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	<title>Totemblueart &#187; Storia</title>
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	<description>Rivista di arte e cultura Trentino</description>
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		<title>Castel Thun riapre</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 11:25:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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VIGO DI TON &#8211; A lle 10 del mattino, Matthäus Thun-Hohenstein è fra i pochi invitati che al castello ci salgono a piedi, dal sentiero nel bosco appena sistemato. Distinto, cordiale, discendente del ramo boemo, impersona anche oggi, in epoca repubblicana, il carattere mitteleuropeo del casato che per otto secoli ha segnato la storia del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<!-- AdSense Now! V1.90 -->
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</script></div><p>VIGO DI TON &#8211; A lle 10 del mattino, Matthäus Thun-Hohenstein è fra i pochi invitati che al castello ci salgono a piedi, dal sentiero nel bosco appena sistemato. Distinto, cordiale, discendente del ramo boemo, impersona anche oggi, in epoca repubblicana, il carattere mitteleuropeo del casato che per otto secoli ha segnato la storia del Principato vescovile trentino.  «Quella dei Thun &#8211; rammenta &#8211; con diciotto principi vescovi da Praga a Possau, Salisburgo e Trento &#8211; è stata una famiglia molto cattolica. Il castello restaurato? È perfetto, questo è stato il centro dei Thun. L&#8217;Euregio? Ne ho sentito parlare, è una grande idea: una cosa bella che nasce dall&#8217;Unione europea&#8230;».<br />
La visita. Il percorso di visita al castello, varcata la porta Spagnola del 1566 con lo stemma dei Thun, inizia attraversando il ponte in muratura e il levatoio. Un&#8217;altra porta dà accesso al loggiato dei cannoni. Biglietteria e bookshop sono a sinistra, dinanzi si erge il palazzo comitale con la data del 1691 che ricorda la ricostruzione della torre quattrocentesca.<br />
Attorno al palazzo. A destra, verso il profilo di vette del Brenta, la vista sui paesi della Bassa Anaunia è notevole. Seguendo un vialetto, che passa dinanzi alla sala delle guardie, si raggiunge la torre della biblioteca, decorata con stucchi settecenteschi e che contava quasi 10mila pezzi fra volumi, opuscoli, periodici e monografie. Questo patrimonio librario, insieme ai documenti di famiglia, è oggi custodito all&#8217;Archivio provinciale di Trento. Nella settecentesca torre di Basilio, sull&#8217;altro lato, è funzionante una caffetteria su due piani. Sotto, il giardino all&#8217;italiana e il verde campo dei tornei.<br />
Nelle stanze dei Thun. Compiuto il periplo del palazzo comitale, è al suo interno che si articola la visita. Alcune carrozze sono state posizionate qui. Gli stemmi Thun e Arsio, affrescati sulla parete, accolgono il visitatore, che a destra trova la sala delle guardie (sotto una grata la prigione) e a sinistra la cappella di San Giorgio, decorata con affreschi tardogotici recentemente avvicinati a Konrard Waider (fine XV-inizio XVI secolo). Al primo piano, la cucina vecchia e il tinello con oggetti in peltro. Al piano nobile (il secondo) ecco la loggia rinascimentale con i trofei di caccia: a sinistra si entra nella sala da pranzo (nature morte di Jacob van de Kerckhoven) e da qui prende il via il percorso più interessante, di sala in sala, fra mobili di pregio e dipinti, oggetti e vasellame, incisioni e stampe, stufe in maiolica, statuette in alabastro. Nella sala grande, o «degli antenati», i ritratti di tre principi vescovi, un armadio cinquecentesco, un raro forziere.<br />
La stanza del vescovo. Gli ambienti del piano superiore, il terzo, sono quelli privati: la sala delle mappe dà accesso al più celebre di questi, la stanza del vescovo, rivestita in abete e cirmolo con la porta di Ercole intarsiata (cinquecentesca), il letto a baldacchino, la stufa con gli stemmi Thun e i simboli dei principati di Trento e di Bressanone. Al termine della lunga sequenza di sale ci si trova nella camera di Matteo, collezionista e mecenate nato in città (palazzo Thun a Trento) che nel 1848 finì in carcere a causa delle sue simpatie per la Giovane Italia, movimento che pare abbia anche finanziato prima di sostenere economicamente &#8211; sembra &#8211; le imprese garibaldine. </p>
