenti religiosi, magici o new age.</p>
<p>Questo fenomeno ancora poco conosciuto ha portato, in questi ultimi giorni dopo anni di indagini, allo sgominamento dell’associazione del maestro Reiki Vito Carlo Moccia, “The sacred path”.</p>
<p>Un percorso di ricerca interiore attraverso la guida di un maestro, terapie di gruppo per liberarsi dalle emozioni represse, per combattere le malattie, un cammino nei territori dell’anima attraverso particolari rituali, tra incensi, tamburi, urla e pianti. Questo promuove la sua associazione attraverso il metodo da lui stesso elaborato e chiamato Arkeon.</p>
<p>Ma di cosa si tratta esattamente? Una specie di setta? Una pseudo terapia di gruppo per liberare la psiche? Arkeon sembra un metodo per esaltare l’emotività delle persone, per liberarli da traumi subiti.</p>
<p>Unendo insieme il metodo reiki e trattamenti di pressione psicologica, il maestro scavava nell’interiorità delle persone e le convinceva a sfogare le emozioni represse, ad urlare la propria rabbia di fronte a tutti, a mettere in discussione la propria vita ed i propri rapporti affettivi e familiari. Tutto a pagamento, ovviamente: il primo incontro sarebbe costato 260 euro, ma i seminari successivi, cosiddetti intensivi, arrivavano fino a 1.200 Euro.</p>
<p>In questo caso, il maestro, spacciandosi per psicologo psicoterapeuta e manipolando a proprio uso e consumo qualche rudimento di psicologia (ma anche tecniche più o meno esoteriche) avrebbe indotto pazienti nel creare in loro false memorie contenenti storie di abusi sessuali in età precoce e gli avrebbe indotti a rivivere questi momenti nel presente a scopo terapeutico per cancellare il presunto trauma. Se ciò sia accaduto realmente spetterà agli inquirenti determinarlo. Ma vediamo più in dettaglio come agiscono queste psicosette.</p>
<p>Questi falsi psicoterapeuti, come spiega la dottoressa Lorita Tinelli, presidente del Cesap (Centro studi sugli Abusi Psicologici) “rileggono i problemi, delle persone che si sono rivolte al gruppo per qualche disagio, sempre e solo come conseguenza di traumi inflitti da altri; è un modo per creare conflitti e affievolire i legami affettivi. La fantasiosa ricostruzione del passato arriva a convincere il nuovo affiliato di aver subito torti e persino abusi da un genitore portando l’adepto a prendere le distanze dalla famiglia”.</p>
<p>Già da molti anni si è a conoscenza di come sia devastante l’azione di queste psicosette che “sfruttano sistemi scientifici per aggirare le difese psichiche delle persone inducendole ad atteggiamenti acritici e obbedienza cieca”(dal rapporto del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del 1998 a riguardo).</p>
<p>Negli ultimi decenni, in tutto il mondo occidentale si è assistito al proliferare di simili piccoli gruppi o vere e proprie comunità organizzate inspirate a forme di religiosità nuove, esotiche e comunque alternative rispetto alle confessioni tradizionali, oppure a dottrine di tipo magico.</p>
<p>Anche in Italia, nazione poco avvezza per tradizione storica al pluralismo religioso, risultano essersi moltiplicate, con imprevedibile rapidità, forme associative &#8211; più o meno strutturate &#8211; dedite a culti di vario tipo o asseritamente depositarie di conoscenze segrete e verità universali.</p>
<p>Tra le psicosette possiamo certamente annoverare le organizzazioni lacaniane (cartels) o quelle kleiniane, ma anche i cosiddetti “fagiolini”: psicosetta con adepti in tutta Italia, reichiani omeopatici e diverse scuole che propongono una formazione psicoterapeutica, non ché la ormai famosa e discussa Scientology che vanta adepti del calibro di Tom Cruise.</p>
<p>Vengono quindi chiamate psicosette tutti quei centri che propongono una terapia, una psicoterapia o una formazione che non sono accettate o sono denunciate come “pseudo-scientifiche” dalle scienze “ufficiali” e che sottopongono i partecipanti a forme di pressione psicologica più forte del consueto. Di fatto, una notevole pressione psicologica è diventata una componente essenziale di certe forme di terapia e di formazione dove si sente chiaramente l’influenza di esponenti come Werner Erhard, Gurdjieff e Osho Rajneesh.</p>
