Il diario: Viaggio in Bourkina Faso e Costa d’Avorio 28.01/18.02, anno 2018

di Ubaldo GERVASONI

Finalmente qui in Bourkina trovo il tempo di esprimermi per iscritto. L’incidente dell’auto la sera dell’11 mi ha lasciato fortunatamente solo stress e paure, fisicamente ne sono uscito incolume, il che è tutto dire per esser finito con l’auto sotto un autotreno in rallentamento sulla tangenziale di Trento. Incerto sul partire fino agli ultimi giorni sia per lo shock sia per i soldi, alla fine son partito dando ascolto al mio istinto e ad alcuni amici.

Le tappe: Arco, Viareggio, Firenze, Parigi, Ouagadou capitale del Bourkina Faso, patria di Tomas Sankara. All’aeroporto, al controllo di dogana, così diverso dal Charles De Gaule di Parigi, c’è un poliziotto nel gabbiotto che si rifiuta di leggere la mia application form di ingresso. Mi rimanda dal capo della polizia d’aeroporto dove devo fornire un casino di informazioni fino al numero di telefono di Stanislàs, il referente locale a Ouagadou della nostra associazione di riferimento Cesvium. Dopo domande varie e dopo aver capito che sono con una associazione di volontariato a favore del Bourkina, prese le impronte digitali e fatte le foto mi rilascia con i compagni che attendono in un “non aeroporto”, fatiscente e piccolo, da paese agli estremi. Fuori ci sono Stanislàs e Mathiàs ad attenderci con la jeep Toyota. Le numerpse valigie vengono assiepate sopra il portabagagli e noi quattro entriamo in auto con loro due; e via per un posto recintato che fa parte della proprietà cattolica acquistata dai primi missionari, olandesi forse (ne vedo la statua commemorativa). Nel recinto c’è un chiesone chiamato cattedrale, un altro luogo di culto, delle scuole, un internato femminile, altre aree spaziose e l’istituto delle monache chiamato Laurier che fanno accoglienza con circa 12 stanze; confesso di non sapere che significa la parola. Troviamo delle camere prenotate, la mia in comune con Giovanni, mentre Monica e Marco sono soli.

L’ambiente è semplice ed austero, c’è un’umidità molto forte per me, zanzare da cui bisogna stare alla larga con trattamento spray tropicale comperato in Italia. Rifuggo da analisi ideologiche sulle recinzioni, sui preti, sulle monache, sul vescovo, sulla qualità delle auto presenti alla messa; cerco acqua, frescura e relax, riposo soprattutto. Mi sento bene, con gli occhi sgranati e le orecchie tese a capire la situazione, non il solo francese qui parlato anche dai pochi ospiti attempati qui presenti.

Si va al bar in “città” tutti insieme per rinfrescarci la gola. Ma quale città! Mi sono imborghesito, ho dimenticato le baraccopoli di America Latina, dove ho pure vissuto dal 1985 al ’92; in Europa ad Arco di Trento, dopo trent’anni le mie membra l’hanno scordato. Al bar, sotto le stuoie, una coca-cola fresca; anche qui lascio l’ideologia alternativa alla frescura della gola. Mi meraviglia invece la pressapochista cameriera che alla domanda dell’uomo nero: “quanto fa?”, risponde più o meno: “vedi tu” e lui prepara qualcosa chiedendo se basta. Noi occidentali restiamo stralunati.

Finalmente sdraiato sotto il “mosquitero” posso riposare, rilassarmi ed addormentarmi pensando e sognando poi le mille nuove emozioni: siamo in Africa nera, la prima volta per me. Levata alle sette e poi giù per una colazione di gruppo e via subito per varie incombenze, dalla carta SIM, da sostituire per strada tramite un lungo procedimento, alle spese alimentari per il futuro villaggio, alla prenotazione del bus dal Bourkina alla Costa d’Avorio. Abbandonate con decisione le paure venutemi a seguito dell’incidente e dei vari temuti delinquenti assalitori mi dispongo a favore di nuove inedite emozioni, alla ricerca del rischio, all’incontro dei sobbalzi, delle consuetudini africane, delle vessazioni dei poliziotti di frontiera.