<p><a href="http://www.ladige.it/news/2008_lay_notizia_01.php?id_cat=4&#038;id_news=65018">FONTE</a></p>
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		<title>Andate a sinistra, Parola di Bonifacio VIII</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 08:59:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[bonifacio]]></category>
		<category><![CDATA[Gran Bretagna]]></category>
		<category><![CDATA[perchè guida a destra?]]></category>
		<category><![CDATA[perchè guida a sinistra?]]></category>
		<category><![CDATA[Pio XII]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>

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Ve l’immaginate Pio XII che invita i credenti ad andare a sinistra? Difficile. Più facile invece è immaginare un simile invito, e scritto per giunta, rivolto ai pellegrini di tutta Europa da Bonifacio VIII che non aveva da misurarsi con Giuseppe Stalin detto Baffone, ma semplicemente con quel disgraziato di Dante Alighieri che provava a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ve l’immaginate Pio XII che invita i credenti ad andare a sinistra? Difficile. Più facile invece è immaginare un simile invito, e scritto per giunta, rivolto ai pellegrini di tutta Europa da Bonifacio VIII che non aveva da misurarsi con Giuseppe Stalin detto Baffone, ma semplicemente con quel disgraziato di Dante Alighieri che provava a convincerlo a starsene al suo posto di pastore di anime. Se poi quell’invito riguarda solo la posizione da tenere sulle strade, davvero è tutto più facile. Vi siete mai chiesti perché nell’Europa continentale le macchine tengono la destra mentre in Gran Bretagna si sta sulla sinistra? E che c’entra papa Bonifacio? Andiamo con ordine.</p>
<p>La pratica di far andare i cocchi avendo le strutture murarie sulla sinistra si perde nel passato della Roma repubblicana quando il controllo e la difesa degli edifici pubblici o dei templi richiedevano il massimo di libertà di movimenti, in caso di necessità, per la mano destra che impugnava la spada (il gladio) o la lancia. Dunque fu un elemento, per così dire, militare a determinare la consuetudine, trasferìtasi poi sui carri civili, di stare sulla sinistra. Un modo di stare sulla strada che arriva fino al Medioevo anche se sulle strade si accalcavano carri, cavalli, animali di ogni genere e persone in un gran caos forse per noi difficilmente immaginabile. Dunque una situazione di grande pericolosità, specie per chi andava a piedi, anche se prevalentemente i carri si tenevano sulla sinistra. Questa consuetudine fu, però, ufficializzata solo nel 1300 da Bonifacio VIII che, in occasione del Giubileo di quell’anno, invitò i pellegrini a raggiungere Roma tenendo il lato sinistro della strada. Un tentativo di mettere ordine per evitare incidenti mortali di ogni tipo, specie a spese di chi andava a piedi. D’altra parte gli incidenti dovuti al passaggio dei carri erano numerosissimi anche nelle città, specie dopo l’anno Mille, quando queste cominciarono a ripopolarsi, determinando una serie di problemi anche di&#8230; traffico. E non pochi furono i Comuni che intervennero sul movimento, in ambito urbano, dei carri e delle carrozze, con un’attenzione particolare per queste ultime, notevolmente pericolose in città perché più veloci dei carri. Ma il problema posto dalle carrozze non era solo questo. Le cronache cittadine del mondo comunale successivo all’anno Mille segnalano, diciamo così, un problema ulteriore di sicurezza quando narrano dell’obbligo, per le carrozze, di tenere la sinistra perché lo staffile lungo, spesso, finiva sulla faccia di chi si trovava sui balconi delle case sulla destra o perché non si contavano gli oggetti che lo stesso staffile tirava giù dalle facciate degli edifici di destra andando a colpire, e spesso uccidendo, chi, in quel momento, si trovava a passare.</p>
<p>Dunque, stare rigorosamente a sinistra voleva dire salvaguardare la&#8230; salute pubblica.</p>