<p>Spesso, comincia tutto con un corso o con la proposta di una terapia condotta da personale privo di credenziali scientifiche, privo di percorso formativo idoneo ad esercitare psicoterapia, privo di titolo adeguato insomma.</p>
<p>Recenti studi sociologici hanno individuato le strategie d&#8217;azione della psicosetta che metterebbe in atto tecniche di brainwashing (lavaggio del cervello) standardizzate. La fretta di giungere a risultati vistosi, il sovradosaggio delle &#8220;terapie&#8221;, l&#8217;eccesso di autostima, la deresponsabilizzazione, un certo inaridimento affettivo e la dipendenza dal gruppo sono elementi che concorrono a costruire un quadro allarmante della situazione psico-sociale in cui viene a trovarsi l&#8217;adepto.</p>
<p>«Un’altra caratteristica delle sette è l’utilizzo di un vero e proprio lessico» spiega Mario Di Fiorino, primario di Psichiatria all’ospedale di Viareggio e studioso del condizionamento mentale. «Un vocabolario fatto di espressioni che creano un senso di solidarietà (“Qui con noi sei fuori dallo spazio del giudizio”) o di complicità che esclude quelli che stanno fuori (“Gli altri non possono capire”). «Ma il gergo del gruppo», continua Di Fiorino (ha scritto “L’illusione comunitaria” (Moretti &amp; Vitali), un classico della letteratura scientifica sul tema), «tiene lontane anche tutte quelle parole che esprimono dubbio, per ridurre il senso critico e condizionare mentalmente il nuovo adepto».</p>
<p>All’occhio inesperto appaiono come gruppi di crescita personale, guidati da un maestro o guru. «Si presentano come circoli culturali, associazioni e persino scuole di formazione»» osserva Raffaella Di Marzio, psicologa esperta di sette e membro della Società italiana di psicologia della religione (www.dimarzio.it).</p>
<p>Come non cadere in queste trappole quindi? «Informandosi, scegliendo corsi e seminari consigliati da fonti attendibili: riviste accreditate, siti noti e specializzati, associazioni riconosciute» consiglia la Di Marzio.</p>
<p>Un problema che emerge da questo sistema complesso va oltre le implicazioni dannose e va a toccare inevitabilmente la complessità delle relazioni terapeutiche tra psicoterapeuta-paziente e la necessità di strutturare confini chiari per evitare atti impropri di manipolazione di potere  e sfruttamento. “La prevenzione passa tramite l’informazione culturale e la supervisione etica necessaria per risolvere i dilemmi degli operatori e tutelari i fruitori dei servizi clinici” (da “Sesso, soldi e terapia” di Edoardo Giusti e Paola Crimini).</p>
<p>Potrei riempire i prossimi dieci numeri di questa pubblicazione nell’ esporre le implicazioni, i costrutti teorici e gli effetti devastanti dal punto di vista psicologico e medico che codesti gruppi provocano, ma mi limito a consigliare a fine articolo qualche testo che affronta il tema dell’abuso psicologico e a sostenere che prima di imbattersi in percorsi formativi, esperienze di gruppo che esaltano un qualche tipo di terapia, è bene verificare il percorso formativo ed il titolo posseduto dai responsabili nonché il riconoscimento scientifico di tali attività che, aventi scopi apparentemente benevoli, potrebbero rivelarsi una prigione per la mente.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
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		<title>Effetto Mozart</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2009 17:54:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Arte e Neuroscienze]]></category>
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		<description><![CDATA[In uno dei precedenti numeri ho esposto l’analisi della persona di Mozart come eterno bambino.
