Via dal mondo che ruba felicità» La lettera di Michele di Udine …

di Dauno Giuseppe BUTTIGLIONE

“Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità!”.
E’ questo un passaggio del testo della lettera di addio che i genitori di Michele, un ragazzo di trent’anni di un paese vicino a Udine, hanno trovato due giorni dopo il suo suicidio, proposito disperato maturato da chi è impossibilitato a vivere perché privo di lavoro. La notizia è apparsa con forte risalto sul Messaggero Veneto e con un trafiletto sui maggiori quotidiani nazionali. Triste concomitanza, negli stessi giorni si svolgeva il Festival di Sanremo, manifestazione che ha tenuta impegnata l’attenzione di tanti italiani per una settimana.

Già, proprio un brutto pugno allo stomaco, i due accadimenti evidenziano il tremendo volto di una stessa medaglia. Il buio più tremendo per chi non c’è più, per i familiari e gli amici e dall’altra la luce con tutti i suoi falsi lustrini (ornamento di grande effetto e di scarso valore) per chi se ne frega.

E’ possibile a trent’anni essere stanchi di vivere, alla ricerca affannosa di un lavoro che non si trova?
“Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutile, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata!”.

Forse è il caso di fermarsi, è il momento di prendere coscienza del profondo disagio dei nostri giovani, occorre fare un scrupoloso esame, valutando l’ipotesi che probabilmente noi “anziani” abbiamo sbagliato in tanti e in molte circostanze.
E poi; “Complimenti al ministro Poletti, lui sì che ci valorizza”. E queste parole sono un duro atto di accusa lucido e preciso. Già la politica, quanti bla, bla, intanto la disoccupazione giovanile ha toccato il 40%. Una volta una il refrain di una canzone di successo di Adriano Celentano affermava “Chi non lavora non fa l’amore” e adesso? “Chi non lavora …”

In un altro passaggio della lettera di Michele: “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato”.
Nel sessantotto ci siamo ribellati al sistema protestando per avere un mondo migliore. Che ne è stato di quegli ideali, di quei convinti combattenti? Beh, è sotto gli occhi di tutti: molti di quelli che erano convinti rivoluzionari perché volevano cambiare tutto, oggi sono diventati direttori di banche, quotidiani, rinomati liberi professionisti con grossi conti in banca, direttori di testate televisive, logorroici e supponenti commentatori in TV, ministri, in alcuni casi anche voltagabbana della politica ecc. Già abbiamo fatto proprio una bella rivoluzione …, in pratica il potere politico ed economico ci ha letteralmente assorbito e forgiato, schiacciati in quello stesso mondo che ci faceva schifo e volevamo abbattere. Intervistato da un quotidiano il papà di Michele, distrutto dal dolore e sconsolato, ha così commentato l’insano gesto del figlio: “Sono giovani che hanno vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda, un mondo privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento». La realtà di oggi ci mostra una società che si interessa dei propri figli alla nascita e nei primi anni di vita. Poi spesso non si cura più di loro e il dato preoccupante è che questa tendenza coinvolge più generazioni. E’ triste ma tra non molto sarà tutto dimenticato, ai genitori di Michele non rimarranno altro che ricordi, una lettera e una tomba. E a noi? Un altro Festival di San Remo, il gossip televisivo e qualche altra guerra… “Show must go on!”. Col magone non mi resta che abbassare gli occhi e chiedere perdono a Michele e ai miei figli, per non essere riuscito a dal loro un mondo migliore.

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