<p>Inutile dire che quelli che andavano a piedi, in particolare i poveracci e in generale chi non poteva permettersi la carrozza, erano costretti nelle città a camminare tenendo la destra per non farsi travolgere da dietro. Dunque,a sinistra i ricchi, a destra i poveri e i non-ricchi: più che una indicazione di appartenenza di classe questa posizione sulla strada nel corso dei secoli divenne un simbolo al punto che, nel pieno del processo rivoluzionario in Francia, come tutti i simboli dell’Ancién Regime, fu travolto. Massimiliano Robespierre, nel 1793, in segno di sfida alla Chiesa e all’aristocrazia emanò un decreto che faceva obbligo di guidare a destra. Insomma, era tempo di dire basta ai privilegi di classe, compreso&#8230; lo stare a sinistra. Il fatto poi che a pensarla allo stesso modo fosse Napoleone Bonaparte ebbe come conseguenza che in tutti i Paesi da lui conquistati fu imposta la stessa regola. D’altra parte Napoleone non nascose mai la volontà di togliere di mezzo, ovunque passasse, i privilegi feudali e i simboli che li accompagnavano. Basta pensare alla questione dei cimiteri dove un Editto specifico prevedeva croci di eguale grandezza per aristocratici e poveracci. Ma Napoleone non riuscì, nonostante l’avesse spesso pensato, nella conquista della Gran Bretagna che, perciò, mantenne la guida delle carrozze a sinistra. E lo stesso accadde in Svezia e Danimarca, Paesi non toccati da Napoleone dove guidare a sinistra rimase regola come ai tempi dei romani.</p>
<p>Quando alla fine dell’Ottocento cominciarono a comparire le prime carrozze senza cavalli, le automobili, per ciò che riguarda la mano da tenere, tutto era già definito e ovvio&#8230; In Inghilterra a sinistra&#8230; nel resto d’Europa a destra&#8230; nei Paesi dell’Impero inglese a sinistra&#8230; nei Paesi francofoni a destra. E gli Stati Uniti? Non erano forse una colonia inglese? Giusto. Ma se per un attimo si pensa che sono nati da una rivoluzione contro la cosidetta madrepatria in nome dei principi di eguaglianza dell’Illuminismo è facile capire quale mano devono tenere, oggi, negli USA, le automobili.</p>
<p>Con qualche eccezione, dunque, scavando nella storia delle lotte di classe, si può rispondere correttamente anche a domande sul&#8230; traffico. Basta provare.</p>
<p>Come si guida in India? Come si guida in Pakistan? Come si guida in Viet-nam? Come si guida in America latina? La risposta è facile, non vi pare?</p>
<p>Antonio Mura</p>
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		<title>Cancello? No, cassa! Così si può riscrivere</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:50:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Storia]]></category>
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		<category><![CDATA[risrivere]]></category>

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		<description><![CDATA[di Antonio MURA
Appare persino banale dire che i litigi individuali o di gruppo sono stati e sono, per la nostra specie, compagni di viaggio in servizio permanente effettivo.
Però bisogna riconoscere che i tentativi di frenare queste intemperanze non sono mai mancati. In fondo quando parliamo di morale, di diritto, di giustizia e di leggi, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Antonio MURA</p>
<p>Appare persino banale dire che i litigi individuali o di gruppo sono stati e sono, per la nostra specie, compagni di viaggio in servizio permanente effettivo.</p>
<p>Però bisogna riconoscere che i tentativi di frenare queste intemperanze non sono mai mancati. In fondo quando parliamo di morale, di diritto, di giustizia e di leggi, di ieri o di oggi, di che cosa parliamo se non del fatto che i rapporti tra umani pongono qualche problema?</p>
<p>Che noia, però, se non fossimo così. Una noia mortale. Tutti calmi, buoni e tranquilli, senza giudici e tribunali, senza sbirri, sbarre e cancelli. E senza molte&#8230; parole. Che ne sarebbe del cancelliere, per esempio?</p>
<p>Semplicemente non esisterebbe, visto che era chiamata così, nel tardo Impero Romano, la guardia autorizzata a superare la cancellata (oltre la quale sedeva il giudice) per accompagnare, davanti al magistrato, i protagonisti di un contenzioso da dirimere. Col tempo, poi, finì per essere chiamato cancelliere l’ufficiale incaricato di assistere il giudice e fargli da segretario.</p>