Dunque vamos, vamos! To be or not to be here? Esserci o non esserci tra gli africani? Non è per nulla scontato, qui, in questa baraccopoli infernale e confusionaria, che si chiama Ouagadou. mi sento stordito, strasudato, non son più abituato alle capitali, al traffico, allo smog, al casino; in poche parole sono invecchiato? Riconosco la mia inadeguatezza e disabitudine, tutto qua.

Ci portano alla Cava. Che è? Alla vista infernale mi è proibitivo descriverla. Le emozioni mi travolgono, la miseria è infinita, le condizioni sono subumane, la nebbiolina del fondo annebbia la cruda realtà degli spaccapietre. Mi sembra di rivedere una vecchia foto brasiliana di Salgado. Mi dicono che un impresario aprì la Cava come miniera di pietre poi l’abbandonò perché improduttiva e la gente affamata la riprese in mano. Autogestione!

Al supermercato Monica coordina le spese, è la responsabile di tutto, di noi e del Cesvium, è la figlia del fondatore, una piccola grande donna, sempre attenta, sempre in movimento. Fuori dal supermercato mi lascio infinocchiare da un ragazzo che vende magliette sportive del Bourkina Faso e compro per il figlio Damiano senza trattare; qui si sparano cifre per trattare, io invece, pensando al figlio, pago subito e subito tutti gli altri vogliono vendermi. Vengo a sapere dal ragazzo che il Bourkina nella Coppa d’ Africa è arrivato alle semifinali. Il campione milanista Weah è stato eletto presidente del Ghana. Forse ha appreso anche dagli europei, soprattutto dagli italiani, Cicciolina insegna. Tutto il mondo è paese.

Si viaggia all’interno del paese per tutto il giorno. Si arriva prima alla città di Kaiàs ove addento una carne durissima in zuppa (sto attento ai denti) e poi visitiamo un Centro per ragazze fuggite da matrimoni coatti, imposti dal costume atavico.
Il Centro è un ambiente cattolico sotto la direzione e l’accudimento di monache.

La coordinatrice è una donna briosa, anziana, sagace. Le presenta chiamandole, sono una ventina le giovani ragazze, non parlano con noi, cinguettano tra loro incuriosite; la monaca presenta l’ambiente di vita, l’orto, i dormitori, i loro manufatti al telaio che ci fa comprare; parla delle preoccupazioni per loro, delle rivendicazioni dei mariti e zii, maschi offesi dalla fuga.; è preoccupata dell’arrivo attuale di due zii che rivogliono le fuggitive.

Sinceramente cerco di capire la cultura cattolica del matrimonio indissolubile e della monogamia personalista e la cultura islamica poligamica qui diffusa e quella delle donne sottomesse.
Noi lasciamo le ragazze e continuiamo il viaggio in jeep fin là dove il Cesvium ha posto le sue radici solidali: Kouinì, il luogo più povero del Bourkina, come dissero quelli che lo indicarono al fondatore italiano. Vi si arriva di notte, e la Monica solerte ci prepara pure una pasta italiana. Grazie, perché sono affamato. “Primum vivere dehinde philosophare”, dicevano i latini. Giovanni ed io siamo sempre in camera insieme; curioso inutile pensiero gay perché l’amicizia nostra è ben altro. Monica ci porta le lenzuola! Le mettiamo subito sul letto. Appena arrivati, dopo la pasta, prevale la stanchezza e la voglia di riposo ma la nostra educazione igienica del dormire ci fa spazzare la polvere ovunque si annidi, quindi ore di pulizia e Giovanni più di me.