Per quanto riguarda il Mozart compositore, secondo recenti scoperte neuroscientifiche condotte presso l’Universtity of California, si è riscontrato come l’ascolto della Sonata K448 per due pianoforti sia in grado di migliorare le prestazioni spazio-temporali di ben 9 punti nella valutazione del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In uno dei precedenti numeri ho esposto l’analisi della persona di Mozart come eterno bambino.</p>
<p>Per quanto riguarda il Mozart compositore, secondo recenti scoperte neuroscientifiche condotte presso l’Universtity of California, si è riscontrato come l’ascolto della Sonata K448 per due pianoforti sia in grado di migliorare le prestazioni spazio-temporali di ben 9 punti nella valutazione del personale Quoziente di Intelligenza (QI). Anche se tale effetto viene esercitato sul nostro cervello solo per 10-15 minuti, l’influenza di alcune partiture dell’Autore viene comunemente definita come effetto Mozart.</p>
<p>Le capacità spazio-temporali permettono di manipolare immagini mentali ridimensionali, utili nella matematica, ingegneria, architettura,scienze, arti e nella vita quotidiana (basti pensare a quando ci troviamo in un luogo poco conosciuto e dobbiamo crearci una mappa mentale anche solamente del parcheggio per poter ritrovare la nostra auto!).</p>
<p>Questo originale studio, pubblicato nella rivista Nature, ha prodotto un notevole impatto sia in ambito educativo che commerciale, ma non ha tenuto presente che tale effetto non si sarebbe esaurito tanto nell’avvicinare Mozart alle orecchie di bambini inconsapevoli, quanto nello stimolare uno studio più approfondito del rapporto fra musica mozartiana e cervello.</p>
<p>Per esempio, un ulteriore ricerca dimostra che la Sonata K488 aumenta la velocità ed abilità di navigazione nei ratti all’interno di un percorso labirintico; diminuisce sensibilmente il numero di attacchi epilettici.</p>
<p>Ma quali cono gli elementi musicali presenti che rendono la Sonata così speciale?</p>
<p>Da una prospettiva musicologia si ritiene che questa partitura rappresenti una delle più mature e profonde opere del Maestro salisburghese, mentre, in ottica neuroscientifica, John Hughes, neurologo, sostiene che nella musica di Mozart si rinviene una lunga-durevole periodicità mentale.</p>
<p>In altre parole, le composizioni del Nostro sono caratterizzate da una linea melodica che si ripete quasi continuamente con continue variazioni nella disposizione e ripetizione di note, che però permettono all’ascoltatore di non perdere mai la memoria del tema musicale[2]. Si tratta in sostanza di una melodia continuamente ripetuta e variata, grazie alla quale le aspettative melodiche ed armoniche vengono soddisfatte. Secondo Hughes questa è la chiave interpretativa per comprendere il perché la musica mozartiana influisce così profondamente sui processi cognitivi del cervello, il quale funziona esattamente nello stesso modo: ripete la costruzione di informazioni precedenti e le varia per adattarle alle nuove situazioni. Nel caso della presente Sonata, la K448, questo livello di periodicità e ripetizione, seppure nella variazione, è particolarmente evidente. Un’altra caratteristica evidenziata e presente nelle composizioni di Mozart e Bach è la presenza, con un certo grado di ripetizione, delle note sol3 (196Hz), do5 (523 Hz) e si5 (987 Hz) più insistita rispetto ad altre.</p>
<p>La valutazione di questo effetto e della sua influenza dipende anche dal tipo di performance cognitiva richiesta, dunque dalla scelta delle prove. Non si riscontra invece un effettivo miglioramento di capacità intellettive generali. L’effetto Mozart è particolarmente verificabile in pazienti epilettici. Inoltre, la presenza di queste influenze cognitive esercitate dalla musica su alcune capacità cerebrali non è attribuibile esclusivamente alla musica di Mozart, quanto ad alcune strutture musicali caratteristiche che attualmente non sono ancora state precisamente definite.</p>
<p>Jacopo Giovanni Romani</p>
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