<p>E tutto questo perché quella che noi chiamiamo cancellata era chiamata nell’antica Roma cancelli – cancellorum, parola solo plurale perché si trattava di diverse verghe di ferro connesse, a una certa distanza, con traverse sia di ferro che di legno.</p>
<p>D’altra parte, quello che noi, oggi, chiamiamo cancello da qui deriva.</p>
<p>Così come trova origini qui il nostro verbo cancellare, usato dai maestri dell’antica Roma per chiedere ai loro allievi di fare una cancellata su una parola che non doveva essere presa in considerazione.</p>
<p>Caro lettore, chissà quante volte ti sei sentito dire a scuola, alla fine di un esercizio alla lavagna, adesso cancella.</p>
<p>E tu che cosa hai fatto? Hai cancellato? È poco probabile.</p>
<p>Perché cancellare significa porre una struttura a cancello ( questa : ########) sopra una o più parole che non sono da prendere in considerazione.</p>
<p>L’atto del levare le parole dalla lavagna, invece, è ben altro e si indica col verbo cassare.</p>
<p>D’altra parte non è forse la Corte di Cassazione l’organo istituzionale deputato ad annullare (cassare) una legge?</p>
<p>Non è dunque una contraddizione parlare di gomma per cancellare?</p>
<p>La gomma può cassare le parole da un foglio, ma per cancellare ci vuole una penna, una matita&#8230; o uno stilo giusto per tornare&#8230; agli antichi romani.</p>
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		<title>Leggi, Maroni, leggi&#8230;  e non solo tu</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Voltaire
Il diritto umano non può in nessun caso fondarsi che su un diritto di natura; e il grande principio, il principio universale dell’uno e dell’altro, è su tutta la terra: non fare ciò che non vorresti sia fatto a te. Ebbene,  non si vede come, se si segue questo principio, un uomo possa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Voltaire</p>
<p>Il diritto umano non può in nessun caso fondarsi che su un diritto di natura; e il grande principio, il principio universale dell’uno e dell’altro, è su tutta la terra: non fare ciò che non vorresti sia fatto a te. Ebbene,  non si vede come, se si segue questo principio, un uomo possa dire a un altro: “ Credi quello che io credo e che tu non puoi credere, altrimenti morrai “. È ciò che si dice nel Portogallo, in Spagna, a Goa. Ci si accontenta adesso, in alcuni altri paesi, di dire: “Credi, o ti aborrisco; credi, o ti farò tutto il male che potrò; mostro, tu non hai la mia religione, tu non hai dunque religione alcuna…”. Se questa condotta fosse conforme al diritto umano, bisognerebbe dunque che il giapponese esecrasse il cinese, che a sua volta esecrerebbe il siamese; questi perseguiterebbe i gangaridi, che si getterebbero sugli abitanti dell’Indo; un mongolo strapperebbe il cuore al primo malabaro che incontrasse; il malabaro potrebbe strozzare il persiano, il quale potrebbe massacrare il turco; e tutti insieme si precipiterebbero sui cristiani, che così a lungo si sono divorati tra di loro.</p>
<p>Il diritto dell’intolleranza è dunque assurdo e barbaro: è il diritto delle tigri; è anzi ben più orrido, perché le tigri non si fanno a pezzi che per mangiare, e noi ci siamo sterminati per dei paragrafi.</p>
<p>[da  Trattato sulla tolleranza  E.R. Roma  1970  pag. 44/45]</p>
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		<title>Eroici crimini&#8230; generali</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 21:40:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>totemblueart</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è poco di cui gloriarsi
di Antonio MURA
La cosa è nota (almeno si spera). Il 2 giugno 1946, con un referendum, l’Italia diventò Repubblica. Per molto tempo, ogni anno, questo giorno è stato celebrato a Roma con una parata militare che ne richiamava un’altra, quella del 4 novembre, festa delle Forze Armate, il cui carattere di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è poco di cui gloriarsi</p>
<p>di Antonio MURA</p>
<p>La cosa è nota (almeno si spera). Il 2 giugno 1946, con un referendum, l’Italia diventò Repubblica. Per molto tempo, ogni anno, questo giorno è stato celebrato a Roma con una parata militare che ne richiamava un’altra, quella del 4 novembre, festa delle Forze Armate, il cui carattere di esaltazione delle stesse Forze Armate è sempre stato ( col fascismo o con la repubblica ) un elemento costante.</p>