Kouinì: una zona semi-desertica, con alcune capanne di paglia, frasche di miglio accatastate, caproni legati alla corda stretta, cespugli e alberelli spinosi che si ergono sopra la polvere del terreno, frotte di capre scheletrite, una mandria che passa lentamente per non affaticare la poca energia, un sole spietato di giorno, un vicino mercato bisettimanale fatto di una palizzata d’alberi storti. Si è alloggiati qui, sì, a misura europea, centro signorile per gli abitanti di zona: per noi niente di che, costruzione in muratura, cucina con gas, dispensa, tavolo esterno di comunità per mangiare e per parlare tra noi e con i bourkinesi tramite l’indotto francese (loro parlano altra lingua di cui ora scordo il nome), quattro stanze con bagno per ospiti, polvere che penetra ovunque, un “mosquitero” sopra i letti. Malaria.

Dopo la pastasciutta, a luna piena, esco nel campo adiacente e passeggio tra le stoppie del miglio raccolto. Il silenzio assoluto è rotto solo dal canto di un gallo, intravedo alcune lucette dentro il piccolo centro ove le donne vengono a partorire, sotto la luna piena brilla la torretta del pozzo che ci dà acqua, potabile e fortemente calcarea, dicono. Qui nessun inquinamento, né in terra né in cielo ove non passa alcun aereo o satellite. Guardo le stelle brillanti, individuo alcune costellazioni che conosco, vedo all’orizzonte nord la Stella Polare su proiezione della linea delle due stelle del Grande Carro, e all’orizzonte sud contemporaneamente la Croce del Sud un po’ sfocata dalla Via lattea e dalla foschia saliente dell’orizzonte sud. Penso all’amico Paolo Paterno coltivatore biodinamico e alle sue molte coltivazioni di mirtilli e more sui cui filari sta camminando a luna siderale confermando il rapporto uomo- natura. Cammino lungo il recinto del Centro la cui proprietà appartiene allo Stato. come quasi tutti gli edifici costruiti dall’associazione., dal centro sanitario alle scuole varie. Fatico a capire la differenza tra lo Stato e il Villaggio che pure è proprietario locale. Molti cattolici ma anche molti laici tratterebbero per sé la proprietà Onlus come lo fa l’ospedale di Don Orione e l’orfanotrofio di Padre Pio in Costa d’Avorio. Noi dell’Associazione Italia- Nicaragua a Waslala collaboriamo con lo Stato ma nostra è la proprietà, fatta eccezione per il latrocinio abusivo dei vescovi di Bluefields per l’Istituto Agrario di Waslala. Chiesa di potere, chiesa dei poveri. Con il cuore gonfio di emozioni e rabbia ricordo le loro ecclesiastiche abusive espropriazioni. M’addormento fino alle quattro quando tutta la natura si sveglia: ogni animale canta la sua canzone dal gallo alla capra, dagli uccelli alle api che succhiano gli scarsi fiori, dagli asini che ragliano alle mucche che muggiscono, dalle colombe del tetto che tubano alle persone per strada che in dialogo dicono la loro. Mi sovvien Waslala e il suo risveglio. Mi sovvien la mamma che ripeteva che il mattino ha l’oro in bocca. Tutto il mondo canta, mi passano le paure, l’angoscia mia delle dure condizioni di vita di questa gente. Tutta la natura canta, mi parla. Sì, l’oro! E come è l’oro quaggiù in Africa nera? Giovanni e Marco scoprono all’alba il nettare su un albero spinoso, pieno d’api. Più tardi torniamo a controllare perché modestamente so qualcosa in merito. Non ce neanche un’ape! perché? La mia teoria è la fine del nettare dei fiori. Il giorno seguente all’alba ci sono anch’io a curiosare. L’albero è pieno d’api. I fiorellini bianchi sono aperti fin quando più tardi arriva il sole; allora i fiori si rinchiudono e le api se ne vanno. La natura si tutela per sopravvivere e dà le spine lunghe degli alberi che credevo tutti uguali, cosa non vera. Tutti alberi diversi ed armati di lunghe spine per difendersi.

Visitiamo una miniera d’oro gestita associativamente dei minatori del posto. Per credere bisogna vederne le condizioni di lavoro e il posto. Dice la Misa Campesina del Nicaragua: “Cristo, Cristo Jesùs, identìfìcate con nosotros, no con la clase opresora que exprime y devora a la comunidad sino con el oprimido, con el pueblo mio sediente de paz.” Non posso tradurre il testo, si svilirebbe la popolarità dello stesso concetto di “Pueblo”, sì, il Popolo che là aveva non solo una identità globale e di povertà ma anche una identità in riscossa contro la clase opresora che “exprime y devora a la comunidad”; qui è diverso, la condizione di vita atavica pare scontata, accettata, assolutamente senza intenzioni di riscatto; forse è passato inutilmente Sankarà?

Forse non ha intaccato i meccanismi popolari atavici di rassegnazione? O è stata una inutile voce di chi grida nel deserto? Troppe domande mi faccio.
Qui, dalle capre alle poche vacche alle persone, ognuno cerca di trovare il possibile per la pura sopravvivenza, dalle stoppie all’acqua, dagli arbusti spinosi al Cesvium ove si mangia e si beve a sufficienza.

Seminare, masticare per dire mangiucchiare, riprodursi, elemosinare al Cesvium per vivere e non più: le risorse locali sono solo queste.

Mi sovviene il pensiero della mamma contadina che s’alzava prima dell’alba a “governare” le cinque mucche nostre. L’alba la sorprendeva alla mungitura, ne sentiva il respiro, la vitalità rinasceva incipiente sulle sue già stanche membra. L’oro in bocca se lo prendeva dentro e fuori la stalla, come i minatori che vedo qui nella miniera che lo prendono dal fondo delle molte buche scavate perpendicolari o sopra, setacciando la terra raffinata per trovarvi un filo d’oro millesimale, visibile quando c’è, oro solo come aureola sognata più che vista nell’acque prosciugate al setaccio nel mercurio. Polvere di oro, polvere di vite umane, polvere di gioventù. Alla fine, di loro resta solo un’ombra infinitesimale periferica e dorata. Quanta terra devono lavare per ricavare un grammo di oro? Vedo poi il giovane che scende nella fossa verticale senza nulla, con la sola pila legata sopra l’orecchio a mo’ di sigaretta, a novanta gradi della buca facendosi pressione sulla schiena e sulle gambe, piano piano giù giù, fino a dieci metri, poi al fondo sparisce lateralmente si vede che c’è un altro cunicolo laterale, raccoglie terra che riempie il secchio legato alla corda e tirato poi su a mano dall’alto. So che ieri il villaggio vicino ha sospeso la festa di matrimonio per il lutto di un giovane minatore schiacciato giù in fondo al pozzo. Osservo zitto ed emozionato la discesa, i compagni lo seguono con tutta normalità. È il loro lavoro quotidiano. Sia la mia mamma contadina che questi minatori hanno in comune la libera scelta legata alla necessità della condizione senza alternative economiche. Ma quale libertà? Il vero loro oro è la speranza, l’accontentarsi del limite tramite la sofferenza. Ricordo il sorriso regalatoci dai minatori di Kouinì che ci sapevano dello stesso villaggio, suppongo perché bianchi, visitatori Cesvium. Stanno qui in miniera almeno tutta la settimana, vedendo noi gli alloggi fatiscenti. Cosa mangiano, cosa bevono, come dormono questi giovani uomini? Una domanda loro ricordo nel partire: “Où est la voiture?”. Son preoccupati di non vederla. Mi allontano angosciato e sto anche attento ad evitare le laterali buche aurifere.

Sul lato destro e lineare della miniera d’oro sta un tracciato preparatorio di ferrovia mai realizzata che si perde all’occhio, un vecchio progetto di Sankarà per collegare il Bourkina con il Mali al nord; un’immane opera nel deserto, morta con il suo presidente ideatore. Noi italiani ne sappiamo qualcosa, opere del genere le chiamiamo “cattedrali nel deserto”, spesso incompiute.