<p>Ci vollero molti anni di proteste perché dalle celebrazioni del 2 giugno venisse tolta di mezzo la sfilata militare per le vie di Roma, che Ciampi, diventato presidente della Repubblica, invece, volle ripristinare per ricondurre Forze Armate e Repubblica sulla strada di un’unica esaltazione capace di restituire legittimità al militarismo patriottardo.</p>
<p>Brutto segno, visto che le Forze Armate italiane avevano ed hanno ben poco da celebrare,  di cui esaltarsi o menar vanto dato che  in anni recenti hanno partecipato a guerre di aggressione contro altri popoli, alla distruzione delle loro città, delle loro fabbriche e delle loro scuole, hanno partecipato a massacri di vecchi, donne e bambini come in Yugoslavia, in Iraq e in Afghanistan.</p>
<p>E che dire del passato, degli anni della prima guerra mondiale, di quel 4 novembre che celebra le Forze Armate e le eroiche gesta che assicurarono la vittoria della patria?</p>
<p>Forse, come ha scritto qualcuno, il 4 novembre andrebbe celebrata la Festa del Decimato Ignoto, visto che nei tre anni di guerra 1915-1918, si è perso persino il conto dei soldati italiani morti per le fucilazioni sommarie ordinate dal Gen.Cadorna a cui questo nostro Paese ha dedicato molte vie delle nostre città e ancora non se ne vergogna.  Eppure i fatti sono noti e non da oggi.</p>
<p>Nel 1917 Vittorio Emanuele Orlando ebbe a dire che Cadorna ammazza troppi soldati e troppo in fretta. È interessante leggere, a questo proposito, i verbali delle sedute tenute nel 1917 dal Comitato sulla condotta della guerra, istituito dal Parlamento (i cui lavori saranno, però, resi noti solo nel 1919). Nei verbali della seduta del 29 giugno, per esempio, si trova l’intervento dell’on. Giuseppe Modigliani che, a un certo punto, dice:</p>
<p>“Il Gen. Cadorna è in arretrato di un secolo, anche nel modo con il quale s’intende da lui mantenere la disciplina militare, cioè col terrorismo e le fucilazioni per sorteggio e le decimazioni”.</p>
<p>Ma nonostante che il Re, il Governo, il Parlamento e gli Stati Maggiori dell’Esercito sapessero perfettamente a quale regime terroristico fossero sottoposti i soldati al fronte, nulla fu fatto.</p>
<p>E ancora oggi il numero dei nostri soldati uccisi dai loro ufficiali e dai loro generali è molto approssimativo.</p>
<p>Infatti mentre risultano più di 4000 i condannati a morte  dai tribunali militari, rimangono da conteggiare i soldati morti in seguito alle fucilazioni sommarie eseguite senza giudizio.</p>
<p>Ma se il gen. Cadorna si dilettava con l’invio di circolari terroristiche che legittimavano le uccisioni dei soldati sul campo, non si può dimenticare un altro generale dalla fucilazione facile, Andrea Graziani, nominato dallo stesso Cadorna Ispettore generale dopo Caporetto.</p>
<p>Esemplare, in questo senso, il motivo che spinse Graziani a ordinare la fucilazione di un soldato, un certo Ruffini: era reo di averlo salutato con la pipa in bocca. Il tutto accompagnato da parole che il lettore può giudicare da sé: dei soldati io faccio quello che mi pare.</p>
<p>Forse val la pena di ricordare, visto che i testi in uso nelle scuole italiane tacciono del tutto su questo problema, che contro le fucilazioni sommarie e le decimazioni dei generali di Cadorna ci furono, a Roma, persino delle manifestazioni pubbliche con cui si denunciava anche la pratica di utilizzare i carabinieri per sparare sui soldati alle spalle.</p>
<p>Per concludere queste brevi note sulle gloriose forze Armate italiane, tanto care al Ministro La Russa, riproduciamo qui il testo della sentenza emessa dal Tribunale militare straordinario alle ore 10 del 16 luglio 1916 nei confronti del soldato Giovanni Clerici: “&#8230;Considerato che, pur non essendo provato che egli sia l’autore dei due bigliettini incitanti alla rivolta…Sentito il Pm che ha richiesto per l’imputato la pena di morte, il  Tribunale all’unanimità lo condanna alla pena di morte da eseguirsi immediatamente sul posto”.</p>
<p>C’è di che riflettere. O no?</p>
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