Oggi sabato 3 febbraio al villaggio c’è festa di matrimonio, si celebra nella chiesetta cristiana della Assemblea di Dio. Ci vado con Maria Ida, anziana bianca di Viareggio che qui ha deciso di restare a vivere come loro e tra loro. È rispettata non solo perché vecchia e bianca; forse non la capiscono ma l’adorano. Al nostro passaggio tutti la salutano con l’inchino. Tutti son vestiti a festa, usciti da capanne di fango e paglia, pur in mezzo alla polvere, soprattutto i bambini e le loro mamme. Ritardando gli sposi, un maschio invita Maria Ida e me a sedersi nel suo patio ombreggiato garantendo una sedia dentro la chiesetta. Sotto le frasche di miglio tre preti pentecostali, vestito scuro perfetto, gli unici con scarpe a punta in cuoio, mangiano e chiacchierano; il più giovane butta a terra l’ultimo pezzetto di pane, Noi, zitti, si osserva la loro classe attendendo l’arrivo degli sposi. Prima le moto rombanti con gimcana sulla sabbia sollevanti volutamente nuvole di polvere che c’invadono, poi due auto con gli sposi a bordo. La piccola chiesetta di frasche si riempie subito, nel frattempo arrivano gli altri amici italiani e tutti siamo invitati a sedere sulla panca preparata per noi, ospiti d’onore. La festa di nozze è tutta una danza con i diversi attori, dagli amici ai testimoni, dagli uomini alle donne, il rullo dei tamburi è sfrenato. Prevale la corporeità africana della danza che i pentecostali sanno ben interpretare. Mi piace il tutto. I preti pentecostali, loro esponenti, se ne stanno dietro ad ascoltare seduti, come noi

Noi, più tardi, si fa l’inchino agli sposi e si esce ringraziando. E la festa continuerà per due ore in chiesa e, alla casa degli sposi, fino all’indomani. Tutti mangiano la carne dei caproni salvaguardati per l’occasione. Una nuvola di ragazzini ci segue mentre ci avviamo a vedere gli edifici delle scuole statali vuote costruite del Cesvium. Il tutto termina con un dialogo con il direttore del Centro della Maternità, un giovane avveduto, formato, venuto dal nord, direzione Mauritania, professionalmente competente.

È giorno domenicale, la chiesa cattolica fa sentire il tam tam per la celebrazione, noi si va anche a quella: poca gente, un edificio in struttura muraria, tre tamburi, una cantante, un catechista celebrante, meno corporeità africana più interiorità spirituale che favorisce accettazione.

Il cattolicesimo ha un’impronta diversa, forse più occidentale.
Guardo e ascolto. Il linguaggio non è francese ma locale in lingua autoctona. La gente dopo la celebrazione s’intrattiene fuori, parla a gruppetti, ci saluta con cordialità.
Oggi visita promessa al villaggetto del nostro custode Larbàh. Vicino al Centro c’è un piccolo agglomerato di casette di paglia, spesso rotonde come trulli.
Si tratta di una delle tante concessioni governative, dice Giovanni. Pare che la terra sia solo del demanio pubblico, compresa quella del Centro di Volontariato Cesvium. Larbàh vive lì, quella è la sua famiglia allargata, lì sono le sue due donne, i suoi 11 figli, gli altrettanti di suo fratello la cui donna pare andata via e altri marmocchi non si sa bene di chi; lì Larbàh è il capo.

Rendiamo omaggio al suo regno, dove è capo indiscusso per eredità assegnatagli dal padre. È un villaggio tipico tradizionale pre-desertico. Le strutture abitative stanno tutt’attorno a mo’ di cerchio: casette rotonde, stallette, silos di miglio e mais sopraelevati. All’ingesso il montone legato corto, simbolo del potere maschile, al centro il focolare in terra con alcune ramaglie semi- combuste, da ogni angolo sbucano bimbi curiosi a vedere i bianchi, sbucano le donne, il papà e la mamma presentati da lui, le sue due donne, le loro casette separate ed infine la sua stanza tappezzata di giornali ove il disordine regna sovrano come lui sul villaggio, un letto a castello recuperato, strano, mai usato con coperte aggrovigliate. Larbàh è custode del Centro e quindi dorme o veglia al Centro. Questo è uno dei tanti villaggi della zona. Più tardi si va alla diga, qui chiamata il “barrage”. Ha l’acqua stagnante, una lunga pozza che s’allunga lungo alcune maggiori depressioni. Si vedono due coccodrilli spanciati su una parte senz’acqua, sono entrati qui nella stagione delle piogge, come gli squali nel lago Nicaragua tramite il Rio San Juan. Tutt’attorno coltivazioni di mais, pomodori e cipolle. Non è un orto del villaggio ma si tratta di due o tre proprietà di privati coltivatori d’altro livello. Pranziamo, tramite conoscenze di Monica, in un ristorante italiano, così dicono, infatti ci sono degli italiani che mangiano con noi. Il capo grandeggia su tutti e si fa ancor più grande offrendo due bottiglie di vino fatte venire dall’Italia, provandolo io le considero non granché. Il resto, tutto fritto dal pesce alle melanzane, lo si mangia e si paga profumatamente. Cibi italiani? Non mi pare. Lo stesso grandeggiatore ci parla e ci porta con la sua jeep a visitare una vecchia, dice, preziosa moschea a Bani. È scriteriato nella guida, io ho paura e m’attacco ai sostegni, mi ricordo dell’incidente fatto a Trento. Mi scopro pauroso, ancora scioccato. All’arrivo ad un villaggio desertico e polveroso, a 50 km dal Mali, s’intaglia sulla collina verso il cielo un complesso di vari edifici, dicono che si tratti di sette moschee che circondano la moschea principale. La moschea ci appare nella sua immensa facciata su pietre grandi del 1300, spiega la guida araba; dalla sua base verso il 1979 fu ricostruito l’edificio, con i probabili soldi degli Emiri. Ogni anno i mattoni di fango vanno sostituiti sulle sommità per l’erosione, perché tale è la ricostruzione sul sistema antico. La moschea ha un grande fascino, così diversa nello stile dalle attuali. L’interno è buio, non ha bellezze e non regge il confronto con le cattedrali cristiane. La piana, la collina sono desertiche, non un albero, siamo già nel Sahel, vicino al Mali, terra di Tuareg e Boko Haram. Si rientra godendo delle bellezze rare viste in velocità.

Nel pomeriggio visitiamo la cosiddetta Azienda Migliorata, finanziata dalla Regione Toscana. Dov’è? Secondo i miei criteri non si vede, non c’è. Doveva essere all’interno di una recinzione divelta sia dalle acque che dalle mandrie del bestiame, fatto di pecore, capre, asini, lo si riconosce dalle cacche lasciate. Qui si semina miglio e sorgo nella stagione delle piogge verso maggio, le acque abbondanti su terra cretosa si convogliano al centro e straripano seppur in pendenza minima.

Si visita anche l’orto comune del villaggio finanziato inizialmente dal Cesvium con motopompa e recinzione, ma poi continuato da USAID con tutt’altra capacità economica, spicca tanto di insegna in ferro: USAID. Gli Stati Uniti possono permettersi, che cosa? Possono permettersi ciò che ho già visto in Salvador, Honduras, cioè l’invasione ideologica abbinata a quella militare nel loro cortile di casa, sostengono, il Centro America negli anni ottanta e in Africa ora. Vedo scavati sei pozzi con pannelli solari che non funzionano più, vedo donne al pozzo con il bimbo sulla schiena che lanciano giù e ritirano il secchio pieno d’acqua, vedo donne ricurve a zappettar cipolle, ogni famiglia il suo pezzo, vedo la grande recinzione che le unisce come villaggio, vedo i loro risultati nelle cipolle che possono conservare senza problemi, non vedo uomini, solo due capi del villaggio si son presentati per accompagnarci. Solo le donne lavorano qui all’orto, là in miniera solo gli uomini. Ci sono ruoli ancestrali ben definiti. Le donne sono tutte con gli infradito rudimentali o a piedi nudi.

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